di Lionello Mancini
Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2015
Il rimedio anti-corruzione è composto da tanti ingredienti - prevenzione, repressione, responsabilità, etica - ciascuno di volta in volta esaltato dalle cronache in occasione di arresti, firme di codici etici, denunce, analisi. Ma ancora manca il mix che risulti finalmente efficace. Nessuno degli ingredienti si ritrova in natura, ciascuno di essi va preparato e unito agli altri con cura (il che dovrebbe escludere apprendisti stregoni e disonesti seriali).
La repressione funzionerà quando potrà disporre di uomini e risorse adeguati, oltre che dei tempi necessari per arrivare alle condanne; quando norme e procedure saranno concepite per svelare l'illegalità e non per favorirla; quando, infine, polizia e Procure potranno dedicarsi ai pochi casi che deturpano un ambiente sociale sano e dunque ostile a chi voglia delinquere. Quanto alla prevenzione, sappiamo che i più grandi scandali da colletti bianchi sono resi possibili dal silenzio di centinaia di persone. Non sarebbero altrimenti durati così a lungo i traffici intorno al Mose o all'Expo, né si sarebbe raggiunto l'attuale degrado ambientale di certe aree, se in tanti non avessero taciuto nonostante vedessero, udissero, sapessero, o quanto meno intuissero.
Esistono, nel nostro Paese, comportamenti borderline, o peggio, che curiosamente non offendono, non spingono il cittadino ad attivarsi per renderli meno facili e meno redditizi: dall'evasione fiscale agli spazi pubblici usati come discarica, all'abusivismo edilizio, fino alla corruzione spicciola e organizzata.
Per decenni, nemmeno sono stati contati i miliardi dilapidati in malaffare, mentre il tema della trasparenza (dei flussi finanziari, delle gare d'appalto) era percepito come un problema di qualcun altro, non del cittadino, dell'impresa o della comunità. È stato così a lungo anche per la sicurezza sul lavoro, per i costi della politica, per la tutela dell'ambiente.
Se oggi, finalmente, l'esattore del pizzo mafioso è percepito come un pericoloso nemico di cui liberarsi (salvo per chi si ostina a sottomettersi), la reazione non è altrettanto netta verso i gestori meno onesti delle inefficienze della burocrazia, quelle sabbie mobili che consegnano nelle loro mani il rilascio di un permesso o di una concessione. Così come, nel privato, non sempre s'indigna il dipendente che assista (o sia chiamato a collaborare) a passaggi di mazzette, creazione di fondi neri, manovre evasive.
Come se alla fine il conto non arrivasse da pagare a tutti. Solo oggi si comincia a parlare con minor avversità, per esempio, di whistleblowing (la denuncia di anomalie sospette sul posto di lavoro), di rotazione di incarichi e di altre modalità che permettono a chi voglia collaborare di attivarsi senza rischiare il mobbing o il licenziamento. Strumenti indispensabili, senza i quali il desiderio di partecipazione diventa sacrificio o eroismo personale.
Bene, quindi, che dopo l'impegno volontario di imprese, enti e singoli cittadini, queste possibilità stiano facendo il loro rodaggio anche in contesti sensibili (per esempio, l'agenzia delle Entrate) che incidono sulla vita di milioni di persone. Finché un collega o un capo che preparano bustarelle o un burocrate di qualunque livello che le incassa non faranno scattare la stessa avversione per il ladruncolo o lo scippatore (riprovevoli, ma assai meno dannosi di corrotti ed evasori), non potrà esserci azione repressiva che tenga.
Perché non è difficile pizzicare un pubblico dipendente disonesto in un ambiente di onesti impiegati; mentre ha vita difficile chi intenda svolgere onestamente il proprio lavoro in un contesto che pratica diffusamente la corruzione potendo contare su omertà e scambievoli complicità. Rompere questa indifferenza è il presupposto perché le manette per i corrotti non siano un'eccezione, ma una certezza tale da scoraggiare anche i delinquenti in giacca e cravatta più incalliti.









