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Ansa, 12 marzo 2015

 

Il web resta un potenziale luogo di reclutamento per aspiranti terroristi: "ma più del jihadismo da tastiera il pericolo di radicalizzazione arriva dalle carceri". È quello il "vero luogo" dove l'Italia rischia di veder nascere i futuri foreign fighters o, peggio, i lupi solitari pronti ad attivarsi appena fuori dalla prigione. Il direttore dell'Antiterrorismo italiano, il prefetto Mario Papa, rilancia l'allarme sul rischio che, pochi giorni fa, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha definito "effettivo".

La situazione delle carceri italiane, d'altronde, parla chiaro: su quasi 54 mila detenuti oltre 17 mila sono stranieri e di questi diecimila provengono dai paesi musulmani. Questo non vuol dire che siano tutti potenziali terroristi, ma la presenza nelle carceri di soggetti legati all'estremismo islamico potrebbe avere sui più deboli ed emarginati un effetto dirompente.

Non è un caso dunque che il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, monitori con la massima attenzione le azioni di proselitismo dietro le sbarre e sia parte integrante del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, il tavolo con 007 e forze di polizia in cui vengono analizzate le segnalazioni e le informazioni sulle minacce relative al nostro paese. Minacce che, spiega Papa al Comitato Schengen, nell'ultimo anno sono raddoppiate e arrivano da diversi fronti.

Dai lupi solitari appunto, che continuano ad essere il peggior incubo di chi deve fare prevenzione proprio per l'impossibilità di prevedere le loro mosse, ma anche dai combattenti che tornano dal fronte. Allo stato i numeri riguardanti il nostro paese restano "esigui": 65 foreign fighters legati in qualche modo all'Italia - di questi una dozzina sarebbe rientrata ed è costantemente monitorata da 007 e forze di polizia - a fronte dei 1.500 della Francia, degli 800-1.000 della Gran Bretagna, dei 650 della Germania, dei 400 di Olanda e Belgio.

Ma questo vuol dire poco, perché l'Italia potrebbe diventare la meta anche di quelli partiti da altri paesi Schengen. "I numeri sono esigui ma ciò che è importante è la questione del rientro - spiega il capo dell'Antiterrorismo - anche perché i raid della coalizione e le crisi interne al movimento potrebbero accelerare il processo di ritorno. E questo è l'aspetto più inquietante, sul quale c'è la massima attenzione". La buona notizia è proprio questa, l'Isis comincia a mostrare "le prime crepe": la sconfitta a Kobane, l'attacco delle truppe irachene a Tikrit, "il prossimo appuntamento a Mosul, tra aprile e maggio".

Gli estremisti "non sono sconfitti - chiarisce Papa - ma cominciano ad arrivare notizie di loro sconfitte militari. E nel momento in cui dovesse fermarsi l'espansione dello Stato islamico, parte di quelli saltati sul carro del vincitore e le stesse popolazioni locali cercherebbero protezioni diverse". Ma non solo: il movimento mostra crisi anche al suo interno. "Cominciano ad esserci scontri tra le popolazioni locali e i foreign fighters e anche tra i combattenti arrivati dall'estero: da una parte gli arabi e dall'altra gli occidentali".

Nonostante ciò, l'Is "non va sottovalutata". Papa lo spiega chiaramente: è un'organizzazione "con numeri e ricchezza, capace di scatenare guerriglie sofisticate" e di mettere in atto una propaganda "da far impallidire e arrossire le migliori agenzie del settore. Usa gli strumenti di informazione occidentale per aumentare la presa sulle coscienze". Un'organizzazione, conclude, capace di "sviluppare una politica di welfare dando aiuto ai familiari dei combattenti, un salario e delle pensioni, in grado di parlare alla mente e alla pancia della gente". In una parola, un'organizzazione che "ricorda la camorra".

 

Circa 10mila detenuti provenienti da Paesi islamici

 

Sono 17.463 su un totale di 53.982 i detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane, in base all'ultima rilevazione del 28 febbraio scorso. Di questi sono circa 10 mila quelli provenienti da Paesi musulmani o a maggioranza musulmana. Questo non è che una cifra indicativa, da cui non discende, è ovvio, nessun nesso automatico. Ma è chiaro che la presenza islamica nelle carceri è uno degli elementi che il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sta monitorando in relazioni a possibili azioni di proselitismo jihadista dietro le sbarre.

Un rischio reale, "effettivo", come ha spiegato lo stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando pochi giorni fa, che parlando di questo aspetto ha sottolineato come si debba "fare in modo che non vi siano violazioni dei diritti che possano far aumentare il consenso della popolazione islamica che non è legata a questa visione e può diventarlo di fronte a forme di discriminazione". Queste le cifre più significative che si ricavano, paese per paese, sui detenuti provenienti da zone a religione musulmana.