sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 5 febbraio 2015

 

Diamo per buone tutte le affermazioni - in gran parte ovvie - fatte dal presidente della Repubblica all'atto del suo insediamento davanti al Parlamento. A proposito di giustizia egli si è limitato ad auspicare una sua maggior rapidità: insomma, ci risiamo, perché neppure al Capo dello Stato è venuto in mente di auspicare invece una sua maggiore equità, vale a dire un tasso di giustizia delle decisioni dei giudici nettamente maggiore rispetto a quello oggi ancora riscontrabile.

Può darsi che non sia ancora informato abbastanza sul punto. E se così fosse provvediamo qui ad informarlo, chiedendone subito l'intervento, di un caso assai particolare - e grave - che ci passa per le mani. Ricordate Pier Paolo Brega Massone, il chirurgo imputato di lesioni e omicidi a carico di pazienti della casa di cura Santa Rita di Milano? Oggi i suoi processi sono ancora in via di definizione e comunque lungi dall'essere conclusi: anzi, siccome in uno dei due si deve ancora celebrare l'appello, i difensori chiedono a gran voce che sia nominato un consulente d'ufficio, vale a dire che sia davvero indipendente dalla Procura, allo scopo di far emergere la verità delle cose, che cioè egli non è colpevole di nulla.

Insomma, tutto è ancora in piena discussione. Nonostante ciò - roba da non crederci - giunge ora notizia che la Corte dei Conti già nel 2009 aveva provveduto in primo grado a condannare Brega Massone a ben otto milioni di euro di risarcimento a favore dell'Erario per il danno all'immagine consumato attraverso i reati di cui si è reso colpevole: fra qualche settimana sarà celebrato l'appello. Cerchiamo di spiegare meglio l'assurdità di tale situazione che più assurda non potrebbe essere.

Brega Massone viene accusato di gravi delitti e per questo langue in carcere da circa sei anni, con grande difficoltà, fra l'altro, per la sua capacità difensiva: di fatto, di fronte ad accuse che hanno meritato addirittura la condanna all'ergastolo, egli non è in grado di difendersi in modo compiuto, perché non può fruire di un computer, come invece sarebbe necessario per consultare decine di migliaia di documenti, non può parlare liberamente con i propri difensori che hanno orari e tempi ristretti, non può confrontarsi in modo efficace con i propri accusatori.

Una cosa tuttavia è sicura: tutto è ancora in gioco, ogni fatto va ancora accertato, ogni giudizio può essere ribaltato. È allora logico e giusto che mentre ancora non c'è nulla di certo e definito, la Corte dei Conti sopraggiunga con una sentenza di questo genere, dando per assodati fatti che in realtà non lo sono per nulla e che potrebbero essere poi smentiti dal giudice penale? Non siamo forse di fronte all'ennesima ingiustizia perpetrata a carico del dottor Brega Massone?

C'è da dire che fino al 1989 esisteva un congegno processuale che garantiva che questa ingiustizia non fosse portata a termine: era cioè previsto che se il medesimo fatto fosse stato posto a base del giudizio penale e di quello amministrativo ( o civile), questo secondo giudizio doveva essere obbligatoriamente sospeso in attesa che il giudice penale accertasse i fatti in modo definitivo. Ed era logico e giusto che così fosse.

Poi una gran pensata del nostro legislatore ha condotto a eliminare questa sospensione - definita necessaria - rendendola solo facoltativa. E qui casca l'asino. Infatti, anche se non vige più l'obbligo di sospendere il giudizio contabile in attesa della conclusione di quello penale, rimane pur sempre possibile farlo in chiave di opportunità.

E di questa opportunità dovrebbero farsi carico i giudici contabili, sospendendo appunto il giudizio fino all'esito di quello penale. E invece no: avanti tutta con una furia degna di miglior causa, a costo non solo di rovinare una persona, ma di produrre mostruosità giuridiche impossibili poi da rimediare.

Poniamo infatti il caso - in via di pura ipotesi - che Brega Massone sia costretto a pagare questa iperbolica somma di otto milioni per danno ad una immagine - quella della Sanità pubblica lombarda - che tanto pulita proprio non ha mostrato di essere negli ultimi anni; cosa accadrebbe se fra due o tre anni egli fosse assolto, poniamo, con la formula "il fatto non sussiste"? Siccome egli sarebbe stato espropriato di ogni avere - il cui valore complessivo è comunque di gran lunga inferiore a quella somma -come fare a rendergli ciò che gli apparteneva? Del tutto impossibile.

Ecco dunque che si capisce bene la logica che sta alla base della opportuna sospensione del giudizio contabile: evitare simili assurdità e danni non riparabili a carico dei diretti interessati nel caso fossero riconosciuti innocenti. O forse dobbiamo desumere che la Corte dei Conti ne sappia più delle Corti di Milano e che - in forza di un potere profetico - conoscendo il futuro, sappia già con certezza quale sarà la decisione del giudice finale milanese? Forse che la fretta e la rapidità debbono qui prevalere, come sovente accade, sulla giustizia?

Ecco allora che sottoponiamo all'attenzione del nuovo Capo dello Stato questo problema, che se forse sarà piccolo di fronte ai grandi problemi di cui lui dovrà occuparsi, invece piccolo non potrà mai essere di fronte alla sua coscienza di uomo e di giurista. Per far presto, si può rischiare di essere gravemente ingiusti? Che egli dica a tutti, chiaro e forte - ed anche perciò alla Corte dei conti - di no: dica che la giustizia va sempre protetta da ogni fretta cieca e produttiva di gravi iniquità. Confidiamo dunque nel Capo dello Stato? Confidiamo.