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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 22 maggio 2025

Bagarre sul taglio degli emendamenti, le opposizioni insorgono. Deciderà la giunta. L’obiettivo della maggioranza è approvare tutto entro dicembre. Poi il referendum. A tappe forzate: l’11 giugno in aula al Senato deve arrivare la riforma delle carriere, costi quel che costi. Già la settimana scorsa la maggioranza aveva deciso che il testo arriverà in ogni caso per quella data, anche senza la fine della discussione in commissione e senza un relatore. Ieri è arrivato l’ennesima bastonata: Alberto Balboni (FdI) propone di usare “il canguro”, l’arma da fine del mondo degli incastri parlamentari, il meccanismo per cui gli emendamenti simili si possono accorpare ed eliminare con un solo colpo di spugna. A questa notizia sono ovviamente insorte le opposizioni, che hanno chiesto l’intervento urgente della Giunta per il regolamento, e il presidente del Senato ha detto sì. Con un però: “Per la verità c’è un precedente…”. Lo spiega Balboni: “Ho chiesto di applicare un parere del presidente Grasso del 2017”. All’epoca accadde che il canguro venne usato in commissione Sanità dalla maggioranza di centrosinistra. La giunta dunque verificherà, ma l’esito è scontato: il canguro distruggerà buona parte dei 500 emendamenti depositati.

Oggi, per la destra, arrivare all’approvazione al Senato della riforma della separazione delle carriere entro l’estate ha un’importanza pressoché vitale, perché il piano è di arrivare all’approvazione definitiva entro la fine dell’anno. Trattandosi di materia costituzionale, ed essendo quindi necessarie due letture per ciascun ramo del parlamento, in autunno ci sarebbe tutto il tempo per concentrarsi sui secondi round a Montecitorio e a palazzo Madama e chiudere la partita nei tempi previsti. Dopo, visto che la maggioranza qualificata non appare un orizzonte possibile, comincerà la campagna referendaria. Qui l’Associazione nazionale magistrati ha già annunciato che sarà della partita in maniera pesante, con tanto di costituzione di un comitato per il no. In attesa di questi sviluppi, comunque, resta la partita parlamentare, che maggioranza e governo vivono quasi come un fastidioso obbligo da superare quanto prima.

“In quest’aula - ha detto Francesco Boccia del Pd riferendosi al Senato- non è mai stato utilizzato il canguro per una riforma costituzionale. Noi sappiamo che questa maggioranza non sente sulla pelle la nostra Costituzione, lo abbiamo verificato quando abbiamo discusso di Premierato e Autonomia differenziata. Ma non consentiremo che le Commissioni parlamentari siano considerate proprietà della maggioranza. Non si può chiudere qualsiasi dibattito con i muscoli dei numeri”. Per Peppe De Cristofaro di Avs siamo di fronte a “una delle scene più pietose di un parlamento ormai piegato all’arroganza delle forze di maggioranza”, mentre la vicepresidente del gruppo M5s Alessandra Maiorino racconta che “in commissione si è quasi venuti alle mani. Il clima è ormai irrespirabile”. Alle scontate difese della destra (Giulia Bongiorno: “Un successo fisiologico e privo di forzature”. Francesco Paolo Sisto, Forza Italia: “La democrazia è fatta di numeri”) si è aggiunta nel pomeriggio anche una lettera dei capigruppo delle opposizioni per invocare l’intervento della Giunta. E La Russa ha così avuto modo di chiosare: “La questione sarà esaminata dalla Giunta del regolamento. Facciamola decidere democraticamente. Quello che è certo è che l’ostruzionismo in democrazia è lecito ed è altrettanto lecito che si utilizzino tutte le forme consentite dal regolamento per contrastarlo”.

Il problema è che tra canguri, tagliole, partiti di maggioranza che in parlamento non intervengono mai se non per la propria, scontatissima, dichiarazione di voto, la riforma della giustizia non è mai stata al centro di un vero e proprio dibattito né alla Camera né al Senato. Ci sarà tempo durante la campagna referendaria, di sicuro. Ma intanto il treno della riforma continua la sua corsa nel silenzio. Senza interruzioni né ripensamenti.