di Francesco Grignetti
La Stampa, 1 novembre 2024
La maggioranza prepara delle linee guida sui reati che dovranno essere perseguiti per primi. Una norma “non vincolante” rilanciata da Forza Italia, da affiancare alla riforma della giustizia. Non c’è in arrivo solo la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere per i magistrati. Nel corso del 2025 la maggioranza varerà in Parlamento anche un Atto di indirizzo sull’ordine di priorità dei reati da perseguire. Conferma il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto: “È ora che il Parlamento faccia la sua parte. Alle Camere sta maturando l’orientamento su quali reati sono da considerarsi prioritari. Ma non sarà un atto vincolante. Le procure avranno il modo di declinare gli indirizzi secondo le esigenze territoriali”.
Quali reati vanno in cima all’agenda, quali in coda. Ecco che cosa dirà l’Atto di indirizzo del Parlamento alle procure. Ben sapendo che se un reato finisce in fondo, con la mole di lavoro che c’è, e i paurosi vuoti di organico sia tra i magistrati che tra il personale amministrativo, quel reato molto difficilmente sarà indagato fino in fondo e la sua sorte sarà di una inevitabile prescrizione.
Politicamente parlando, è chiaro che Atto di indirizzo e separazione delle carriere sono due cose diverse, ma che l’una cosa inevitabilmente avrà un effetto sull’altra. Anche la genesi dei due provvedimenti è molto diversa. La separazione delle carriere infatti nasce dal programma del governo Meloni e per quasi un anno la premier ha traccheggiato, pensando più importante e urgente il premierato. Poi però le cose sono cambiate. Gli scontri con i magistrati sono ormai all’ordine del giorno. E così la separazione delle carriere ha preso il sopravvento: sarà in Aula alla Camera il 26 novembre e il governo punta ad incassare il voto entro Natale.
L’Atto di indirizzo, invece, nasce in tutt’altra stagione, cioè con il governo Draghi. Porta la firma dell’ex ministra Marta Cartabia, e dietro c’era una maggioranza trasversale ed eterogenea. Unica a fare opposizione era Giorgia Meloni. Che ora però si ritrova a gestire gli aspetti più delicati di quella riforma. Non sfugge infatti la complessità di questo passaggio. L’Atto di indirizzo che affida alla politica le scelte più delicate in materia di giustizia, e le sfila al Csm e alle procure, era una bomba ad orologeria che non ha ticchettato per un paio di anni. Nasceva da una legge delega del settembre 2021, perfezionata nei mesi seguenti. Poi più nulla. Tutto dimenticato. Anche se è legge dello Stato.
A dargli nuovo impulso ci ha provato il senatore Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, che un anno fa ha depositato un suo ddl. Ora dice: “Siamo in una situazione paradossale che ha lasciato nei guai i procuratori stessi. Premesso che l’obbligatorietà dell’azione penale è una finzione, perché lo sanno tutti che vanno fatte delle scelte su quali reati perseguire e quali no, dieci anni fa ci furono dapprima le circolari dei singoli procuratori (il primo fu il procuratore Marcello Maddalena a Torino) e poi una circolare generale del Consiglio superiore della magistratura. Con la riforma Cartabia, però, dal 2022 quella circolare è decaduta perché la nuova legge è chiara. Tocca alla politica dare gli indirizzi. Peccato che però la politica stessa, che si era riservata questo potere, poi non l’abbia esercitato”.
Il ddl Zanettin ha camminato finora con estrema lentezza. La commissione Giustizia del Senato ha svolto anche parecchie audizioni sul merito, ma era chiaro a tutti che il governo non spingeva. Fino a qualche giorno fa. Nel corso di una riunione, Zanettin ha ricordato per l’ennesima volta agli altri partiti di maggioranza che c’era questa questione in sospeso. E di colpo ha avvertito una certa effervescenza.
“Se il governo ci mette la testa - dice - possiamo fare anche presto. Sul merito di quali reati mettere in testa all’ordine di priorità e quali in fondo, poi, possiamo confrontarci. Io qualche caso concreto l’ho messo per iscritto nel mio ddl, ma dev’essere il governo a darci le statistiche più aggiornate. Poi, chiaro, mi aspetto i soliti attacchi del M5S sul Zanettin cattivo che colpisce i fragili e i deboli a scapito dei colletti bianchi”.
E vediamo allora su quali criteri si sta ragionando in Parlamento. C’era una griglia di partenza già nella riforma Cartabia. Tre i criteri preminenti: gravità dei fatti, anche in relazione alla specifica realtà criminale del territorio e alle esigenze di protezione della popolazione; tutela della persona offesa in situazioni di violenza domestica, o di genere e di minorata difesa; offensività in concreto del reato, da valutare anche in relazione alla condotta della persona offesa e al danno patrimoniale e/o non patrimoniale ad essa arrecato.
A questi criteri generali, Zanettin propone di aggiungere alcuni reati per lui particolarmente odiosi: diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; lesioni personali a un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico in occasione di manifestazioni sportive, nonché a personale esercente una professione sanitaria o sociosanitaria; costrizione o induzione al matrimonio. Il relatore Sergio Rastrelli, FdI, ha proposto di considerare prioritari tutti i reati contro le donne, quelli contenuti nel cosiddetto Codice rosso. E da qui si riparte.










