di Cesate Goretti
Il Garantista, 21 marzo 2015
Ringraziare i vari Ercole o i vari Lupi, è sicuramente eccessivo. Ma forse è anche grazie a loro che possiamo compiacerci di una novità: il dibattito sui rimedi all'attività criminale che lega concussori, corrotti, corruttori, sta uscendo dalla logica manettara dell'aumento delle pene e della proliferazione di leggi inutili. E sta emergendo un nuovo modo di sciogliere i diversi grovigli che generano la corruzione nel nostro Paese.
Può essere infatti più che giusto, come fa il Presidente del Senato Grasso nel disegno di legge che ha presentato all'inizio della legislatura, proporre di servirsi di concussori o corruttori di basso livello, per scoperchiare le pentole dei signori della mazzetta. Ed è sicuramente indispensabile immaginare che i vertici della burocrazia non possano occupare la stessa poltrona a tempo indeterminato. Unico modo per prevenire l'allacciarsi di vincoli pericolosi. Ma a questi rimedi repressivi o preventivi occorre aggiungere qualcosa di efficace su cui nessuno si è ancora pronunciato: il rovesciamento del rapporto tra burocrazia e cittadino.
Chiunque debba domandare una delle innumerevoli autorizzazioni burocratiche che ci affliggono, si trova di fronte agli innumerevoli gironi infernali danteschi delle scartoffie e degli iter senza fine. Qual è il mostro che li ha generati, e di cui la Medusa della burocrazia è figlia? Un principio che si può sinteticamente illustrare e spiegare con la frase che il Marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi dice a un poveraccio nell'omonimo film: "Io sò io e tu non sei un cazzo...".
In Italia lo Stato è tutto e il cittadino, di fronte allo Stato, non è niente. E un principio che abbiamo ereditato dal Fascismo e che capovolge il fondamento dello Stato Liberale, dove il cittadino è tutto e lo Stato è un suo dipendente. Ma, vi chiederete, come si traduce questo fondamento dello Stato autoritario nella corruzione che ci affligge?
Risposta semplice: quando il cittadino ha un obbligo verso lo Stato (tassa, multa, bolletta, ecc.) se non rispetta i tempi stabiliti per fare quello che deve viene penalizzato. Pagherà una tassa o una multa maggiorata, verrà espropriato di un bene relativo, perderà il diritto ad esercitare una attività o una professione. In gergo tecnico i termini di pagamento o di rinnovo di autorizzazioni sono indicati dalle leggi che regolamentano la materia come "perentori". Se è lo stato invece a non rispettare i termini del servizio che deve offrire, non è soggetto a sanzioni e, pur essendo definiti per legge i tempi entro i quali devono essere erogati permessi o prestazioni, le norme relative diventano solamente "ordinatorie". Così, un imprenditore che ha investito decine di migliaia di euro nella sua attività, e che deve aspettare le certificazioni (ad esempio) di igiene, sicurezza, rispetto ambientale, rischia di dover aspettare all'infinito per aprire il suo cantiere o il suo negozio. E intanto rischia di fallire.
Per sveltire queste autorizzazioni cosa farebbe qualsiasi buon padre di famiglia? Pagherebbe una mazzetta ovviamente. Anche perché non avrebbe alternative. Infatti per ottenere anche solo una prima udienza dal Tar o dal Tribunale ordinario, a cui rivolgersi per far rispettare i propri diritti, dovrebbe aspettare almeno diversi mesi, e non avrebbe alcuna certezza su tempi e esito processuale della vicenda. Cosa occorre allora per rimediare a questa situazione?
Quattro articoli di legge semplici semplici: "Articolo 1: dall'entrata in vigore della presente legge tutti i termini ordinatori elencati in qualsiasi norma che riguardi la Pubblica Amministrazione divengono perentori. Art. 2. Qualsiasi autorizzazione data o rifiutata oltre i termini previsti dalla legge, comporterà il pagamento di una multa di un centesimo di euro a carico del dirigente dell'ufficio a cui è diretta la pratica, o del dirigente responsabile dell'ufficio in cui la pratica è rimasta ferma. Art. 3 Qualsiasi rifiuto di rilasciare un permesso, fermi restando i criteri stabiliti agli articoli 1) e 2) della presente legge, deve essere motivato per iscritto in modo semplice, essenziale, e facilmente comprensibile. Articolo 4) Nel caso in cui le ragioni di tale rifiuto dovessero essere riconosciute ingiuste o immotivate dal Tar, dal Consiglio di Stato o da un Tribunale Ordinario, il redattore del rifiuto pagherà una multa di 1.000 euro. Così non solo si ristabilirebbe il principio di parità tra Stato e cittadino, ma nessuno potrebbe essere costretto a pagare mazzette.










