di Errico Novi
Il Garantista, 4 febbraio 2015
È davvero in ordine il quadro delle garanzie? O l'estensione delle misure antimafia ad altre tipologie di reato modifica in modo sottile e invisibile i diritti della difesa? Ecco le domande a cui governo e parlamento non riescono a rispondere, tanto da rimanere esposti alla controriforma della giustizia proposta da Gratteri. Le Camere Penali Italiane inaugurano il loro anno giudiziario.
Venerdì e sabato l'Unione Camere penali italiane riunisce a Palermo rappresentanti dell'esecutivo, dell'avvocatura e della magistratura per cercale di guardare in controluce; l'effetto di una politica giudiziaria non riducibile allo schema dei 12 punti presentato a fino giugno dal governo. C'è di mezzo anche l'iniziativa parlamentare, che propone soluzioni più restrittive. Ci sono alcune norme definite dallo stesso governo che hanno assecondato la logica della reazione immediata all'allarme del momento. Ma c'è soprattutto un pacchetto di interventi ipotizzato dalla Commissione presieduta dal procuratore di Reggio Nicola Gratteri.
Nelle inaugurazioni "ufficiali" dell'anno giudiziario, celebrate lo scorsa settimana, nessuno ha osato offrire un quadro pacificato e rassicurante del sistema giustizia, Neppure il guardasigilli Andrea Orlando: che ha presentato la riforma avviata dal governo come una sfida ancora da portare a compimento. Venerdì e sabato l'Unione Camere penali italiane riunisce a Palermo rappresentanti dell'esecutivo, dell'avvocatura e della magistratura per fare il punto sulla situazione. E per cercare di guardare in controluce l'effetto di una politica giudiziaria non riducibile allo schema dei 12 punti presentato a fine giugno dal premier Renzi e dal ministro Orlando. C'è di mezzo anche l'iniziativa parlamentare, che propone soluzioni in alcuni casi più restrittive di quelle previste da quella tabella.
Ci sono alcune norme - definite dallo stesso governo che in alcuni casi hanno assecondato la logica della reazione immediata all'allarme del momento. Ma c'è soprattutto un pacchetto di interventi ipotizzato dalla Commissiono nazionale insediata a Palazzo Chigi e presieduta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. Lì si condensa un orizzonte di riforma del processo penale devastante, non ancora del tutto scongiurato. È un quadro ancora costellato di insidie e segnato da pericoli già attuali per il sistema delle garanzie. Ed è da questo che i penalisti partiranno. Qui di seguito proponiamo la "tesi congressuale" proposta dall'Ucpi, attorno a cui si svolgerà la due giorni palermitana.
La controriforma resta in agguato
Tramontato, da un lato, il fattore B ("B" come Berlusconi), che aveva bloccato il dialogo sulla giustizia all'intorno di una contesa a volto strumentalo ma in ogni caso asfittica, ed indebolito, dall'altro, o in crisi di consensi il fattore M ("M" come Magistratura), la politica sembra essersi alleggerita di due fatali condizionamenti e sembra cercare un suo nuovo spazio di manovra. Sebbene "alleggerita" dal giogo di questi due fattori, la politica resta tuttavia debole e lancia segnali contraddittori: il 21 dicembre 2014 il presidente del Consiglio, rimproverato da Anm per il ritardo o la debolezza del suo intervento legislativo sulla corruzione, ammonisco la magistratura ricordando che "i giudici devono fare lo sentenze, ma le leggi lo fa il Parlamento", dimenticando forse di aver messo pochi mesi prima, lui stesso, a Palazzo Chigi un procuratore antimafia a farle quelle leggi, e a dirigere una Commissione per le riforme del processo penale.
E infatti, su questo scenario composito od inquieto, noi quale il ministro della Giustizia gioca il suo difficile ruolo di mediatore, il dottor Nicola Gratteri cala ad effetto i suoi 130 articoli della "riforma antimafia", proponendone la promulgazione per decreto legge. Il tema è il seguente: lo strumento antimafia si presta, duttile ed invasivo, anche alla repressione di altri reati corno gli odiosi reati di corruzione. Ciò che aveva già tentato con successo, in via giurisprudenzial-creativa, la Procura romana, trova ora una autorevole sponda normativa.
Alla politica manca ancora autonomia
La politica stenta dunque a trovare un suo passo, a riprendersi tutto il terreno di azione che le è stato sottratto (o al quale aveva da tempo rinunciato), resta debole anche perché ovunque aggredibile - come dimostrano molte clamorose indagini sulla corruzione, da Venezia a Milano a Roma - a causa della sua scarsa adesione alla moralità ed alla legalità.
Ed è per questo che la Politica potrà impossessarsi con autorevolezza della scena istituzionale e sociale solo quando smetterà di chiedere alla magistratura di farsi garante, al suo posto, della propria legalità e della legalità delle sue amministrazioni territoriali (vedi Palermo e vedi Roma e i casi Contrafatto e Sabella).
E quando avrà un progetto di riforma, anche ordinamentale, del processo penale che finalmente separi ciò che è ontologicamente e costituzionalmente da separare, nel nome della terzietà del giudice. E quando avrà un progetto di riforma del processo e del diritto penale complessivo ed organico, abbandonando le logiche estemporanee, e cessando di "inseguire" l'opinione pubblica sul piano dell'insicurezza inoculata dalla cronaca giudiziaria, finalmente costruendo il consenso su di una propria idea di processo, liberale, moderna, fondata su idee condiviso, la cui condivisione nasca dalla consapevolezza di quello che sono le possibili funzioni sociali del processo, costruita pertanto sulla corretta informazione e sulla conoscenza di dati che sono spesso svalutati, dimenticati, se non tenuti nascosti, dai quali emerge - ad esempio - che il recupero dei rei costa meno in termini economici od in termini sociali di una cieca repressione; che i rimedi restitutori costano nel loro complesso al Paese più di quanto sarebbe necessario per avere un processo più equo e più spedito; che i diritti o lo garanzie dogli imputati sono il fondamento dei diritti, dello garanzie, od in fin dei conti, della libertà di tutti i cittadini.
È nel maturare di questi scenari e nel consolidarsi di queste prospettive contraddittorie che l'Unione, sotto l'auspicio di un titolo suggestivo od ambizioso, "Inauguriamo la Giustizia del Futuro", vara il progetto della sua inaugurazione dell'Anno Giudiziario (Palermo 6/7 febbraio 2015).
Molto vi sarà da dire sul tipo di processo che le riforme propongono e sui rimedi contraddittori o sposso troppo antichi con i quali si intendono affrontare i problemi della crisi epocale del reato e della pena e al tempo stesso i nuovi e drammatici fenomeni che danno assalto alla contemporaneità (dai reati ambientali e dalla corruzione capillarmente diffusa sul territorio, ai foreign figthers e al terrorismo internazionale). Sul piano delle strategie normative qualcuno parla di "ingorgo", ma il problema non è quello del traffico eccessivo delle norme pensate per riformare o per "salvare" il processo penale, ma dulie visioni del mondo che sono in gioco.
Il doppio volto del "nuovo" processo
Tenere dritta la barra delle riforme sulla rotta del "giusto processo", impedendo che le garanzie difensive vengano erose, ed il processo penale venga stravolto e imbarbarito, è compito difficile in una situazione così complessa, la cui lettura sembra imporre strumenti di decifrazione inediti ed una visione strategica del tutto nuova. Cosa succede nel profondo? Quali spazi vanno ad occupare lo riforme e soprattutto quale idea, invisibile e opaca, le governa? In che modo i mezzi si stanno trasformando in fini? Como avviene che le strategie della giustizia del futuro vadano dislocando le politiche repressive al di fuori dei consueti orizzonti e degli spazi costituzionalmente presidiati del "giusto processo", su quel terreno ancora aperto delle misure di prevenzione, delle misure patrimoniali, delle confische allargate e per equivalente? È questa la giustizia del futuro? La giustizia dei mezzi trasformati in fini nella quale la cittadella del Giusto Processo viene abbandonata come fosse il luogo obsoleto e ridondante di inutili prospettive dove non si gioca più la partita delle nostre libertà?
Dove si gioca il futuro del processo? In quei pochi processi di rilievo nazionale nobilmente governati dallo statuto del contraddittorio, presidiati dai media, dove la professionalità di giudici, pubblici accusatori e avvocati confronta alte visioni del mondo, e dove si vanno formando e sgrossando le deformanti e performanti giurisprudenze del futuro (su principio di precauzione, dolo e colpa eventuali)?
O si forma invece nei mille Tribunali di provincia, nelle mille aule di tanti più oscuri circondari non illuminati dai media, dove non brillano né le garanzie (turlupinate dalla speditezza del rito e dalla insofferenza dei giudici), né le toghe, e la giurisprudenza che si forma è quella di un processo approssimativo e malsano che non induce a facili ottimismi? Si riorganizza intorno ad una sostanziale progressiva marginalizzazione della funzione difensiva e ad una continua erosione della sua intangibilità, intorno ad una sorta di visione "negazionista" della sua rilevanza storica e della sua funzione sociale?
Si forma e si cristallizza in quei tanti processi nei quali non è più la custodia ad essere strumento eventuale e residuale del processo, ma nei quali è il tipo di processo a seguire e a servire la custodia, a dipenderne interamente, così che la misura cautelare finisce con l'essere prodotta dalla necessità del processo e del rito e non viceversa? O si va definendo intorno a quel variegato nucleo di riforme che sembrano assecondare una "fuga" dal processo stesso, una rinuncia al valore del contraddittorio, una preferenza per ciò che è pura applicazione della pena, affare sbrigativo, confessione, risarcimento ed emenda?
Diritti negati e conti da pagare
Se così fosse vedremo desertificati gli spazi del "giusto ed equo processo", e dove il contraddittorio resisterà sarà scoraggiato dai tempi processuali indebitamente allungati da prescrizioni interrotte o sospese, di fase in fase, di impugnazione in impugnazione. E vedremo poi strumenti "restitutori" prendere il posto dei veri processi. Vedremo enormi e dispendiose macchine processual-riparatorie, insufflate con
risorse ingenti, umane ed economiche, messe su per rimediare ai danni (ingiuste detenzioni, durata irragionevole dei processi) che il processo stesso ha determinato. Non un processo nel quale il giusto è equamente distribuito fra i cittadini, ma un giusto concentrato in pochi processi, e per ciò stesso deformato dalle aspettative, produttivo di giurisprudenze estreme, maturate nelle tensioni del singolo e spesso irripetibile caso concreto.
Un teatro giudiziario aperto a poche esibizioni di pregio, aristocratico e produttivo di leading case, e per il resto fatto di modeste messe in scena per una utenza massificata, di imputati e di avvocati, indistinta e mortificata. E su tutto questo si fa invece strada una gestione sapiente, tecnocratica, economicista ed efficiente della giustizia futura, che si colloca su scenari sovranazionali di lotta al crimine economico, che nel nostro Paese si colora inevitabilmente di un glamour anti-mafioso, e che nella luce di questo fenomeno indistintamente legge e reprime tutti i fenomeni criminosi di pregio.
Misure patrimoniali, una giustizia parallela
Questa progressiva espansione degli strumenti tipici del contrasto alla criminalità organizzata (fatta propria dall'articolo 4 del Ddl che estende l'ambito applicativo della disciplina del codice delle leggi antimafia e dell'articolo 12-sexies del decreto legge 306/1992), e la dislocazione degli strumenti propri delle misure di prevenzione in ambiti tanto inconsueti quanto estesi, sembra dimostrare come si persegua un disegno di evidente spostamento delle strategie di riforma del processo penale, dallo spazio coperto e presidiato dallo statuto della prova e delle relative garanzie, allo spazio non garantito, consegnato alla devastante, autoritaria, efficiente, insidiosa ed invasiva applicazione delle misure patrimoniali.
Quelli che erano i mezzi e gli strumenti attraverso i quali si perseguivano in via accessoria finalità di lotta al crimine economico, alla sottrazione di capitali intrinsecamente produttivi di nuovi illeciti, si trasformano ora in fini dell'azione giudiziaria e del riordino sociale ed economico. In un'ottica interamente "governamentale" il processo così concepito non si limita ad estirpare il male, ma persegue la riorganizzazione del bene.
L'investimento della repressione penale sembra spostarsi dunque, tanto intenzionalmente quanto silenziosamente, dal terreno più garantito della libertà personale a quello visibilmente disarmato del patrimonio, la cui incauta aggressione apparo produttiva di effetti sociali, culturali ed economici altrettanto gravi, il che impone un ripensamento ampio, approfondito e penetrante della tutela di diritti in parte dimenticati, o a volte marginalizzati, per ricomporre le garanzie di libertà, di tutte le libertà personali e patrimoniali, nell'ambito di una tutela costituzionale ancora più avanzata e rafforzata del "giusto processo".










