di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 19 aprile 2015
Fa un certo effetto contemplare il dottor Bruti Liberati e il dottor Pignatone, rispettivamente Procuratore della Repubblica di Milano e di Roma, dialogare insieme davanti a giornalisti e telecamere, proponendo modifiche, integrazioni, aggiustamenti di vario genere al disegno di legge sulle intercettazioni. E ciò non perché non siano bravi o perché non siano interessanti o convincenti le loro osservazioni o, ancora, perché debbano essere estromessi dal dibattito pubblico per una qualche oscura motivazione.
Il fatto è molto più semplice ma allo stesso tempo importante. Ed è che questi illustri magistrati non sono persone qualunque, ma appunto appartengono all'ordine giudiziario nei suoi vertici, vale a dire a quell'ordine al quale è attribuito il compito di interpretare e applicare la legge e che, in uno Stato di diritto, non può in alcun modo interloquire con gli organi che invece sono deputati al confezionamento dei testi di legge.
Anche un bambino sa, infatti, che nella cornice dello Stato di diritto gli organi che fanno le leggi non possono applicarle e quelli che le applicano non possono farle.
Invece, in Italia, tutto è possibile, ma anche il suo contrario: e perciò accade come nulla fosse che gli organi incaricati di applicare le leggi indicano, per esempio, una bella conferenza stampa nel corso della quale non solo comunichino all'opinione pubblica le loro critiche ai testi di legge all'esame del Parlamento, ma anche si spingano fino ad introdurre nuove e diverse proposte: sicché, da un certo punto di vista, potrebbe dirsi che ci troviamo in presenza di una nuova forma di iniziativa legislativa ad uso dell'Associazione Nazionale Magistrati o di singoli alti magistrati auto-investiti di questo nuovo potere non previsto ed anzi escluso dalla Costituzione.
Non dico certo che i magistrati debbano tacere o non possano esprimere il loro punto di vista come chiunque altro, ma soltanto che dovrebbero farlo, proprio perché esercitano un potere di rango costituzionale e perciò limitato dagli altri poteri, nelle sedi e nei modi acconci. In particolare, un singolo magistrato potrebbe tranquillamente scrivere un articolo su una rivista specializzata oppure su un quotidiano, esprimendo le proprie perplessità o i propri e legittimi punti di vi-
sta su un certo disegno di legge: ci mancherebbe che non potesse farlo! L'Associazione nazionale magistrati, se proprio occorresse, potrebbe anche chiedere un'audizione presso la competente Commissione parlamentare, allo scopo di avanzare proposte o critiche. Ma nulla di più dovrebbe essere reputato lecito o possibile, se non a patto di dover registrare, come oggi invece accade, continue interferenze messe in atto dall'ordine giudiziario nei confronti di quello legislativo.
Il bello è che queste interferenze vengono consumate quotidianamente ai più vari livelli nella indifferenza generale, senza cioè che nessuno lo faccia debitamente notare o faccia qualcosa per evitarlo. Conosco già l'obiezione: e cioè che anche i magistrati, come qualunque altro essere umano, hanno diritto di manifestare il loro pensiero a proposito di qualunque aspetto della vita pubblica, pur attinente alle nuove proposte di legge e che tale diritto è costituzionalmente riconosciuto e tutelato. Vero, verissimo. Tuttavia, è anche vero che tale diritto viene riconosciuto e tutelato a favore di tutti i soggetti in qualità appunto di cittadini e, prima ancora, di esseri umani, non certo a favore di organi istituzionali, quali Procure o Tribunali.
Che perciò singoli magistrati, come sopra notato, ne usino nell'ambito di un convegno o scrivendo su riviste o giornali non solo è lecito, ma è anche auspicabile - non essendo in alcun modo conculcabile il diritto di esprimere il proprio pensiero; che invece una Procura o un Tribunale intendano interloquire attraverso i loro capi in forma ufficiale e pubblica è cosa che desta sconcerto, in quanto produce un grave vulnus istituzionale. Che perciò parlino a gran voce e critichino - anche duramente - i magistrati qualunque progetto di legge, in qualità appunto di esseri umani; me che lo facciano in prima persona, al modo di tutti, con il necessario coraggio e senza nascondersi dietro la toga. Come uomini, insomma: e non come capi di un ufficio giudiziario, qualunque esso sia.










