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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 1 aprile 2015

 

"Negli Stati Uniti il magistrato si tiene le intercettazioni ben strette nel proprio cassetto". Così il giornalista Federico Rampini nella trasmissione Piazza pulita, ricorda, dal Paese in cui vive e lavora, l'anomalia italiana paragonata a un sistema, come quello americano, dove in uno spazio dieci volte più grande, il numero complessivo delle intercettazioni è pari alla metà di quelle italiano.

E del resto, non occorre andare lontano per avere l'esempio di un magistrato che di recente è stato capace di "tenere ben strette nel proprio cassetto" le intercettazioni che lui stesso aveva disposto. Parliamo del Procuratore aggiungo di Venezia Carlo Nordio, che è riuscito a condurre un'inchiesta colossale come quella sul Mose senza che neppure una riga fosse sfuggita dalle maglie del segreto investigativo, intercettazioni comprese.

Il che significa che è possibile evitare lo "sputtanamento", soprattutto di persone non indagate, purché il magistrato, che è il custode naturale della riservatezza delle indagini, lo voglia. E quindi, a contrario, ogni volta che la notizia scappa, significa che il magistrato, prima di tutto (e con lui le forze dell'ordine che dipendono dal Pm) lo ha voluto. Intercettazioni depositate in edicola, si dice, con ammiccamento complice, tra giornalisti.

È capitato, buon ultimo, a un esponente del Pd, Massimo D'Alema, non uno qualunque, ma che ha il torto di non essere sull'inginocchiatoio davanti a San Matteo. Sadicamente, e con un po' di malizia, avremmo preferito che la vittima dell'ennesimo circo mediatico-giudiziario fosse un amico del premier Renzi, secondo il detto del "chi la fa l'aspetti". Perché questo problema delle intercettazioni in edicola in genere viene preso a cuore solo da chi lo subisce e dai propri amici. Inoltre gli argomenti usati per lo "sputtanamento", soprattutto del personaggio politico, sono sempre quelli più adatti a suscitare invidia sociale, dal posto di lavoro per il figlio o l'orologio di valore simbolico come il Rolex (se così non fosse non esisterebbero i falsi ), come nel caso di Maurizio Lupi, o le bottiglie di vino pregiato come nel caso di Massimo D'Alema.

Lo "sputtanamento" è costruito ad hoc per istigare i cittadini all'odio e all'invidia. Il personaggio individuato serve da cappello su inchieste che spesso non conquisterebbero le prime pagine (con conseguente tam tam televisivo e sui social ) senza "il nome" del politico da rosolare. E qui si apre un problema di politica giudiziaria molto serio.

Da un po' di tempo i magistrati delle indagini preliminari hanno introdotto il costume di allegare all'ordinanza di custodia cautelare il testo delle intercettazioni. Il documento complessivo è "a disposizione delle parti", il che non vuol dire che siano atti pubblici. Ma ormai è come se lo fossero, perché magistrati e forze dell'ordine li distribuiscono a piene mani ai giornalisti dietro l'alibi che i responsabili di queste propalazioni potrebbero anche essere gli avvocati.

Ma quale difensore avrebbe interesse a rendere pubbliche intere pagine che danneggiano il loro assistito? La risposta è ovvia. Inoltre, in mezzo alle intercettazioni, ne viene allegata abilmente qualcuna che riguarda un uomo politico famoso, che non è indagato, che spesso non è neppure intercettato (come nel caso di D'Alema), ma di cui parlano altri. Che cosa si imputa, con titoloni e strilli, al non indagato che diviene immediatamente un imputato al Tribunale del popolo? Il "comportamento".

Il re dei cattivi comportamenti resta sempre Silvio Berlusconi, e giù moralismi a palate. Ma insomma, anche Lupi e D'Alema: era opportuno che... e giù moraleggiando. A nessuno (o quasi) viene in mente di considerare che il magistrato dovrebbe limitarsi, se proprio deve, ad allegare all'ordinanza solo le intercettazioni relative alla commissione di reati, e non ai comportamenti, soprattutto se di persone estranee. E comunque che dovrebbe tenerle ben strette nel proprio cassetto, come Nordio e tutti i magistrati Usa insegnano.

Purtroppo queste questioni non riguardano più solo il mondo della politica, come insegna tutto quanto il processo a Massimo Bossetti, che è già diventato il processo della pubblica moralità, di cui sono diventate vittime, oltre all'imputato, tutte le donne della sua famiglia, nella cui vita affettiva e sessuale si fruga con rara morbosità, in modo che tutti noi "spettatori" possiamo sentirci più virtuosi. Il problema delle intercettazioni (una volta erano i verbali d'interrogatorio ) in edicola non ha soluzione, purtroppo.

Perché ogni volta che il Parlamento o un Governo cercano di metterci mano, partono sempre con il cercare di erogare sanzioni all'utilizzatore finale, il giornalista, arrivando persino a tentare di punirlo con il carcere. Si sa già come va poi a finire, con i sindacati, gli articoli ventuno, le "se non ora quando", tutti a protestare con il bavaglio sulla bocca e la cosa finisce in niente. Del resto una parte (ma solo una parte) di ragione i giornalisti l'hanno, perché il cane cui viene dato l'osso, come fa a non rosicchiarlo?

L'unica punizione che veramente meriterebbero certi giornalisti è di essere intercettati, non solo al telefono, anche in camera da letto o sulla Comasina, che è una strada abitualmente popolata da prostitute. Per il resto, l'unico che dovrebbe essere sanzionato (ma da chi? Dai suoi colleghi?) è il naturale custode della notizia, colui che l'ha prodotta e che dovrebbe tenerla "ben stretta nel proprio cassetto". Ecco perché il problema non ha soluzione, ecco perché è inutile lamentarsi, caro compagno D'Alema. Benvenuto tra noi.