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di Riccardo Bastianello

 

Ansa, 26 febbraio 2015

 

Chiede di non essere dimenticato, che i fari dei media non si spengano, perché lui è innocente, con l'omicidio di Ilaria Alpi non c'entra, con una storia "che mi ha rubato un pezzo di vita". È un gigante di due metri d'altezza Omar Hashi Hassan, il somalo 41enne accusato di essere l'assassino della giornalista Rai e dell'operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Alcune settimane fa il connazionale Ahmed Ali Rege, detto "Jelle", il suo accusatore, ha ritrattato tutto dicendo di essere stato pagato per mentire.

Hassan ha accettato di parlare con l'Ansa mentre si trovava in permesso premio alla casa di accoglienza "Piccoli Passi" di Limena (Padova). "Ho bisogno - dice - del vostro aiuto, sono quasi 16 anni che sono in galera, dimenticato da tutti. Solo grazie al lavoro dei giornalisti la verità sta venendo a galla. Vi chiedo solo, fino a quando non riapriranno il processo, di non dimenticarmi. Questa è l'unica cosa di cui ho bisogno".

Come si sente adesso che la verità sta venendo a galla? "Sono quasi 16 anni - risponde - che sono in carcere, 17 dall'inizio del processo. Un pezzo di vita trascorso in carcere ingiustamente. Dal primo giorno dico a tutti che sono innocente e che i testimoni erano falsi ma nessuno mi ha creduto. Finalmente, grazie a dei giornalisti coraggiosi, ora è chiaro a tutti che dicevo la verità". Ha continuato a sperare per tutto questo tempo o si era ormai rassegnato ad una carcerazione ingiusta? "Il carcere è sempre brutto, anche se si è colpevoli. Ma starci da innocente è tremendo. La preghiera e il coraggio mi hanno sostenuto, la fiducia che un giorno Dio avrebbe visto la verità. Avevo una sola speranza: che prima o poi arrivasse una persona coraggiosa a svelare l'inganno. Questa era la mia unica possibilità e non dimenticherò mai chi mi sta aiutando". Perché, secondo lei, Rage ha mentito?

"Lui ha detto che era stato pagato ma non so chi e perché. Purtroppo in Somalia c'era la guerra civile e bastava offrire qualche soldo a qualcuno e chiunque avrebbe detto qualsiasi cosa". Riesce ad immaginare chi possa averlo pagato e perché? "Non ho idea veramente, solo lui lo sa". È tutta colpa di Rege quindi o sono stati commessi altri errori in questa vicenda?

"Sì, quelli del pm. Il pm non è giudice ma è la pubblica accusa. Quindi quando raccoglie una informazione non dovrebbe poter condannare nessuno sulla base della dichiarazione di una persona che non conosce nemmeno. È una cosa illegale. Eppure a me è capitato proprio questo". La politica ha fatto qualcosa in questi anni per aiutarla?

"La politica mi ha abbandonato. Non parlatemi dei parlamentari. Avevano fatto una commissione parlamentare di inchiesta nel 2004 e Taormina e Bindi avevano detto che appena finita la commissione avrei potuto chiedere la revisione del processo. Entrambi mi hanno anche mostrato la registrazione audio con le dichiarazione di Jelle che provavano che lui aveva detto il falso. Erano loro gli unici che poteva fare qualcosa ma visto che sono extracomunitario e non conto niente, allora non hanno fatto niente".

Sarebbe andata diversamente se fosse stato italiano? "Certo. Non possono condannare una persona sulla base di una dichiarazione falsa. Se ero italiano o europeo questo non succedeva. Come può accadere una cosa del genere? Purtroppo il governo in Somalia non c'è e nessuno ha potuto parlare con il governo italiano. E questo ha complicato le cose".

C'è stato qualcuno che le ha creduto in questi anni? "La mamma di Ilaria Alpi mi ha aiutato. Chiedevo spesso un permesso premio al magistrato di sorveglianza, ma è difficile concederlo quando sei accusato di un reato come questo. Nel 2013 la mamma di Ilaria ha mandato una lettera al magistrato e l'ha convinto. Ero in questa stessa stanza il 30 aprile 2013, dopo 14 anni di prigione ero fuori per qualche ora e la prima persona che ho chiamato non è stata mia mamma, ma la mamma di Ilaria. Questa è l'unica possibilità che ho avuto dall'Italia".

Ora cosa spera? "Mi mancano due anni e mezzo al 5 dicembre 2017 quando finirò la pena. Spero che tutto finisca presto. Solo Roma può fare qualcosa. Il procuratore Pignatore può fare qualcosa, è in gamba e spero tanto in lui". Una volta libero cosa farà? "Tornerò in Somalia a recuperare il tempo perduto. Ho nipoti che non ho mai visto, ho perso due sorelle, una sgozzata nel corso di una rapina, l'altra a causa di una complicazione nel parto, e non ho potuto dirle addio. A quest'età avrei dovuto avere una famiglia. La mia vita è finita a 24 anni quando mi hanno arrestato. Ora ne ho 41. Mi hanno rubato un pezzo di vita".