di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 15 aprile 2015
Come si sente oggi, dottor Ingroia? E lei, dottor De Gennaro sulla sua poltrona sicura, come si sente? Benissimo, immaginiamo, nelle vostre incrollabili certezze. Anche nel giorno della piccola riabilitazione, che arriva da Strasburgo, nei confronti di un uomo che era stato distrutto, ma non si chiamava Antonio, né Gianni. Si chiama Bruno, ma per voi è irrilevante. Era stato buttato giù a morire, mentre voi facevate carriera. Avete niente da dire su quest'uomo distrutto che non si doveva condannare né arrestare?
Bruno Contrada ha avuto una piccola tardiva soddisfazione, dopo ventitré anni di torture, non da un tribunale italiano, ma dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. In Italia è stato messo ai ceppi la vigilia di Natale del 1992, anno in cui è successo tutto. Poi i diversi gradi di giudizio se lo sono rimpallato, condannato assolto condannato, mentre i "pentiti" assassini, proprio come quelli di Enzo Tortora, si riunivano, sghignazzavano e ingrassavano.
E concordavano le versioni dei fatti, dopo aver avuto le opportune imbeccate da chi aveva il potere di compensarli con il denaro e la libertà. Spesso la libertà di tornare a uccidere. E intanto veniva assassinata la dignità, insieme alla libertà di Bruno Contrada, il più brillante poliziotto di Palermo, uno che lavorava con i confidenti e non stava, come tanti suoi colleghi, in poltrona ad ascoltare le intercettazioni e le soffiate dei "pentiti". Lui le faceva davvero le indagini. Lo hanno eliminato mentre stava per arrestare Bernardo Provenzano, e la storia sarebbe stata diversa se lo avessero lasciato lavorare. Ma era un ostacolo ad alcune brillanti carriere.
Oggi la Corte di Strasburgo dice che quel famoso reato di "concorso esterno in associazione mafiosa", che non esiste nel codice e che i magistrati usano quando decidono di colpire in chiave politica il famoso terzo livello nel quale Falcone non credeva, a Contrada non era applicabile. Perché negli anni cui si riferiscono i presunti reati commessi dall'ex capo del Sisde la fisionomia del reato non era chiara.
Si è chiarita in seguito, con la giurisprudenza delle sentenze, dice la Corte. Un modo educato per dire che la giustizia italiana è un pò strana, infatti nel nostro ordinamento la giurisprudenza, al contrario del sistema anglosassone del common law, non fa testo, non ha il vigore della legge. Pure questo inesistente reato viene contestato a piene mani da una magistratura politicizzata e incapace. O forse politicizzata proprio perché incapace di fare le inchieste.
Il "caso Contrada" è da manuale, con i "pentiti" gestiti nel modo che conosciamo: mai notizie da fonti dirette, sempre versioni "de relato", preferibilmente dichiarazioni attribuite ai morti, incontri collettivi e versioni concordate. In questo caso ci sono stati anche racconti esilaranti, pur nella tragedia, con la descrizione della saletta riservata di un ristorante che non esiste, un'anfora mai trovata, un'amante mai esistita, una chiromante che sogna Falcone che accusa Contrada e così via. Accertamenti? Mai svolti. Il Pm Ingroia svolgeva una requisitoria lunga 22 udienze e intanto De Gennaro faceva carriera, nelle storie parallele in cui uno nasceva mentre l'altro moriva. Quanti Caino si sono avventati sul corpo di Bruno Contrada?
Antonio Ingroia, dopo una non brillante carriera come Pm e una ancor più (se possibile) disastrosa come politico, non demorde. Contrada resta colpevole, dice, quanto meno di favoreggiamento. Patetico, perché l'ex magistrato sa bene che, se nel 1992 a Contrada fosse stato contestato il solo favoreggiamento, prima di tutto sarebbe stato più complicato arrestarlo per un reato meno grave e comunque gli inquirenti sarebbero stati costretti a svolgere quelle indagini che nel caso del "concorso esterno" sono pressoché impossibili, un pò come processare 1'"odore di mafia" o l'aria che tira. Non è una sentenza qualunque, quella di oggi a Strasburgo. Per Bruno Contrada è solo un primo passo, fino a che non ci sarà la revisione del processo. Ma è molto per cominciare a ristabilire la civiltà giuridica di un paese, l'Italia, che ne ha tanto bisogno e che ha perso da tempo di vista lo Stato di diritto.









