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www.ilsussidiario.net, 16 gennaio 2015

 

Dati alla mano, è una decisione incomprensibile. Non sono bastate settimane di giustificate polemiche e un'interrogazione parlamentare per convincere il ministero della Giustizia a confermare la gestione delle cucine di dieci carceri italiane alle cooperative che garantiscono lavoro ai detenuti.

Saranno proprio questi ultimi a restituire domani le chiavi delle cucine che torneranno in mano all'amministrazione penitenziaria, proprio come avveniva prima del 2004 quando il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) fece partire la sperimentazione. C'è chi dice che non cambierà niente, ma non è così: nella maggior parte dei casi tanti detenuti, regolarmente assunti dalle cooperative, verranno licenziati con conseguenze immaginabili. Niente più soldi per mantenere la propria famiglia o per pagare le tasse. Inoltre, ricorda Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa Giotto, "chi sconta la pena vegetando per anni tra noia e ozio nel 68% dei casi torna a delinquere, invece dove ai detenuti si dà lavoro vero la recidiva crolla al 2%".

Doloroso il commento di Luca Passarin, del Consorzio Giotto: "Stamattina ho firmato le sedici lettere di licenziamento per i cuochi, e posso assicurarvi che ho firmato sedici condanne". Una flebile speranza rimarrà fino al 21 gennaio, quando il nuovo capo del Dap, Santi Consolo, incontrerà nuovamente le cooperative coinvolte.

 

"L'autogol" di Renzi in diretta tv, di Juanfran Valerón

 

È sempre bello scoprire realtà e iniziative che non solo aiutano i soggetti svantaggiati, magari per una malattia, a non vivere perennemente nel disagio ma anche a tenere rapporti con la società "normale", con il mondo circostante. È il caso, per esempio, di Radio Shock, progetto riabilitativo per pazienti psichiatrici gravi del Centro di Salute mentale di Piacenza. Mercoledì sera, guardando Le invasioni barbariche, molti italiani hanno così scoperto che da oltre dieci anni un gruppo di persone con disturbi mentali, quelli che comunemente vengono detti matti, ha uno spazio proprio in un'emittente locale (e anche sul web), nel quale rivolge domande a personaggi famosi o dà spazio anche alle interviste impossibili, come quelle ai monumenti della città emiliana.

Daria Bignardi, che è stata una delle personalità intervistate da Radio Shock, ne è rimasta colpita, tanto da decidere di dare spazio a quella strana redazione anche nella sua trasmissione. E ha raccontato che quel che più l'ha sorpresa è vedere quelle persone sorridere e interagire col mondo, cosa che purtroppo non è comune in tutti i pazienti psichiatrici. E Radio Shock ha avuto un esordio sul piccolo schermo molto importante, potendo rivolgere delle domande niente meno che al Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Addirittura il Premier si è trovato a dover rispondere a una domanda politicamente scomoda, come quella di dover dire se avesse o meno mai commesso un "autogol". E Renzi, suo malgrado, ha dovuto ammettere di aver sbagliato, nella Legge di stabilità, alcune misure relative alle Partite Iva, cui ha promesso di porre al più presto rimedio. Peccato che subito dopo si sia reso protagonista, cosciente o meno, di un altro autogol.

Il Premier, stupito e anche divertito dal "siparietto" di cui è stato co-protagonista, ha infatti sottolineato: "La dedizione e la professionalità di tantissime donne e uomini che lavorano nel settore sociale è qualcosa di straordinario". "Credo che sia bellissimo che nel pubblico, e non soltanto nel pubblico, ci sia tantissima gente che si industria per tentare di rendere migliore la vita di questi nostri concittadini e delle loro famiglie". Già, le persone che si industriano e si impegnano ci sono, ma ci sono anche i Governi che anziché aiutarle le penalizzano non si capisce bene per quale ragione.

Da ieri, infatti, 170 detenuti che avevano un lavoro, che permetteva loro di vivere meglio, sentirsi utili, trovare magari un'occupazione fuori dal carcere finito il periodo di detenzione, mantenere la propria famiglia, non ce l'hanno più. Ironia della sorte non possono neanche dire di essere stati messi "sulla strada". Su queste pagine è stato più volte sottolineato negli ultimi giorni: il ministero della Giustizia non ha rinnovato (se non per 15 giorni) la convenzione con dieci cooperative che gestivano il servizio mense in alcuni penitenziari italiani.

Il motivo? A saperlo! Dal ministero e dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria sono arrivate finora dichiarazioni che fanno pensare che si voglia rimettere mano a tutto il sistema e all'architettura del lavoro in carcere. Ma è proprio necessario farlo a fine anno? Nel frattempo non si può continuare con il sistema vigente?

Forse, e molto più semplicemente, il problema è che queste convenzioni costano. Ma, diamine!, da un Governo che ha appena ottenuto il successo europeo di una flessibilità sui conti pubblici ci si aspetterebbe più intelligenza. Tanto più che dalla Corte europea per i diritti umani è arrivata all'Italia una "condanna" per il sovraffollamento delle prigioni e che il lavoro diminuisce il tasso di recidiva tra i carcerati.

Ci auguriamo che Renzi, distratto forse negli ultimi giorni dalla preparazione del discorso di commiato al Parlamento europeo e dalle vicende del Colle più alto di Roma, possa porre rimedio a quella che sembra una clamorosa "svista". Che forse non è tale. Già a dicembre, infatti, le cooperative che fanno lavorare i carcerati hanno subito un taglio (naturalmente retroattivo) dei crediti di imposta previsti dalla Legge Smuraglia (la norma che dal 2000 ha incominciato a incentivare cooperative e imprese ad assumere detenuti).

Insomma, Renzi in fretta dovrebbe toglierci più di un dubbio: il sostegno ai concittadini "svantaggiati" vale solo a parole?; se così non è, c'è qualcosa che non va nei carcerati? Non si possono spendere soldi dello Stato (che pure evidentemente si spendono perché le carceri hanno dei costi) per chi nella propria vita ha sbagliato? Ma se il quotidiano (Il Corriere della Sera) della borghesia, della classe media, dell'equidistanza politica, pubblica un articolo della paladina (Milena Gabanelli) della libertà di stampa e del giornalismo di inchiesta italiano in cui si dice che le cooperative costano e fanno lavorare i peggio detenuti, allora forse il problema sta a monte di Renzi, della sua "annuncite" e della "tentazione" di usare il sociale per migliorare la propria immagine (in tv naturalmente).

 

Nelle carceri un'offesa al buon senso, di Paolo Massobrio (Avvenire)

 

Il 16 di gennaio, per qualcuno, rappresenta la data di una sconfitta: da oggi in 9 carceri non saranno più le cooperative sociali che impiegano i detenuti a preparare i pasti della mensa, giacché la sperimentazione è finita. Così si legge nelle motivazioni ufficiali, che mercoledì erano al centro della "penultima cena" organizzata dalla Cooperativa Giotto nel Carcere Due Palazzi, con 150 invitati, fra autorità ai massimi livelli e sostenitori.

Ma questa sperimentazione è andata proprio così male? Macché, è andata benissimo, a vedere i commenti ai rapporti di questi 11 anni. Ed ha attuato esattamente ciò che viene auspicato dalle stesse autorità di governo: il carcere come occasione di reinserimento sociale, abbassando la recidiva. In Europa queste cose le chiamano "best practices" e le finanziano pure.

A questo punto viene da pensare che bisogna essere in un Paese senza capo né coda, ossia senza un progetto, se si deve assistere inerti alla chiusura di una cosa che funzionava bene, anche dal punto di vista del risparmio, oltreché degli obiettivi. A Padova, nel carcere Due Palazzi dove nasce fra l'altro un panettone famoso (e buonissimo), la cooperativa Giotto ha lanciato una provocazione per dire che non può essere finita un'esperienza del genere; ma anche per denunciare che c'è un modo di decidere a suon di docce fredde che non fa onore a nessuno.

Poco tempo fa era a rischio il finanziamento ad attività di assistenza ai più poveri, poi rientrata grazie al ministro Martina; oggi siamo a un'altra mortificazione di quello che viene definito il "sociale". E questo giornale è sempre stato in prima fila nel denunciare, nel raccontare, ma anche nel raccogliere le attese smentite da parte delle autorità competenti. Tuttavia c'è qualcosa che non torna: in alcuni casi sembra che nel Paese vi sia un vuoto di decisori efficaci. E non ci riferiamo alla congiuntura attuale, ossia al periodo che intercorre dalle dimissioni del presidente della Repubblica all'elezione del nuovo.

Si ha, insomma, la sensazione che la voce della periferia, di chi è tutti i giorni a contatto coi bisogni, sia diventata flebile, senza rappresentanza, senza possibilità di incidere nella politica. E della "penultima cena", a parte Avvenire e i giornali locali, non v'è grande traccia. Il centralismo che si arrocca nelle ragioni della sua burocrazia sembra diventato irraggiungibile: prima distrugge, poi magari ricrea, chissà.

Siamo alla governabilità dell'incertezza. Si è rotto qualcosa nella comunicazione verticale fra istituzioni. E non solo la mano destra non sa cosa fa la sinistra, ma neppure la testa comanda il resto del corpo. Del resto non può che essere frutto di un Paese malato cancellare ciò che funziona per ritornare indietro di anni. C'è una cura per uscire da questa impasse o dovremo rassegnarci in attesa della prossima iniziativa di cui provare vergogna?

 

Deputati Pd: si continui a valorizzare lavoro detenuti

 

"Prendiamo atto della risposta del governo sulle ragioni, anche di ordine tecnico-normativo, per cui non sono state rinnovate le convenzioni con le cooperative a cui era stato affidato il servizio mense. Siamo certi che governo e Dap sapranno al più presto trovare tutte le modalità utili per non disperdere l'importante patrimonio di esperienze e di conoscenza maturate in questi anni sul lavoro in carcere come strumento di recupero sociale per il reinserimento nella collettività".

Lo dicono 9 deputati del Pd che fanno parte della commissione Giustizia della Camera. "Riteniamo altresì necessario - aggiungono Anna Rossomando, Walter Verini, Sofia Amoddio, Andrea Giorgis, Vanna Iori, Giulia Narduolo, Davide Mattiello, Maria Iacono, Margherita Miotto, Alessandro Zan - approntare un monitoraggio sistematico dei dati sugli effettivi risultati al riguardo: numero dei soggetti coinvolti, ambiti e qualifiche professionali, valutazione degli effetti sulle recidive". Secondo i parlamentari dem "il tema delle condizioni delle nostre carceri non è questione solo di numero dei detenuti, sul quale sono stati conseguiti importanti e positivi risultati, ma anche di come la pena viene espiata e sulla sua fondamentale funzione rieducativa".

 

Iori (Pd): lavoro coop per detenuti va tutelato, trovare soluzione

 

"Occorre mettere in campo il massimo sforzo per trovare ogni soluzione possibile volta a tutelare l'esperienza lavorativa dei detenuti nelle carceri legata alle attività delle cooperative sociali per il servizio di cucina". Lo dichiara, in una nota, la deputata del Pd e membro della commissione Giustizia di Montecitorio, Vanna Iori. "Prendiamo atto della risposta del Governo sulle ragioni che impediscono di rinnovare gli appalti in carico alle cooperative per la gestione delle cucine all'interno degli istituti penitenziari, ma questa esperienza, che ha portato a risultati positivi, non può andare perduta - aggiunge Iori.

Solo per citare alcuni dati - sottolinea la deputata del Pd - la formazione e il lavoro dei detenuti nelle cucine hanno portato a un crollo del pericolo di recidiva, passato dal 70 per cento al 2 per cento, nelle carceri dove si è applicata la sperimentazione. Al di là dei numeri - sottolinea Iori - questa esperienza è importante perché interpreta al meglio quello che dovrebbe essere il senso della detenzione, che non deve essere punitiva, ma educativa. Mi auguro che l'imminente incontro tra il presidente del Dap, Santi Consolo, e le cooperative possa portare all'individuazione di altre strade da percorrere per rendere possibile il proseguimento di questa esperienza", conclude Iori.

 

Ucpi: preoccupazione per tagli a fondi cooperative lavoro

 

L'Unione Camere Penali manifesta "forte preoccupazione" per i tagli ai fondi destinati alle Cooperative che consentono ai detenuti di lavorare. Per i penalisti è "un segnale allarmante, che va in opposizione con quanto recentemente dichiarato dal Ministro della Giustizia.

La sfida culturale sul carcere lanciata da Orlando, che aveva assicurato che bisognava andare controcorrente rispetto a campagne demagogiche e populiste, non trova ancora concreti spazi di azione". Il giudizio positivo espresso, in questi anni, nei confronti dell'attività delle Cooperative dagli stessi dirigenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, "non può essere ignorato - sottolinea l'Ucpi - e non deve consentire l'annullamento di un'attività meritoria, tra le pochissime che offrono ai detenuti una speranza di reinserimento.

L'Unione Camere Penali - conclude la nota - auspica che l'incontro del 21 gennaio tra il Capo del Dipartimento, Santi Consolo, e i rappresentanti delle Cooperative possa avere esiti positivi, scongiurando una chiusura che rappresenterebbe un vero e proprio tradimento delle aspettative di quei detenuti (ancora oggi pochissimi) che avevano trovato lavoro".