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di Niccolò Zancan

 

La Stampa, 17 febbraio 2015

 

Ahmed Ali Rage: mi hanno pagato per accusare un innocente. Il somalo Hashi Omar Hassan sta scontando 28 anni di carcere in Italia. Non si può definire esattamente una sorpresa.

Almeno, non per Luciana Alpi, che proprio a questo giornale aveva dichiarato: "Hashi Omar Hassan, l'unico condannato per l'assassinio di mia figlia Ilaria, è innocente. Non ci sono dubbi. È tornato in Italia dopo l'assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c'entra niente in questa storia. Vorrei la verità anche per lui, definito nella sentenza di primo grado esattamente per quello che è: un capro espiatorio".

E però, adesso, le sue parole sono suffragate addirittura dalla testimonianza del principale accusatore di Hassan: "Io non ho visto chi ha sparato a Ilaria Alpi, non ero là. In Italia mi sono stati offerti dei soldi per accusare un somalo. L'uomo in carcere è innocente".

Lui si chiama Ahmed Ali Rage, da tutti conosciuto con il nome di Jelle. Era scomparso, "irreperibile". Ma una troupe della trasmissione "Chi l'ha visto?" è riuscito a rintracciarlo in Nord Europa. Il servizio andrà in onda domani sera. Per la prima volta, ci sarebbe un'intervista in cui Jelle in persona, mettendoci la faccia, conferma quello che la madre di Ilaria Alpi aveva riassunto così: "Cinque magistrati, vent'anni di indagini, un solo colpevole, sicuramente innocente. Non è stato fatto nulla, a parte depistaggi a tutto spiano". Sì, qualcuno avrebbe pagato perché venisse confezionata una verità di comodo. Anche se saperlo non basta per risolvere questo mistero italiano.

Il tempo si è fermato. È ancora la stessa storia sbagliata, di cui sono vittime e prigionieri la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin. Erano andati a Mogadiscio per lavorare. Avevano scoperto un traffico di armi e rifiuti tossici fra l'Italia e la Somalia, coperto da progetti di cooperazione internazionale. Sono stati uccisi in un agguato il 20 marzo del 1994. L'unica verità processuale è la condanna a 28 anni inflitta a Hashi Omar Hassan, che si è sempre dichiarato innocente. Il capro espiatorio. "Un somalo".

"Potrebbe essere la svolta", dice Luciana Alpi. Ma si è illusa troppe volte: "Aspettiamo di vedere il servizio di Chi l'ha visto?". Anche la recente desecretazione degli atti di indagine ha portato più amarezza che verità. È servita solo a ribadire come tutto fosse chiaro fin dall'inizio.

Già l'8 giugno del 1994, nelle prime annotazioni, i servizi segreti scrivevano: "Secondo informazioni acquisite in via fiduciaria, nel corso di un servizio giornalistico svolto a Bosaso qualche giorno prima della morte, i due cittadini italiani in oggetto avrebbero raccolto elementi informativi in merito a un trasporto di armi di contrabbando effettuato dalla motonave Somal-fish, per conto della fazione somala Salvation Democratic Front. Il duplice omicidio potrebbe quindi essere stato ordinato dai trafficanti d'armi per evitare la divulgazione di notizie inerenti l'attività criminosa svolta nel Corno d'Africa". Era tutto chiaro. Ma le vere responsabilità sono state coperte, fino al punto di fabbricare un colpevole. Da chi?