di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 28 gennaio 2015
I casi sono due: o Bossetti è innocente o gli inquirenti sono degli incapaci. In ogni caso non vorremmo vedere il carpentiere di Bergamo trasformato nel Girolimoni degli anni Duemila. Perché Gino Girolimoni, il "mostro di Roma" degli anni del fascismo, accusato arrestato e poi prosciolto per sevizie e uccisione di sette bambine, dopo gli undici mesi di carcere non si riprese più e morì povero con addosso la reputazione del "pedofilo".
I mesi scontati da Massimo Bossetti sono già sette, e stiamo parlando di carcere preventivo, anche se viene pudicamente chiamato custodia cautelare. E ancora i magistrati che gli stringono le manette ai polsi non ci spiegano in che modo potrebbe "reiterare il reato" (come hanno scritto sia il gip che il tribunale del riesame).
Ci stiamo avviando a un clamoroso processo indiziario, in cui le "prove" così conclamate dagli inquirenti impallidiscono ogni giorno di più. Persino la "prova regina", la famosa "pistola fumante" impugnata a due mani dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, il dna trovato sugli indumenti di Yara Gambirasio, presenta i suoi bravi margini di ambiguità nella relazione non di un perito di parte, ma di quello ufficiale della Procura, il dottor Carlo Previderé, responsabile del laboratorio di Genetica forense dell'università di Pavia.
Il dna mitocondriale, di cui evidentemente gli uomini del Ris di Parma, i primi a esaminarlo, non hanno tenuto nessun conto, non sono di Bossetti. Perché è importante questa parte del dna? Perché è quello trasmesso dalla madre ai figli. E se quello trovato sul corpo di Yara non è di Bossetti, di chi è? E ancora: sul corpo della ragazzina vengono trovati un certo numero di peli e capelli, ma nessuno è riconducibile all'indagato. Di chi sono dunque?
Ma c'è un altro problema. Gli inquirenti affermano di avere la "prova" (farebbero meglio a essere più cauti nell'uso di questa parola) del fatto che il furgone dell'indiziato gironzolasse dalle parti della casa della bambina quando lei uscì per andare in palestra e prima di sparire per sempre. Sul furgone però non c'è traccia alcuna di Yara.
Il veicolo, così come un'auto di proprietà di Bossetti, è stato sequestrato subito dopo il suo arresto, il 16 giugno dell'anno scorso. Nessuno l'ha toccato, da quel giorno, tranne i tecnici, che l'hanno rivoltato come un calzino. L'unico risultato è che la ragazzina lì sopra non è mai salita. Così come non è mai entrata in contatto con nessuno degli oggetti, a partire dal telefonino, in uso a Bossetti. La bambina è dunque un fantasma?
Nelle ultime settimane poi, a quattro anni dalla sparizione della giovane ginnasta, è scoppiata la guerra delle testimonianze. È bastato che i difensori di Bossetti, l'avvocato Salvagni e il criminologo Denti (quest'ultimo l'ha raccontato a Iceberg, la nota trasmissione di Telelombardia), lasciassero intendere di avere tra le mani una deposizione importante, che la Procura rilancia dando in pasto ai giornalisti la "sua" teste. E il segreto investigativo cui sono tenuti in primis gli stessi inquirenti? Ma che importa, tanto si sa che, da vent'anni a questa parte, i provvedimenti giudiziari non si depositano più in cancelleria, ma direttamente in edicola. E Bergamo non sarà certo seconda a Milano o a Roma.
Le testimoni sono due donne. La signora A, dopo aver invano parlato a un carabiniere fermato per strada, nei giorni della sparizione della ragazzina, contatta gli avvocati di Bossetti dopo aver saputo dell'arresto, e ripete il suo racconto: aveva ospitato, proprio in quei giorni, un giovane rumeno, poi tornato al suo Paese, che diceva di avere una fidanzatina di nome Yara che faceva la ginnasta e viveva in provincia di Bergamo. L'unico punto debole di questa teste, che viene descritta come molto lucida e sicura di sé, è che la signora A si era rifiutata di andare a fare la sua deposizione in caserma, come l'aveva sollecitata il carabiniere. Che andrebbe oggi individuato e ritrovato. Cosa non facile.
La signora B è una testimone ancora più fragile. A quanto se ne sa, avrebbe raccontato ai magistrati di aver notato Bossetti e Yara in auto nel parcheggio del centro sportivo di Brembate nell'estate del 2010 e di esser stata colpita dal fatto che un adulto e una ragazzina discutessero animatamente. Aveva pensato a un padre e una figlia, anche perché il giorno dopo avrebbe visto il muratore al supermarket che comprava delle birre, tranquillo. La signora B si è fatta viva con i magistrati solo tre mesi dopo l'arresto di Bossetti, e questo genera già un primo dubbio: perché non subito, visto che la foto dell'uomo è uscita su tutti i giornali e le televisioni?
Ma il problema, che dà anche un po' di amarezza, è: se la signora B ha riconosciuto Yara in quella ragazzina che discuteva con un adulto in auto, perché non è andata dai carabinieri quattro anni fa, quando Yara è sparita? O invece crede di averla riconosciuta solo dopo l'arresto del muratore? O magari, cosa probabile, la sua memoria ha subito una suggestione? Dunque: Bossetti è innocente e sta subendo una grave ingiustizia, o è colpevole e i magistrati non riescono a dimostrarlo?











