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Adnkronos, 10 febbraio 2015

 

Nessuna prova, un "quadro indiziario assente", che sembrerebbe sfaldare quella certezza granitica che lo scorso 16 giugno aveva portato in carcere Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.

I nuovi elementi emersi nelle relazioni dei consulenti della procura di Bergamo sembrano sottrarre pezzi al puzzle dell'accusa e dare vigore alla tesi della difesa - a cui credono in pochi - che oggi torna a chiedere la scarcerazione dell'indagato accusato di aver ucciso, con crudeltà, la giovane ginnasta di Brembate di Sopra scomparsa il 26 novembre 2010 e il cui corpo senza vita fu trovato in un campo di Chignolo d'Isola a tre mesi esatti di distanza.

Nella nuova istanza di 13 pagine consegnata al gip Vincenza Maccora, il legale Claudio Salvagni si focalizza sulle nuove perizie dei consulenti dell'accusa in cui si evidenzia l'assenza di peli e capelli di Bossetti sul corpo della 13enne - "nessun reperto pilifero riconducibile all'indagato risulta rinvenuto tra quelli presenti sul cadavere della vittima e nelle immediate vicinanze", così come si esclude "in modo categorico" la presenza di tracce di Yara sugli abiti, gli attrezzi e il furgone sequestrati al 44enne muratore.

"L'esito assolutamente negativo" di questi accertamenti costituisce "un rilevante e determinante elemento a favore dell'indagato - si legge nell'istanza in possesso dell'Adnkronos - e, in particolare, un fatto nuovo sopravvenuto, idoneo a contrastare concretamente gli indizi di colpevolezza posti a base della misura restrittiva", trattandosi di circostanze "che minano, senza alcun dubbio, le argomentazioni esternate dall'accusa che, in tali indagini, indicava l'esistenza di rilevanti elementi indiziari". Novità di "natura determinante" anche alla luce dei nuovi riscontri scientifici.

Sulla traccia mista (Yara - Ignoto 1) trovata sugli slip della 13enne ci sono "acclarati dubbi scientifici", a dire del legale, dopo la relazione firmata lo scorso 5 gennaio dal consulente dell'accusa Carlo Previderè in cui emerge come il Dna mitocondriale di "Ignoto 1" non corrisponde con quello di Bossetti, contro una piena corrispondenza tra il Dna nucleare del presunto assassino con quello dell'indagato, possibilità difficile da spiegare a dire di più esperti. Per la difesa questa nuova consulenza "ha innegabilmente - utilizzando e richiamando le stesse parole del Tribunale di Brescia - scalfito la solidità delle conclusioni delineando manifeste incongruenze dei test rivelatori del Dna". La relazione di Previderè "oltre a costituire elemento di seria pregnanza scientifica e di indubbio valore argomentativo provenendo, peraltro, da consulente della procura" contiene "argomentazioni che pervengono a soluzioni difformi od incompatibili" rispetto a quelle finora note.

Un fatto cruciale alla luce dell'ordinanza dell'ottobre scorso del tribunale del Riesame di Brescia che ha respinto, così come fatto in precedenza dal gip di Bergamo, l'istanza di scarcerazioni. Diverse però le motivazioni: se il giudice delle indagini preliminari ha ravvisato la sussistenza di "gravi indizi di colpevolezza" in particolare quattro, il Riesame riduce sostanzialmente alla traccia biologica l'elemento che costringe in carcere Bossetti.

La presenza sulla cute, sugli abiti e nelle vie aeree di Yara di polvere di calce tipica dei cantieri edili non può essere considerata univoca della presenza di Bossetti; così come il dato sul suo cellulare (aggancia la cella di via Natta a Mapello alle 17.45 del 26 novembre 2010 - giorno della scomparsa -, oltre un'ora dopo rispetto alla presenza del cellulare della 13enne nella stessa zona) e la descrizione del fratellino di Yara di un possibile sospetto, per il Riesame "non ha alcuna carica cautelare, ne´ costituisce sul piano ontologico-processuale un indizio".

La mancanza di valenza indiziaria di questi tre elementi riduce dunque alla traccia genetica la prova regina contro Bossetti. Un solo elemento su cui ora emergono "acclarati dubbi scientifici" ammessi implicitamente, secondo l'avvocato Claudio Salvagni, dalla stessa procura di Bergamo. La scelta di non ricorrere al giudizio immediato "dimostra, una volta di più, l'assoluta inconsistenza delle allegazioni indiziarie formulate dalla procura. Se il compendio indiziario, è asseritamente esaustivo, allora si deve chiedere il giudizio immediato", l'aver desistito dal farlo, costituisce "un determinante 'fatto sopravvenuto" che dimostra, per il legale "l'inesistenza degli indizi di colpevolezza" contro il suo assistito.

Qualora, non si dovesse tener conto dei dubbi emersi sulle traccia biologica - in seguito ai nuovi esami dei consulenti dell'accusa e a quelli depositati pochi giorni fa da Sarah Gino e Monica Omedei, esperte incaricate dalla difesa -, in tale caso, "dovrà', comunque, valere - scrive l'avvocato Salvagni - il principio di valutazione dell'evidenza scientifica secondo il favor rei" come sancito dalla Suprema Corte, per cui "la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza ai fini cautelari deve tenere conto della regola di giudizio a favore dell'imputato nel caso di dubbio". Il gip di Bergamo ha cinque giorni per decidere sulla nuova istanza con cui il legale chiede la revoca della misura cautelare in carcere o, in subordine, un'altra meno afflittiva come i domiciliari. Una mossa che, in caso negativo, consentirebbe alla difesa di ricorrere nuovamente in Appello e quindi ancora in Cassazione. I giudici di piazza Cavour, a cui si è già rivolta la difesa dopo il no del Riesame, il prossimo 25 febbraio dovranno pronunciarsi solo sul primo ricorso non tenendo conto delle ultime rivelazioni sull'omicidio di Yara.

 

Criminologo Denti: palese errori su Bossetti, basta gogna pubblica

 

"Nonostante una perizia firmata da Carlo Previderè, consulente dell'accusa, abbia evidenziato dei palesi errori nell'analisi delle tracce del Dna rinvenuto sul corpo di Yara, la Procura persista nel colpevolizzare Bossetti, sebbene sia ormai evidente che le lunghe e costose indagini non abbiano portato ad alcuna prova decisiva per la sua incriminazione".

Lo afferma il criminologo investigativo Ezio Denti, che fa parte del pool difensivo di Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere con l'accusa di aver ucciso Yara Gambirasio. "Fa specie realizzare - spiega - che in Italia dove, teoricamente, si discute del giusto processo e del sistema di garanzie a favore di chi è imputato, l'opinione pubblica e tutti gli addetti ai lavori, sin dall'arresto di Bossetti, si siano orientati nel presumerne la colpevolezza, anziché l'innocenza, senza nemmeno conoscere il contenuto delle indagini e degli atti di causa".

Per Denti "le mostruose forze messe in campo dalla procura, che dovrebbero essere strumento di tutela della giustizia e mezzi per la scoperta della verità, si sono rivoltate contro un cittadino qualunque, diventando, per lo stesso, strumenti di ingiustizia e sofferenza". E se la tesi innocentista della difesa, dopo la "pubblica gogna", dovesse mostrarsi corretta "come si potrà superare - si chiede - il dramma personale e familiare che Bossetti ha affrontato e dovrà affrontare in futuro?". E al momento opportuno "si vedrà cosa avranno da dire tutti coloro che hanno visto in lui "il diavolo" o lo hanno additato - conclude Denti - come l'assassino".