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di Tiziana Maiolo

 

 

Il Garantista, 9 gennaio 2015

 

Lui continua a dirsi innocente. Ma se la Procura è convinta di avere prove inconfutabili perché usa questi metodi barbari? Alla fine lo dice anche lui: "Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato... ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare, hanno provato a allettarmi con il conto degli anni".

Lo dice anche lui, per la prima volta, Massimo Bossetti, indagato per l'omicidio di Yara Gambirasio, in un'intervista a Repubblica. Non è un processo per fatti di mafia, il suo, né per terrorismo. Pure, manca solo l'applicazione dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e poi il trattamento sarebbe completo.

In lingua italiana si chiama "tortura". L'isolamento per centotrenta-quattro giorni, sei mesi di custodia cautelare, la gogna mediatica con la diffusione di notizie pruriginose sulla sua vita personale, su quella di sua moglie e su quella di sua madre, le minacce e le violenze subite da lui e dai suoi familiari. E la pressione continua, insistente, soffocante perché confessi, alla faccia della presunzione di non colpevolezza prevista dalla Costituzione.

Lui resiste, come solo gli innocenti sanno fare, a meno che non siano terroristi o mafiosi. Ha persino perso per strada una dei suoi due difensori, evidentemente convinta della sua colpevolezza, oltre ogni ragionevole dubbio. E su cui forse i magistrati contavano perché accompagnasse per mano Bossetti alla confessione.

Nella data dell'anniversario della scomparsa di Yara, alla fine di novembre, il pubblico ministero aveva organizzato una grande parata trionfale, presentandosi all'interrogatorio dell'indagato con un corteo di accompagnatori gallonati, il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri, il capo della squadra mobile di Bergamo e alcuni dirigenti del Ros e dello Sco. Qualcuno aveva forse lasciato intendere che finalmente il muratore era crollato?

È stata quella l'occasione in cui Massimo Bossetti si è avvalso della facoltà di non rispondere. Lui sa bene, ma lo sa anche la procura di Bergamo, che gli elementi dell'accusa sono ancora ben misera cosa. È vero, c'è la coincidenza del dna, ma che non è una prova dell'omicidio, al massimo può comportare il fatto che ci sia stato un contatto (diretto o indiretto) tra l'indiziato e la vittima. Oltre a tutto, se non sarà possibile, per mancanza di materiale genetico, ripetere l'esame con la presenza dei periti della difesa, al dibattimento questo indizio sarà molto indebolito. Ma soprattutto, vien da chiedersi, se gli inquirenti ritengono che quella del dna sia una prova solida, perché hanno lasciato decadere il termine di 180 giorni previsto dalla legge per poter andare al processo con il rito immediato?

Perché insistono tanto sulla confessione, se ritengono di aver ben altre frecce al proprio arco? I dati di fatto ci dicono che né sull'auto né sul furgone di Bossetti sono state trovate tracce di Yara. Quindi, se il muratore di Brembate è colui che l'ha rapita, l'ha portata via a piedi o in canna a una bicicletta? Se invece si ritiene che sia stato usato un altro automezzo, non ha nessun senso continuare a far sapere che il furgone di Bossetti, quel giorno e a quell'ora, era sul luogo del rapimento, vicino alla

palestra frequentata dalla ragazzina. Sono passati più di sei mesi e la situazione pare destinata a un inquietante immobilismo. Il mito fideistico della prova scientifica non ha trovato finora altro supporto probatorio. La vita del carpentiere quarantenne è stata, come lui stesso ricorda nell'intervista, radiografata in ogni suo lato: non è stato trovato nulla, né prima né durante né dopo la morte di Yara, che possa gettare ombre sui suoi comportamenti. Massimo Bossetti non è un pedofilo, non ci sono tracce di violenza sessuale sul corpo della ragazzina, non c'è movente plausibile per quell'omicidio. In realtà non c'è neppure certezza del fatto che di omicidio si sia trattato.

E allora? E allora fatevi una bella autocritica, cari magistrati inquirenti con annesse forze dell'ordine che tanti errori hanno fatto nelle indagini fin dal primo giorno, quel 26 novembre del 2010, quando Yara sparì e non si sapeva neppure se fosse viva o morta.

Fate l'autocritica e cominciate con lo scarcerare Massimo Bossetti, invece di torturarlo per un'improbabile confessione. Il 25 febbraio ci sarà la discussione in cassazione, dove i giudici, dopo i dinieghi del gip e del tribunale del riesame, dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Bossetti. Ci sarà un giudice a Berlino? A noi basterebbe un giudice Corrado Carnevale ad applicare la legge.

 

Il difensore: "C'è un nuovo testimone a suo favore"

 

Ci sarebbe un testimone che potrebbe fornire informazioni utili alle indagini nel caso di Yara Gambirasio. Lo ha annunciata ieri alla Vita in diretta Claudio Salvagni, l'avvocato di Massima Bossetti. "Abbiamo un testimone molto importante - ha spiegato - che ci ha riferito cose molto importanti. È un teste che ci consente in questo momento di dare un altro tipo di storia, ma non posso rivelare se sia un uomo o una donna".

"Stiamo indagando - ha aggiunto - e stiamo cercando dei riscontri. Siamo in una fase di indagine difensiva. Non appena avremo questi riscontri, li porteremo subito a conoscenza della Procura, al momento li stiamo verificando". Salvani ha poi raccontato come si senta il suo cliente, da giugno scorsa sottoposto a carcerazione preventiva.

"Bossetti si sente privato di tutto e ha sempre meno forze". Mercoledì scorso lo ha incontrato in carcere e lo ha "trovato in un momento molto duro perché ha la sensazione che far emergere la verità sia sempre più difficile". "Ho letto anche i biglietti che hanno scritta i bambini al padre - ha concluso Salvagni - e sono veramente il regala più bello che lui poteva ricevere in questa situazione".