di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 27 aprile 2015
Sentenza della Suprema Corte: "Non serve il contatto fisico, nessuna attenuante per chi adesca i minori in Rete". Orchi reali o virtuali non fa differenza: gli abusi sui minorenni vanno puniti allo stesso modo. Stesse pene, pari severità. "Gli atti sessuali non sono meno gravi se commessi sul web", stabilisce la Cassazione.
Anzi, la violenza che arriva dal pc può essere più pericolosa di quella a scuola o per strada. Con questa motivazione la Suprema Corte ha rigettato quasi interamente il ricorso presentato da un ultracinquantenne campano accusato di atti sessuali con una minorenne "mediante l'utilizzo di social network, webcam e collegamento in videochiamata".
La patologia da social network espone i minori a rischi. La sentenza redatta da Vincenzo Pezzella equipara per la prima volta la realtà di ogni giorno e la Rete. Crolla il muro di ipocrisia. Non serve il contatto fisico: nessuna attenuazione di responsabilità per chi abusa di minori su Internet. Nel caso specifico, quindi, soltanto per un capo di imputazione (prostituzione minorile) la Corte d'appello di Napoli dovrà rideterminare la pena inflitta al cyber-pedofilo. Per il resto è stata confermata la condanna a nove anni di reclusione. Una svolta.
Violenza subdola on line. Il reato riguarda "la condotta posta in essere attraverso il pagamento di ricariche telefoniche" per indurre la ragazzina "ad inviargli foto in abiti succinti e video osé". Secondo la Cassazione "la violenza che arriva attraverso il computer, raggiungendo il bambino all'ora in cui è nella propria stanza a giocare con gli amichetti, può essere anche più subdola e pericolosa di quella cui può essere esposto a scuola, in palestra, per strada o tra la gente".
Si tratta nello specifico di minori dai 9 ai 15 anni. Infatti "un bambino è sottoposto ad una vigilanza e ad una protezione familiare e sociale che inevitabilmente, invece, si allenta quando il minore è nel chiuso della sua stanza, apparentemente al sicuro dalle insidie degli estranei". Ecco che allora, osservano i giudici della Terza sezione penale, "la violenza o gli atti sessuali virtuali con minorenni non sono necessariamente caratterizzati da una minore gravità rispetto a quelli reali".
Un segnale forte. Una sentenza che "scongiura sottovalutazioni, il virtuale è reale e l'infanzia è vittima", commenta don Fortunato Di Noto, fondatore della Onlus "Meter" contro la pedopornografia. La Suprema Corte lancia l'allarme nei confronti dell'abuso dei social network e mette nero su bianco tutta la preoccupazione per lo "strumento telematico diventato di uso comune anche per i minori".
E la guardia non va mai abbassata quando si tratta di abusi, atti sessuali, molestie on line. Malati di Internet Un'analisi inquietante del fenomeno. Si usano computer, tablet, lo smartphone, per raggiungere gli amici, ma anche per studiare, giocare, tenersi informati. "Che piaccia o no - denunciano gli "ermellini" - i social network costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e intrattenevano rapporti interpersonali". Piccoli "malati di Internet" alla mercé di web-predatori seriali.










