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di Fausto Cerulli

 

Il Garantista, 11 gennaio 2015

 

Per essere garantista, stavolta mi tocca prendere le difese di Berlusconi, nei confronti del quale non nutro, per usare un eufemismo, soverchia simpatia. Mi riferisco alla vicenda della depenalizzazione della evasione fiscale nel caso in cui l'evasione non superi il tetto del 3% dell'imponibile. Non voglio entrare nel merito del decreto, che fa comunque parte di quelle norme che agevolano l'evasione invece di combatterla, Voglio invece intervenire sul fatto che un decreto, da valere fino a prova contraria, erga omnes, venga sottoposto a censura solo perché agevola, tra gli altri, anche Berlusconi.

Passiamo, con queste censure, dalle leggi ad personam alle leggi contra personam... Non mi importa se questo decreto faccia parte del patto del Nazareno, anche se il funambulo Renzi, pensandoci su per qualche giorno, lui che è cosi veloce nelle decisioni "confindustriofile", ha infine ammesso non solo di essere a conoscenza dell'articolo sospetto del decreto, ma di averlo escogitato proprio lui. Ma torno al garantismo: Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione per il reato di evasione fiscale, con conseguente diminuzione dei diritti civili o almeno di parte di essi.

A guardare anche fuggevolmente la giurisprudenza in merito, non si trova traccia di una pena così gravosa per questo tipo di reato. E qui scatta la prima violazione del garantismo: una pena speciale per un imputato speciale, alla faccia della Costituzione che prevede l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Io sono dell'opinione che le norme contro l'evasione fiscale debbano prevedere pene più severe di quelle attuali, ma debbano prevederle, come dice la parola, per i reati futuri e soprattutto le debbano prevedere per tutti.

Ricordo che i difensori di Berlusconi sostenevano che, essendo il loro cliente uno dei maggiori contribuenti di questo Stato per sua natura "elusivo", non sarebbe stato giusto condannarlo per una evasione tutto sommato quasi insignificante rispetto alle somme da lui versate, come tasse, nelle casse dello Stato. Ma Berlusconi è stato condannato, e oggi il famoso e discusso decreto prevede proprio che si debba fare un rapporto tra imponibile dichiarato e l'evasione.

Un rapporto che, se applicato al Cavaliere, gli avrebbe evitato la condanna. Arrivo a dire che se il decreto dovesse passare, Berlusconi potrebbe chiedere i danni per condanna ingiusta, ma non voglio giungere a tanto. Quello che importa rilevare è che la stampa e la cosiddetta sinistra della sinistra fantasma, sono insorti contro quell'articolo del decreto non perché poteva agevolare l'evasione, ma soltanto e perché finiva per favorire, tra tutti i cittadini, anche Berlusconi.

Viene così ventilata l'idea che una legge può essere considerata giusta o ingiusta non in considerazione della sua valenza, ma in considerazione di chi ne viene colpito e di chi ne viene agevolato. Siamo con questo all'incredibile, sul piano legale e su quello del buon senso. Un quotidiano come La Repubblica, che non può essere considerato neppure per celia berlusconiano, ammette qualcosa: cita la sentenza di condanna di Berlusconi, ed è costretto a ricordare che in essa si legge come il Cavaliere, nell'anno incriminato, abbia dichiarato un imponibile di 397 milioni di euro, beato lui, mentre gli accertamenti puntualmente condotti sulle sue dichiarazioni, abbiano accertato un reddito effettivo di 410 milioni, con una evasione dunque del 4,9 per cento.

Una magra evasione, ancora più magra per il 2003: reddito dichiarato 312 milioni, reddito accertato 320 milioni, una differenza ancora minore della precedente; 0,70 per cento. Queste percentuali sono costate a Berlusconi una condanna a quattro anni di reclusione. Ma il funambolo Renzi, dopo molto cogitare, ha promesso che cambierà quell'articolo del decreto, articolo da lui stesso incluso nel decreto. Siamo in un paese in cui le norme vengono cambiate a furore di popolo e di stampa. Sembrerà, questo, un articolo che manco Sallusti, ma è il giusto prezzo da pagare al garantismo.