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di Giuseppe Pignatone


La Repubblica, 19 luglio 2021

 

Il successo ha bisogno del contributo di tutti. Di magistrati e avvocati difensori, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e ne determina l'orientamento o se ne fa espressione.

Non è facile prevedere se la riforma Cartabia riuscirà a ridurre la durata dei processi del 25%. Certo è però che deve essere considerato l'insieme complessivo dei provvedimenti adottati, a cominciare dalle risorse finalmente disponibili, dopo decenni, tanto che l'Italia ad oggi spende in questo settore meno della media europea e, come rileva la Commissione, ha anche un numero inferiore di magistrati in rapporto alla popolazione (addirittura metà rispetto alla Germania). Su questo punto, grandi speranze sono riposte sull'Ufficio del processo, con l'assunzione triennale di 16.500 collaboratori, per coadiuvare giudici e Pm.

Ciò premesso, gli emendamenti in tema di processo penale rappresentano un tentativo coerente per ridurne i tempi, nelle condizioni politiche date da cui è impossibile prescindere, come dimostra la tormentata modifica della prescrizione. La Guardasigilli ha previsto una serie di strumenti come l'ampliamento dei casi di perseguibilità a querela, delle ipotesi di estinzione per lieve entità del fatto e di messa alla prova, insieme ad alcuni - modesti - miglioramenti della disciplina dei casi di patteggiamento e di giudizio abbreviato, per consentire la definizione dei procedimenti senza arrivare al dibattimento. Peraltro, in molti di questi casi e con l'attenzione dedicata alla giustizia riparativa e alle esigenze delle vittime, si persegue anche l'importante obiettivo di prevedere sanzioni diverse dalla detenzione, con una condivisibile inversione di tendenza rispetto alla legislazione "carcero-centrica" degli ultimi anni.

Ancora nel senso di limitare il numero dei dibattimenti, va poi la drastica modifica dei criteri di giudizio in sede di archiviazione, di udienza preliminare e di udienza-filtro per i processi davanti il giudice monocratico. A oggi, il procedimento deve andare avanti se esiste anche solo una ragionevole probabilità di sostenere l'accusa, con la riforma il giudice dovrà archiviare o disporre il "non luogo a procedere" se gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentiranno una ragionevole previsione di condanna. Un netto capovolgimento della logica attuale.

Tutto questo non inciderà tuttavia sul numero dei processi nella fase delle indagini preliminari e il carico di lavoro di un Pm italiano resterà otto volte quello di un suo collega europeo. È un dato, questo, citato raramente ma che è alla base della maggiore durata dei procedimenti e, in particolare, delle indagini. Su di esso potrebbe incidere solo una drastica depenalizzazione, o quanto meno un'amnistia, su cui però non si coglie alcuna disponibilità in sede politica. Stando così le cose, a poco serviranno le modifiche proposte per il rispetto dei termini delle indagini preliminari e di quelli relativi alla loro conclusione.

Desta allarme anche l'abbandono delle proposte della commissione Lattanzi per una prima - modesta, ma significativa - limitazione dei casi in cui è possibile l'appello da parte dell'imputato. Una rinunzia, questa, che rischia di restringere ulteriormente quello che già oggi è il vero collo di bottiglia del sistema. Rischia, ancora di più, di determinare la "morte" di migliaia di processi, anche per gravi delitti, per improcedibilità per l'assoluta impossibilità di giungere a sentenza nel termine di due anni (o tre, per alcuni reati), termine che molte importanti Corti d'appello non sono, oggi come oggi, assolutamente in grado di rispettare.

Anche questi temi dovranno essere oggetto di attenzione, specie da parte del Comitato tecnico scientifico, per verificare se le nuove misure - in particolare l'aumento, mirato e non a pioggia, delle risorse, anche nel campo decisivo dell'informatica, gli strumenti deflattivi di cui si è detto e il mutamento del parametro di valutazione per il rinvio a giudizio - saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Resta che il successo della riforma, proprio perché incide su punti essenziali del sistema vigente, ha bisogno del contributo di tutti. In primo luogo dei magistrati e degli avvocati difensori, cui si richiede un forte cambio di mentalità, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e la determina o, al contrario, se ne fa espressione.

Se dopo i primi fatti di cronaca che dovessero suscitare l'emozione dei cittadini, la risposta di istituzioni e mass media fosse - come in larga misura è stato finora - "sbattiamo il colpevole in galera e buttiamo la chiave", tutti i tentativi e gli sforzi compiuti in direzione dei riti alternativi e degli strumenti deflattivi, della valutazione rigorosa dei requisiti per il giudizio e la condanna, delle alternative al carcere e della giustizia riparativa, ritornerebbero ben presto, fatalmente, ad essere solo buoni propositi e noi continueremmo a lamentarci per l'eccessiva durata dei processi. Mentre l'Europa si interrogherebbe legittimamente sul diritto del nostro Paese a incassare i fondi del Piano di Rinascita.