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di Gabriele Terranova (Componente Direttivo Osservatorio Carcere dell'Ucpi)

 

Il Garantista, 24 marzo 2015

 

Il percorso normativo finalizzato al superamento ed alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari culminato nella 1. 81/2014, di conversione del d.l. n. 52/2014, rappresenta un passaggio storico di fondamentale importanza nella gestione delle problematiche sanitarie e sociali correlate al disagio mentale.

Si stabilisce che la magistratura disponga, per gli infermi ed i seminfermi di mente, anche in via provvisoria, l'applicazione di misure di sicurezza diverse dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario o in casa di cura e custodia, salvo quando sono acquisiti elementi dai quali risulta che ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla loro pericolosità sociale.

Alle Regioni, e segnatamente ai Dipartimenti e Servizi di Salute Mentale, si è demandato il compito di predisporre, d'intesa con le Direzioni degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per ciascun internato, un programma di trattamento individuale incentrato su percorsi terapeutico - riabilitativi di dimissione, con l'obbligo di documentare in modo puntuale, per i pazienti per i quali sia stata accertata la persistente pericolosità sociale, le ragioni poste a fondamento dell'eccezionalità e della transitorietà del prosieguo del ricovero.

Si è avvertita anche l'esigenza di sancire mediante formale statuizione normativa un principio che avrebbe dovuto essere ovvio, e cioè che nessuno può essere ritenuto socialmente pericoloso ed internato sol perché il sistema sanitario nazionale non gli garantisce le cure di cui avrebbe bisogno per continuare a vivere in società: un riconoscimento della diffusa consapevolezza che buona parte della popolazione degli Opg avrebbe potuto condurre esistenze più dignitose, senza sacrificio per la sicurezza pubblica, se assistita da un'adeguata rete di supporto.

Si decreta inoltre finalmente la fine dell'incresciosa prassi degli ergastoli bianchi, ossia delle proroghe reiterate all'infinito del giudizio di pericolosità sociale e dell'internamento, stabilendo che nessun malato di mente possa essere internato per un periodo più lungo della pena massima che gli sarebbe toccata se fosse stato sano e quindi responsabile del reato commesso.

L'ispirazione di fondo è dunque quella che, all'abbandono del modello manicomiale rappresentato dalle attuali strutture di internamento (tristemente documentato qualche anno fa dalla Commissione Marino), debba corrispondere, salvo casi eccezionali, l'attivazione di forme di assistenza, demandate alle ordinarie strutture di salute mentale, per la cura dei malati in regime di libertà. La prevista istituzione delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza), strutture sanitarie e non penitenziarie, di piccole dimensioni (con un massimo di 20 pazienti), distribuite sul territorio delle Regioni e destinate ad ospitare i malati non dimissibili, fra quelli oggi destinati agli Opg, dovrebbe assolvere ad una funzione residuale, correlata all'eccezionalità ed alla tendenziale transitorietà della prosecuzione degli internamenti. Propositi non solo encomiabili ma doverosi, se si considera che la Costituzione riconosce a tutti, malati di mente compresi, il diritto alla salute ed a godere di idonee cure.

A chi pensasse che si tratti di ambizioni idealiste è sufficiente fare osservare che già nella prima relazione trimestrale (diffusa nello scorso mese di settembre) dell'Organismo di Coordinamento del processo di superamento degli Opg, appositamente istituito per vigilare sull'attuazione di questa normativa, risulta che, degli 846 pazienti all'epoca ancora internati (il numero è oggi sceso, secondo gli ultimi dati, a 761), più della metà (425), stando ai programmi di trattamento individuale predisposti, sono giudicati dimissibili e si tratta di una stima che lo stesso Organismo pare considerare ancora piuttosto prudenziale e comunque suscettibile di essere sensibilmente rivista verso il basso in tempi non particolarmente lunghi secondo le stesse motivazioni addotte a sostegno della persistente pericolosità dei non dimissibili.

E la dimostrazione che puntare sull'assistenza territoriale non solo è possibile, ma rappresenta anche la scelta più razionale per la gestione della materia, ed al contempo che è bastato un monitoraggio individualizzato delle esigenze dei malati e delle cure esperibili in contesti non detentivi per constatare che il numero di coloro che presentano effettive esigenze di internamento rappresenta meno di un terzo di quello che, solo pochi anni fa, raggiungeva la popolazione degli Opg (nel 2010 gli internati erano circa 1.450).

Bene ha fatto dunque il Governo, nonostante le plurime sollecitazioni di segno contrario, a rifiutare l'ennesima proroga ed a ribadire il termine ultimo del 31 marzo 2015 per la chiusura degli Opg. Certamente molti sono i ritardi e le criticità che ancora si registrano a pochi giorni dalla scadenza del termine. Le dimissioni e le prese in carico da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale procedono ancora troppo a rilento e soprattutto continuano a ritmo preoccupante i nuovi internamenti (circa uno al giorno), segno che la Magistratura, da cui questi dipendono, complice il coordinamento ancora insufficiente con i servizi sanitari, continua a privilegiare, nonostante le contrarie indicazioni normative, le misure di sicurezza detentive.

Le Rems non sono ancora pronte ed in molte regioni non sono state ancora neppure definitivamente individuate le strutture destinate ad ospitarle, ciò che imporrà di adottare soluzioni provvisorie foriere di ulteriori problematiche organizzative e prefigura una preoccupante fase di transizione verso il nuovo regime. Si segnalano infine anche soluzioni gattopardesche, come quella della Regione Lombardia, che ha annunciato di voler trasformare in Rems l'Opg di Castiglione delle Stiviere (dove tuttora risulta attuata perfino la contenzione fisica dei pazienti, da tempo invece abbandonata in altri Istituti), con l'inevitabile timore che l'operazione si traduca in un semplice cambio di etichetta.

L'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penale Italiane, che ha attivamente condiviso fin dall'inizio la campagna per il superamento degli Opg e che, nei mesi passati, li ha visitati tutti, segnalandone le criticità e le problematiche, non può che trarne rinnovate motivazioni per aderire all'appello oggi lanciato da ampi settori della cultura e dell'associazionismo affinché, senza colpi di coda e senza indugio, si proceda celermente e congruamente al completamento del percorso di riforma avviato, si acceleri il processo di dimissione dei malati internati e la loro presa in carico da parte dei Dsm, rafforzando il coordinamento fra la Magistratura e le strutture sanitarie affinché si riducano drasticamente i nuovi internamenti, si completino rapidamente le Rems, nel rigoroso rispetto dello spirito della legge, che vuole trattarsi di strutture connotate da esclusive finalità di cura, garantendo al contempo analoghe caratteristiche, per quanto possibile, anche alle strutture destinate ad accogliere gli internati in via transitoria e procedendo al commissariamento (già previsto dalla legge) per sopperire all'inerzia delle regioni inadempienti.

L'Osservatorio Carcere ha visitato, lo scorso 16 marzo, l'Opg di Montelupo Fiorentino, dove ha trovato un'assoluta mancanza d'informazione sulla dismissione.

A quindici giorni dalla stabilita chiusura, nulla lo lasciava intendere. Nuovi ingressi; attività programmata anche per i mesi successivi; alcuna notizia sulle Rems; si stavano ultimando i lavori di ristrutturazione con i ritocchi ad una complessa opera che aveva finalmente consentito alla struttura - definita vergognosa in passato - di assumere un aspetto quanto meno dignitoso; si stava attendendo il collaudo dell'impianto di aerazione delle stanze, da poco ultimato. Segnali questi che potrebbero fare intendere che la chiusura non è affatto vicina. L'Osservatorio vigilerà e, intanto, ha già programmato, dopo la scadenza del 31 marzo, una campagna di monitoraggio sulle Rems, con visite nelle strutture, secondo la propria consolidata consuetudine riguardante gli Istituti di detenzione.

Va espresso infine un doveroso invito al Legislatore, affinché il percorso di riforma sia completato attraverso l'organica revisione della disciplina codicistica dell'imputabilità e delle misure di sicurezza personali, il cui assetto - è fin troppo ovvio - non è più in linea con il sistema delineato.

Anche questo, nonostante le immaginabili difficoltà insite nel nuovo percorso parlamentare, appare un imperativo imposto non solo da esigenze di coerenza sistematica, ma anche dalla necessità di dare più coerente impulso all'adozione di prassi giudiziarie conformi allo spirito della riforma.