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di Gilberto Corbellini e Elisabetta Sirgiovanni

 

Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2015

 

È sbagliato mescolare i violenti criminali con gli altri malati mentali. Un errore simile fu fatto ai tempi della legge 180. Il 31 marzo 2015 chiuderanno definitivamente gli ultimi istituti deputati in Italia alla cura e detenzione dei malati psichiatrici criminali: gli Opg, Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

Di "manicomi criminali", come li si chiamava all'epoca della loro istituzione nel 1870, sostenuta dalle teorie di Cesare Lombroso, ne sono rimasti sei: ad Aversa (1876), a Montelupo Fiorentino (1886), a Reggio Emilia (1897), a Napoli (1922), a Barcellona Pozzo di Gotto (1925), a Castiglione delle Stiviere (1939) e a Pozzuoli (1955). Gli Opg rientravano nelle misure di sicurezza controllate dal Ministero della Giustizia per colpevoli di reati gravi che, pur non ritenuti imputabili per le azioni commesse, in quanto diagnosticati infermi di mente, sono pericolosi per la società.

Un tempo si definivano "pazzi morali". Perché li chiudono? Nel corso del 2010 una Commissione di inchiesta del Senato, dopo sopralluoghi in queste strutture, che ospitano oggi in tutto 700 pazienti circa, rileva in alcune di esse condizioni di degenza sconcertanti, documentate da video e fotografie: scarsa presenza di personale medico e mezzi, sovraffollamento, degrado strutturale e igienico-sanitario, reclusi in pessime condizioni e privi di supporti educativi o ricreativi.

Come nel caso di un paziente tenuto nudo in stato di contenzione, legato con garze e con un evidente ematoma sul cranio della cui causa non c'è traccia nelle cartelle. Ma fu trovato anche un internato che, pur avendo ottenuto dalla magistratura l'autorizzazione al trasferimento, veniva trattenuto per mancanza di struttura territoriale adeguata, o altri due malati con ferite non documentate e vari casi di patologie fisiche non curate.

In un video si dichiara di aver conosciuto un malato internato anni orsono solo perché usava vestirsi da donna. La descrizione dell'ospedale di Castiglione delle Stiviere (Mn) nella relazione della commissione, invece, si discosta positivamente dalle altre.

Nell'ambito del decreto legge cosiddetto "svuota-carceri" (22 dicembre 2011, n. 211) e sull'onda dell'atmosfera creata dalla condanna dell'Unione Europea per la situazione carceraria in Italia, si decide frettolosamente di far fronte alla situazione con un articolo che subisce rinvii fino all'ultimo (Dl 30 maggio 2014, n. 81) e che impone la definitiva chiusura degli Opg in favore di nuove strutture locali dette Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza Sanitaria), gestite dalle Regioni e dal ministero della Salute. I pazienti più pericolosi verranno trasferiti nelle Rems, gli altri nei reparti psichiatrici degli ospedali territoriali.

A oggi, solo dieci Regioni su venti si dicono pronte a gestire questo cambiamento, il ministero della Salute minaccia il commissariamento per le altre e cresce lo sconcerto tra gli operatori della salute mentale che si sentono impreparati a fronteggiare la situazione. A metterci il carico, le assurde pretese delle associazioni in difesa della chiusura che chiedono l'abolizione anche delle Rems, e la riabilitazione completa degli internati.

Il diciannovesimo secolo fu il secolo del "sistema degli asili", quando si consolidò la cura del malato psichiatrico in luoghi specializzati, che costituivano un'evidente evoluzione terapeutica rispetto alla precedente carcerazione. Fu il medico francese Philippe Pinel nel 1793 a iniziare la sua battaglia per la fondazione di questi istituti proprio con un atteggiamento di tipo etico, che intendeva liberare il paziente psichiatrico dalle mostruosità della detenzione come incatenamenti e violenze brutali.

Negli anni Sessanta libri come Asylums (1961) del sociologo canadese Erving Goffman o Manicomi come lager (1966) del giornalista italiano Angelo del Boca denunciavano gli orrori dei trattamenti manicomiali, e in Italia si affermava un movimento culturale, ispirato al pensiero di Franco Basaglia, avverso ai manicomi in quanto frutto anche se non soprattutto di una concezione medica della malattia mentale. Queste idee contenevano gravi errori, dovuti a pregiudizi anti-illuministi e antiscientifici.

Quello che il clima ideologico anti-asili degli anni Settanta ha diffuso in Italia è un ragionamento infondato e insidioso, oltre che ascientifico: collegare l'attenzione etica al paziente neurologico e psichiatrico con l'idea falsa che le malattie mentali non esistano affatto e, in particolare, che non possano essere dannose per chi le ha e per coloro che gli sono intorno. Come accade per qualunque malattia, non tutte le condizioni psichiatriche richiedono interventi o causano gravi sofferenze o predispongono a comportamenti gravemente dannosi per sé o per altri. Ma alcune di esse sì.

Le malattie psichiatriche non sono il frutto dell'immaginazione dei clinici o peggio uno strumento di potere e repressione, perché quando è così non si tratta di malattie psichiatriche. Anzi, è proprio chi sostiene che le malattie del cervello esistono e vanno diagnosticate e trattate adeguatamente a ritenere che l'isolamento pressoché carcerario e che le situazioni di svilimento e degrado del paziente sono non solo inaccettabili dal punto di vista etico, ma vanno contrastate perché controproducenti e inutili ai fini della cura e del suo benessere.

Aiutare la costruzione di strutture che puntino alle migliori condizioni per il trattamento dei malati psichiatrici criminali non dovrebbe sfociare automaticamente nell'idea che queste persone non siano malate, o peggio che non siano pericolose socialmente. Si va dai killer seriali a sangue freddo, agli stupratori, agli stalker, agli affetti da psicosi deliranti e allucinatorie violenti: tutti con alto grado di recidivismo. In molti casi, per sfortuna, la medicina non è ancora in grado di guarirli e riabilitarli ed è compito delle istituzioni e dei governi garantire la sicurezza per tutti gli altri.

Non è il caso di cadere negli stessi errori della legge 180, impropriamente chiamata Basaglia e approvata nel clima politico tormentato del 1978, appena quattro giorni prima del rapimento di Aldo Moro. Anche in quel caso la chiusura degli ospedali psichiatrici prevedeva un'organizzazione territoriale dell'assistenza, che è stata valutata negli anni qualitativamente inefficace e inadeguata non solo localmente da chi doveva gestire con scarsi mezzi e risorse le esigenze del settore della salute mentale, ma anche in modo documentato dalla letteratura internazionale. Mescolare pazienti criminali, potenzialmente manipolatori o violenti, ad altri pazienti vulnerabili è in più una scelta azzardata e ingiustificabile, perché i primi necessitano di cure e attenzioni ancora più specifiche, come la psichiatria forense ha insegnato.