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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 9 aprile 2015

 

Ai due Matteo (Orimi e Renzi), della mattanza di Genova 2001 e della decisione della Corte Europea di condannare la polizia italiana per aver torturato ragazzi inermi, non gliene frega un fico secco. I due Matteo sono esattamente due esponenti della generazione che poco meno di 15 anni fa diede vita al movimento no-global, cioè all'ultimo episodio di ribellione di massa contro il liberismo e probabilmente all'ultima prova di "esistenza in vita" della sinistra (non solo in Italia). I due Matteo - mentre i loro coetanei urlavano a Genova (e poi a Porto Alegre, a Barcellona, a Goteborg e altrove) contro lo strapotere del mercato, e chiedevano giustizia sociale, e si battevano contro la guerra, e poi subivano la ferocia sadica di alcuni reparti della polizia italiana - se ne stavano chiusi negli uffici dei loro partiti, a fare i giovani burocrati e a pensare alla carriera. Ci pensarono bene, alla carriera, dicono i fatti.

Scoprire nel 2015 che Gianni De Gennaro nel 2001 era il capo della polizia italiana è una cosa davvero paradossale. Da ridere. O anche da piangere ovviamente. A seconda che si consideri il cinismo l'anima della commedia o della tragedia.

De Gennaro non ha subito nessuna condanna per la mattanza di Genova, né dai tribunali italiani né da quelli internazionali. Questo non vuol dire che non abbia una responsabilità politica oggettiva: era il capo della polizia e l'immagine della polizia uscì distrutta dalla vicenda genovese e dal modo nel quale essa rimbalzò sulla stampa di tutto il mondo. Uscì distrutto anche il rapporto di fiducia tra polizia e popolo. E il prestigio internazionale dell'Italia subì un colpo micidiale. E dunque sarebbe stato logico presentare il conto a De Gennaro. Ma nessuno glielo presentò: né la destra né la sinistra. Perché? Forse per la semplice ragione che allora Gianni De Gennaro era uno uomo molto potente, e la politica italiana (come del resto il giornalismo) non abbonda di cuor di leone.

La politica italiana ( e anche il giornalismo) azzanna la vittima solo quando è sicura che sia già sconfitta. Oggi De Gennaro non è certo l'uomo potente del primo decennio del duemila, e allora la politica pensa che sia attaccabile. E siccome De Gennaro è considerato un uomo di D'Alema e di Letta, i due Matteo lo vogliono far fuori. Non certo perché gli batta il cuore di dolore per le randellate prese dai ragazzi di Genova, o per le torture a Bolzaneto: semplicemente perché vogliono mettere un uomo loro a Finmecccanica.

È questo che davvero indigna. L'uso strumentale di una battaglia ideale per accaparrarsi una poltroncina e per chiudere una vendetta. Finché la politica sarà questo, dopo aver perso tutti i suoi contenuti di pensiero e di strategia, finché sarà solo un gioco di società per accaparratori di potere, è impensabile che l'Italia esca dalla crisi. La crisi morale - parola abbastanza insensata ma abusatissima da anni - non è qualche tangente - che sempre c'è stata e sempre ci sarà - ma è la fine delle idealità e la vittoria dei pescecani, la fine della lotta delle idee sostituita dalla lotta degli sgabelli (beh, quello di Finmeccanica non è proprio uno sgabello).

Ai due Matteo non è mai importato nulla del reato di tortura che dovrebbe esistere nel nostro codice dagli anni ottanta (quando loro erano ragazzini) e ancora non esiste. Conoscete qualche iniziativa dei Matteo per accelerare l'iter? O sapete di qualche grido di indignazione perché nelle carceri italiane, dove si vive come in un pollaio, la tortura, quotidiana, continua, è la norma? O vi risulta che si siano pronunciati contro il carcere preventivo usato - abitualmente - per cercare di ottenere confessioni o pentimenti, che è una pratica assolutamente simile alla tortura? No, non avete sentito grida dei due Matteo, né vi risultano loro iniziative. Vogliono la testa di De Gennaro, e basta. È spaventoso il grado di ipocrisia che guida la nostra classe dirigente. È vero che la politica - e il giornalismo - hanno sempre convissuto con un certo grado di ipocrisia. Ma una cosa è usare l'ipocrisia come strumento, una cosa diversa è farne un valore.

E sulla sentenza della Corte Europea su Genova 2001 lo scatenamento dell'ipocrisia è stato impressionante. Anche su un fronte opposto a quello dei Matteo.

Ieri, per esempio, il Fatto quotidiano ha aperto il giornale con un bel titolo a tutta pagina: "La tortura è reato. In Europa". Con una polemica aperta contro il fatto che in Italia con è reato. Applausi al titolo. Poi, però, sommessamente, una domanda: ma il partito dei Pm (al quale, con una modesta approssimazione, associamo il Fatto) ha mai fatto qualcosa per chiedere che fosse introdotto nei codici il reato di tortura?

Non mi pare. Ha chiesto il reato di auto-riciclaggio, l'aumento delle pene per le tangenti, ha chiesto il falso in bilancio, l'omicidio stradale, l'aumento delle prescrizioni. Ha chiesto più intercettazioni, ha chiesto l'abolizione del secondo grado di giudizio. E della tortura quando ha parlato? Mai. E II "Fatto" quando si è preoccupato della tortura? E la politica giudiziaria, in Italia, è stata imposta dal partito dei Pm e dai suoi giornali, o no?

PS. Gianni de Gennaro è una figura molto complessa. È stato un poliziotto eccezionale, forse il più bravo poliziotto del dopoguerra. Insieme al suo amico Falcone ha inferto dei colpi micidiali alla mafia (lui e Falcone sono gli unici ad avere davvero colpito al cuore la mafia). Poi ha fatto molte altre cose che non so giudicare (tra le quali il capo dei servizi segreti) e sicuramente ha svolto malissimo il ruolo di capo della polizia perché, da sola, la macchia di Genova è indelebile (anche se ha avuto il merito di allevare una nidiata di allievi, come manganelli e Pansa, che si sono dimostrati ottimi successori). Personalmente, da giornalista, quando scrivevo sull'Unità e su Liberazione ho chiesto mote volte le dimissioni di De Gennaro. Chiederle oggi, però, francamente, mi pare una cosa un po' ridicola e un po' vigliacca.