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di Tino Oldani

 

Italia Oggi, 31 gennaio 2015

 

In risposta alle critiche che alcuni magistrati gli hanno mosso nei discorsi inaugurali dell'anno giudiziario, il premier Matteo Renzi ha detto alcune cose sacrosante: "Un paese civile deve avere un sistema giudiziario veloce, giusto, imparziale. Per arrivare rapidamente a sentenza, bisogna semplificare, accelerare, eliminare inutili passaggi burocratici, andare come stiamo facendo noi sul processo telematico (così nessuno perde più i faldoni dei procedimenti, come accaduto anche la settimana scorsa). Bisogna anche valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti, che oggi sono più forti in magistratura che non nei partiti".

Un'analisi breve quanto impeccabile sui mali della giustizia. Da applausi. Peccato che l'operato del governo, segnatamente del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, vada in tutt'altra direzione. La cartina di tornasole è proprio il processo telematico.

Di fronte a 9 milioni di processi pendenti (5 milioni di cause civili e 4 milioni di penali), e di fronte all'evidente produttività scarsa dei magistrati (che hanno pure la faccia tosta di lamentarsi per la riduzione delle ferie da 45 a 30 giorni), anche un bambino capisce che l'unica soluzione efficace è accelerare il più possibile il processo telematico. Per questo, a partire dal 2010, per sopperire ai 9 mila buchi di organico della macchina amministrativa dei tribunali, sono stati reclutati (prima dalle Regioni, e poi dal ministero della Giustizia) circa 3 mila tirocinanti precari, i quali sono stati prima sottoposti a un adeguato periodo di addestramento, e poi inseriti nei 1.300 tribunali con lo scopo di aumentarne l'efficienza.

Il compito svolto da questi precari, per lo più giovani laureati e disoccupati, è stato di passare allo scanner i fascicoli dei procedimenti, smaltire gli arretrati, inserire le nuove pratiche nei computer e rispondere agli sportelli. Un lavoro prezioso, di cui si è parlato poco sui giornali, ma ben presente al procuratore generale della Cassazione, che ha sollecitato più volte il governo a "non risparmiare gli sforzi - a ogni livello, anche legislativo - perché le professionalità acquisite da questi lavoratori non si disperdano". Parole al vento. La ministra Madia le ha completamente ignorate. Problema di costi? Non si direbbe. Il mantenimento in servizio dei precari dei tribunali (scesi ora da 3 mila a 2.650) non sembra di quelli proibitivi: 7,5 milioni di euro spesi nel 2013, più altri 15 milioni stanziati con la Legge di stabilità 2014.

Di quest'ultima somma, però, sono stati erogati solo 9 milioni nel 2014, mentre gli altri 6 milioni (esclusi in un primo tempo dalla Legge di stabilità 2015) sono stati inseriti nell'ultimo decreto mille proroghe e basteranno per pagare gli stipendi dei precari fi no al 30 aprile prossimo. Dal primo maggio, festa del lavoro, tutti a casa. In previsione di questo nuovo buco di organico, la Madia ha annunciato (con un tweet!) che circa mille dei 20 mila dipendenti delle Province soppresse, rimasti per mesi inoperosi, saranno trasferiti nei tribunali in base alle nuove norme sulla mobilità del pubblico impiego.

In pratica, mettendo insieme due riforme sbagliate e lacunose (province e pubblica amministrazione), la Madia ne sta sbagliando una terza. Fa come i gamberi: un passo avanti e due indietro. Così, dopo avere speso alcune decine di milioni di euro per formare dei giovani, e rendere più efficiente la burocrazia giudiziaria con il processo telematico, proprio quando ha raggiunto un primo risultato positivo (vedi il giudizio del procuratore generale della Cassazione), lo Stato, grazie alla Madia, azzera tutto e ricomincia da capo.

E al posto dei precari già preparati (molti anche plurilingue, impiegati nelle traduzioni delle rogatorie internazionali), sceglie un migliaio di ex dipendenti delle Province, che non solo sono pochi (in media, meno di uno per tribunale; appena un terzo dei precari da sostituire), ma non hanno neppure le competenze necessarie per maneggiare le pratiche giudiziarie, e dovranno pertanto essere sottoposti a un tirocinio formativo, con inevitabile perdita di tempo e di efficienza. Di questo passo, la tanto sbandierata riforma della pubblica amministrazione, che porta la firma della Madia, rischia di produrre più danni che benefici.

Di certo, non giova al processo telematico, né a ringiovanire la burocrazia italiana, che ha l'età media più alta in Europa ed è tra le meno qualificate. Uno studio dell'Aran ha accertato che la metà dei dipendenti pubblici italiani ha più di 50 anni, mentre quelli sotto i 35 anni sono appena il 10 per cento, contro il 28% della Francia e il 25% del Regno Unito. Gli over 60 sono il 10%, mentre i laureati sono appena il 34%, contro il 54% del Regno Unito.

Un robusto turn over per abbassare l'età media e alzare la qualità del personale è ciò che gli esperti suggeriscono da anni. E il minor costo del pubblico impiego italiano (11% del Pil) rispetto al resto d'Europa (in Francia è il 13,4% del Pil) lo consentirebbe, purché abbinato a piani più credibili sulla mobilità. Ma servirebbe un ministro all'altezza del compito. Purtroppo per l'Italia, non c'è.