di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 16 aprile 2015
Tutti in Italia parlano della giustizia penale e del suo malfunzionamento, mentre nessuno, o quasi, sembra occuparsi della giustizia civile che evidentemente interessa pochi. Eppure così non è, se si pensa che oltre venti milioni di persone e/o società sono direttamente o indirettamente coinvolti in una qualche procedura di carattere civilistico, vale a dire circa un terzo della popolazione italiana. Ebbene, se la giustizia penale è pericolosa per chi vi incappi, quella civile è un terno al lotto.
Tribunali che scoppiano, aule asfittiche, carta dappertutto, fascicoli che si smarriscono per anni, personale arrancante, nervoso e via di questo passo. Avete mai avuto la sorte di trovarvi in piena estate nel corridoio del Tribunale di Roma in attesa che venga chiamata la causa in cui difendete? È un'esperienza interessante e a suo modo unica: centinaia di persone in piedi, sudate, stanche, avvitate su fascicoli e incartamenti, irritate, asservite ad un ordine di chiamata del tutto sconosciuto, chi va di là, chi va di qua, chi si arrende accasciandosi perfino per terra, chi vorrebbe bere un sorso d'acqua ma non si può, chi vorrebbe soltanto respirare ma anche questo non si può perché il corridoio non ha finestre né aperture di sorta che diano verso l'esterno: insomma, una bolgia dantesca, un girone dell'inferno uscire dal quale sembra un premio di sopravvivenza.
Non parliamo poi delle procedure che sembrano dettate da pazzi incoscienti, abituati a legiferare passeggiando per i viali delle dimore dei Campi Elisi e perciò completamente estranei alla dura realtà della vita di tutti i giorni. Prendiamo l'esempio del fallimento, oggi terribilmente attuale per gli effetti dannosi che produce con frequenza. Innanzitutto, la durata di anni o anche di decenni. Alcuni fallimenti si chiudono definitivamente dopo venticinque anni, quando molti dei creditori originari sono morti da un pezzo, mentre a volte lo è anche l'imprenditore fallito. Non solo: in tutto quel tempo a volte muoiono anche gli avvocati, con ulteriori effetti dilatori della procedura.
In secondo luogo, la procedura fallimentare così come pensata può anche andar bene in casi normali, quando l'economia gira in modo fisiologico, l'amministrazione funziona, la macchina dello Stato garantisce l'equilibrio complessivo del sistema. Ma, come tutti sanno, da almeno sei o sette anni le cose stanno purtroppo ben diversamente: l'economia è in ginocchio a livello mondiale, la finanza spadroneggia, le imprese svaniscono, la pubblica amministrazione non paga i propri debiti, ma pretende il rapido pagamento dei propri crediti, lo Stato non garantisce un bel nulla... insomma una baraonda.
Ora, se poteva esser prima accettata l'idea che un imprenditore fosse dichiarato fallito, quando non era in grado di pagare i debiti - in quanto non lo era perché appunto era fallito il suo difettoso progetto imprenditoriale - oggi, le cose stanno in modo molto diverso. La cronaca di tutti i giorni ce lo dice. Un imprenditore lavora con i privati e con la pubblica amministrazione; ad un certo punto nessuno lo paga più: non solo i privati - a loro volta impossibilitati a pagare perché non vengono saldati i loro crediti - ma nemmeno la pubblica amministrazione.
I debiti si accumulano e restano inevitabilmente non pagati: da qui il fallimento. Ma in casi del genere, oggi frequenti, ha senso parlare di fallimento? Assolutamente, no! Non è che il progetto imprenditoriale sia fallito, ma semplicemente è stato bloccato dai mancati pagamenti di altri, dei privati e soprattutto da parte della pubblica amministrazione.
Costui non può definirsi fallito, ma casomai affossato, ucciso dal punto di vista economico: dagli altri. E allora, perché ostinarsi ad applicare una procedura che invece suppone il suo fallimento? Qui non si tratta neppure di insolvenza incolpevole: si tratta semplicemente di "forza maggiore" alla quale, come dicono i civilisti, non è stato possibile in alcun modo resistere. La procedura dovrebbe allora essere del tutto diversa e senza gli effetti paralizzanti e penalizzanti che spesso ricadono sul fallito. Infatti, chi, vantando migliaia e migliaia di euro di crediti non pagati da parte di privati o da parte di Comuni o dello stesso Stato, potrebbe continuare a fare impresa? Ma neppure è un fallimento: è, piuttosto, una esecuzione prolungata, operata a suo carico da parte di altri. Ora, i legislatori, i giudici, gli avvocati civilisti che ogni giorno si scontrano ormai da anni con queste realtà queste cose le sanno bene, eppure sembrano ignorarle. Perché?









