di Alessia Guerrieri
Avvenire, 24 aprile 2015
Non sono parole, ma occhi e cuori che battono. A sentire parlare Alessandro, Fabio, Andreas e tutti i detenuti che lavorano in carcere c'è un leit motive: "Il voler essere guardati e non giudicati". Edmondo, in più, ha compreso che la sua vita in cella non era finita davanti allo sguardo amorevole della madre che lo perdonava: "Lì ho detto sì al mio riscatto: un progetto di lavoro in carcere".
Più lavoro e formazione dietro le sbarre, uguale meno recidiva. Un'equazione misurabile che fatica ad entrare nell'ottica di un sistema penitenziario in cui si spendono 3 miliardi l'anno, ma ha il più alto tasso di ritorno a delinquere d'Europa. Fornire opportunità di rinascita con la scuola o un mestiere comunque non fa bene solo al diretto interessato, ma a tutti. Bilancio pubblico compreso. Abbassare di un punto la recidiva, infatti, fa risparmiare 51 milioni di euro, che diventano 210 milioni nel caso di pene alternative.
È su questa certezza che dovrà basarsi la riforma del sistema penitenziario, coinvolgendo sia associazioni e volontari che il mondo imprenditoriale della cooperazione sociale. Perché "per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio ". Parte da qui l'appello di Alleanza per le cooperative italiane, Compagnia delle Opere e Forma che ieri a Roma hanno offerto al ministro della Giustizia, Andrea. Orlando, il loro bagaglio d'esperienze in vista degli Stati generali sul carcere e della, riforma della giustizia.
Cibi e vini con "Dolci evasioni" nel carcere di Siracusa, gioielli e bici nella casa circondariale di Padova e una lavanderia industriale "Senza macchia " nel penitenziario di Torino. Sono solo alcune eccellenze che fanno comprendere come la pena passiva e la logica del "buttare la chiave" per i galeotti sia la ricetta sbagliata, anche in termini di sicurezza. A ricordarlo lo stesso Guardasigilli che immagina un "nuovo piano organizzativo" per le carceri con l'obiettivo di un "modello di sussidiarietà", perché le strutture pubbliche "da sole non ce la faranno". Per far ciò, continua, "le cooperative sono l'attore più adatto" a creare occupazione nelle istituti di pena e a "formare un ponte di opportunità per il dopo detenzione".
Certo, gli fa eco il sottosegretario al Welfare Luigi Bobba, occorrerà combattere la "cultura della rimozione del fenomeno" per rendere le esperienze sui territori l'ordinario, anche grazie a "7 milioni di euro di fondi sociali europei" per alimentarle. Quel villaggio perciò "c'è anche se si vede poco", dice il responsabile del Centro nazionale per il volontariato, sottolineando che sulle carceri la vera spending review "è nell'alleanza tra Terzo settore e Stato". In ballo, il benessere dell'individuo e della comunità. "Nel caso di lavoro in carcere la recidiva scende sotto il 10%", è l'impatto sociale documentato dal portavoce dell'Alleanza Giuseppe Guerini, convinto che per i detenuti occorra inoltre "cura, sussidiarietà e solidarietà".
Le premesse ci sono, tuttavia "per essere sussidiaria nel suo esito, la riforma del sistema penitenziario dovrà esserlo anche nella sua genesi", aggiunge Monica Poletto, presidente Cdo Opere Sociali, per partire da ciò che c'è e svilupparlo. Come i programmi di formazione che consentono ogni anno al 7mila persone di studiare e rilasciare 5823 titoli di studio. Non si cresce però solo con libri e "non basta educare con la legge dei codici - le parole del cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, don Claudio Burcio, sembrano disegnare gli obiettivi programmatici per il futuro - bisogna unire giustizia, amore, cura e cultura del noi".









