di Claudio Del Frate e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 30 ottobre 2022
Il carcere a vita senza sconti e benefici è stato però giudicato dalla Corte Costituzionale in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Carta. I primi due provvedimenti all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri convocato per lunedì riguarderanno la giustizia. In particolare l’intenzione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è di confermare il cosiddetto ergastolo ostativo (che impedisce di accedere a sconti e benefici di legge chi non ammette le proprie responsabilità) e il rinvio della riforma Cartabia. E una posizione di rilievo l’avrà anche il comparto della lotta al covid, almeno per quanto attiene l’anticipo all’1 novembre della scadenza dell’obbligo vaccinale per chi esercita la professione sanitaria, e la conseguente abrogazione delle sanzioni per l’inosservanza dell’obbligo. Palazzo Chigi manda dunque un segnale di “discontinuità” rispetto ai precedenti esecutivi.
Partiamo dalla giustizia. Al primo punto del primo Consiglio dei ministri “vero”, dopo quello di esordio assorbito, come di prassi, dagli adempimenti formali, ci sarà un decreto legge per mantenere il cosiddetto “ergastolo ostativo”, considerato dal governo - sono sempre fonti di Palazzo Chigi a farlo filtrare - strumento essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata. La norma interessa circa 1.200 detenuti. Ma davanti all’intenzione del governo si pare un ostacolo: con una sentenza dell’aprile 2021 la Corte Costituzionale ha stabilito che il “fine pena mai” (cioè l’ergastolo ostativo), così come è formulato oggi, è i n contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione. Il primo stabilisce che “la legge è uguale per tutti”, l’altro che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. I giudici avevano dato tempo al Parlamento di varare una nuova legge fino al maggio di quest’anno, poi era stata concessa una proroga di sei mesi. L’8 novembre la Corte Costituzionale tornerà a trattare l’argomento e in mancanza di novità dovrebbe dichiarare decaduto l’ergastolo ostativo. Anche per questo il governo è corso ai ripari.
La norma era stata introdotta negli anni ‘90, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio come strumento di lotta alla mafia: nessun beneficio di legge poteva essere concesso a mafiosi “non pentiti”. Il nuovo testo che il governo presenterà lunedì tenterà di far convivere le osservazioni della Consulta e la necessità di non allentare il contrasto alla criminalità organizzata.
Il Parlamento in carica fino a pochi giorni fa aveva approntato un testo che dava al giudice di sorveglianza la responsabilità di valutare il via libera ai benefici e invertiva l’onere della prova: spettava al detenuto dimostrare di aver rescisso i contatti con le organizzazioni criminali. E aggiungeva paletti: sì ai benefici solo a patto che il parere del pm sia favorevole e il detenuto si sia comportato correttamente, abbia partecipato al percorso rieducativo, abbia provveduto alla riparazione pecuniaria. Un testo votato il 31 marzo da tutti i partiti, ad eccezione di Fratelli d’Italia, che si era astenuta perché “troppo permissivo”.
Ora anche il nuovo governo dovrebbe ripartire il disegno di legge già approvato nella passata legislatura dalla Camera dei Deputati e punta a evitare le scarcerazioni facili dei mafiosi, perché permette l’accesso ai benefici penitenziari al condannato che abbia dimostrato una condotta risarcitoria e la cessazione dei suoi collegamenti con la criminalità organizzata. “Una corsa contro il tempo - fa filtrare Palazzo Chigi - per garantire sicurezza sociale e impedire che ai detenuti mafiosi possano aprirsi le porte del carcere pur in costanza del vincolo associativo”.
Sempre sul tema della giustizia, il Consiglio dei ministri affronterà il rinvio al 30 dicembre 2022 dell’entrata in vigore di alcune disposizioni della “Riforma Cartabia”, raccogliendo le criticità già emerse nel dibattito parlamentare e confermate - proseguono le stesse fonti - in questi giorni dagli operatori del diritto con una lettera al ministro della Giustizia. Il provvedimento intende rispettare le scadenze del Pnrr e consentire la necessaria organizzazione degli uffici giudiziari. In questo caso l’obiettivo è quello di “dare seguito all’indicazione tracciata da Giorgia Meloni nelle dichiarazioni programmatiche in Parlamento e segnare, così, un primo atto di discontinuità, rispetto ai precedenti esecutivi, nella gestione della pandemia da Covid-19”.
Matteo Salvini esulta all’insegna della discontinuità: “Bene, anche sulla giustizia finalmente si cambia, avanti così”. Così l’opposizione attacca. Secondo la capogruppo dei deputati Pd, Debora Serracchiani, il “rinvio in blocco dell’entrata in vigore della riforma rischia di buttare a mare due anni di lavoro e di mettere a rischio i fondi Pnrr” e “sarebbe un inizio all’insegna dello scontro frontale con Bruxelles”. Il duplice stop in tema di giustizia ha subito suscitato anche la reazione degli avvocati: contro l’ipotesi di rinvio della riforma Cartabia e contro il mantenimento del “fine pena mai” la giunta delle Camere Penali ha convocato una riunione d’urgenza per domenica.










