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di Umberto Fantigrossi (Presidente Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti)

 

Milano Finanza, 14 aprile 2015

 

Come spesso accade, all'individuazione di un obiettivo di interesse pubblico lo Stato fa seguire la creazione di un nuovo apparato. È accaduto così anche nel caso della lotta alla corruzione, con la creazione di un'apposita Autorità nazionale an ti corruzione, cui spetta, secondo l'art. 1 della legge istitutiva (la 190 del 2012), di assicurare azione coordinata, attività di controllo, prevenzione e contrasto della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione.

Per quanto in questo primo periodo di funzionamento l'Autorità abbia sicuramente fatto sentire la sua voce e svolto con incisività il suo ruolo, per esempio nel caso dell'Expo di Milano, vedo difficile che questo approccio, per così dire dall'alto, abbia l'effettiva possibilità di combattere il fenomeno in tutte le sue dimensioni. Anzi, rischia di diventare l'ennesimo soggetto produttore di regolamenti e indirizzi, quando è proprio l'eccesso dì leggi e di norme secondarie che fa crescere il pericolo dell'abuso nell'applicazione del precetto e pone il cittadino in una condizione di sudditanza, predisponendolo alla corruzione.

Bisogna quindi pensare a un approccio diverso, che parta dal basso e precisamente da coinvolgimento diretto del cittadino, come parte attiva di un processo di lotta alla corruzione. Qualche autorevole esponente del governo ha recentemente affermato che la corruzione si avvantaggia perché quello italiano è uno Stato debole, troppo spesso facile preda delle organizzazioni che fanno corruzione. Ma questa vale per la grande corruzione, mentre esiste ed è altrettanto pericolosa quella diffusa.

A volte il cittadino o l'imprenditore paga anche per avere ciò che gli spetta secondo norma: la piccola concessione edilizia o la piccola autorizzazione commerciale e questo perché non si fida degli strumenti di cui potrebbe disporre per ottenere legalmente quello che gli spetta in tempi rapidi. E allora urge una strategia che punti a dare più poteri al cittadino e possa incidere sui fattori che producono o quanto meno favoriscono la corruzione.

Il primo fattore sul quale intervenire è proprio quello della patologia di una normativa così vasta da impedire di sapere con certezza quale sia la disciplina di una certa fattispecie: la recente edizione della Gazzetta Ufficiale con la legge di Stabilità contiene più di 700 commi distribuiti su più di 500 pagine. È in arrivo la nuova legge di riforma della pubblica amministrazione e si preannuncia che conterrà i principi direttivi da attuare con circa 10 decreti legislativi di attuazione. Questo fenomeno non è un fattore legato alla corruzione?

Il secondo fattore riguarda una manutenzione straordinaria di leggi fondamentali per il rapporto tra cittadini, imprese e pubbliche autorità, come, in primo luogo, la cosiddetta legge sulla Trasparenza (n. 241/90), che in 25 anni ha subito un eccesso di interventi di modifica estemporanei e una incessante azione di erosione del suo ambito di efficacia, per l'azione di discipline speciali e derogatorie. Occorre tornare alla sua logica originaria di norma generale del procedimento amministrativo: il cittadino va messo nelle condizioni di colloquiare in modo paritario e su basi di correttezza e trasparenza il proprio interlocutore istituzionale.

Il terzo fronte di intervento dal basso è quello della giustizia amministrativa. Il ricorso al Tar è infatti uno degli strumenti più forti di cui cittadini e imprese dispongono per combattere la corruzione. Quindi la giustizia amministrativa va potenziata anche come strumento di prevenzione della corruzione, rendendola più accessibile dal punto di vista della presenza sul territorio e dei costi di accesso. Su questo aspetto, non si può tacere che l'attuale livello delle tasse sui ricorsi al giudice amministrativo rischia di garantire l'impunità per le violazioni nelle gare fino a 2-300 mila euro, soglia sotto la quale il costo degli atti supera il margine di guadagno dell'impresa. A livello aggregato, vuol dire circa 100 milioni di euro di spesa pubblica su cui non c'è controllo.