di Alberto Laggia
Famiglia Cristiana, 21 febbraio 2015
Hanno provocato indignazione i commenti usciti sulla pagina Facebook di un Sindacato di polizia Penitenziaria alla notizia del suicidio di un detenuto. Ma non basta condannare gli autori. Bisogna meditare sul degrado del nostro sistema penitenziario che produce morte tra i detenuti. E anche tra le guardie carcerarie.
"Uno di meno", "speriamo abbia sofferto", "Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone", "Uno in meno che sicuramente non avrebbe scontato la pena...". E via di seguito con commenti di questo tenore. Le frasi shock, poi cancellate, hanno iniziato a riempire la pagina Facebook dell'Alsippe, uno dei sindacati (minori) di polizia penitenziaria, già domenica scorsa, in seguito alla notizia del suicidio nel carcere milanese di Opera di un detenuto rumeno, condannato nel 2013 all'ergastolo per omicidio.
Tra i commenti più censurabili c'erano quelli di alcune guardie carcerarie. Scoppia, inevitabile, il caso: il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) avvia un'indagine formale, i sindacati condannano all'unisono l'accaduto. Lo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si vede costretto a intervenire convocando il Dap. E il caso diventa inevitabile oggetto di polemica politica. Intanto quelle frasi offensive e indecenti, seppur rimosse dal social network, rimangono stampate nella mente di tutti, pesano come macigni e non solo sull'immagine della polizia penitenziaria.
Ci si stupisce e ci si indigna, un po' ipocritamente, come sempre. Non lo si sa ancora che quello sfogatoio virtuale, anonimo (ma non troppo) che è la rete può mostrare il meglio, ma anche il peggio di noi? Che quella valvola di sfogo che sono i social network, può esaltare i sentimenti più nobili, diffondere con un click istanze solidaristiche e moti di generosità, come, altresì, viralizzare le più sordide reazioni di pancia e far esplodere i pensieri più beceri e infami?
Quanto accaduto ci può lasciare interdetti perché insinua, come alcuni hanno giustamente osservato, un dubbio pesante: ma dov'è stanno mai la sicurezza e la certezza del diritto se persino chi indossa un'uniforme, e che dovrebbe essere custode della vita di un uomo, sebbene colpevole di reati, può dimenticare la dignità della persona e il rispetto davanti al dramma della morte?
Quasi nessuno invece, al di là della condanna "politically correct" delle frasi indecenti (e ci mancherebbe), ha colto la serietà della questione che ha a che fare con i diritti civili e lo stesso Stato di Diritto: quant'accaduto in rete i giorni scorsi ci dice soprattutto il livello di degrado e di disumanizzazione del nostro sistema carcerario che, invece di produrre redenzione e reinserimento sociale, produce angoscia e morte.
Il saldo annuo dei detenuti morti per suicidio è terribile: nel 2014 i suicidi sono stati 43 (fonte "Ristretti Orizzonti"). Quasi uno alla settimana. Dal 2000 ad oggi i carcerati che si sono tolti la vita sono stati 850. Ma non basta: nel 2014 a suicidarsi sono stati anche dieci agenti penitenziari. Come dire: uno ogni quattro detenuti. A riprova che il sistema penitenziario è un trita-esistenze e colpisce anche chi là dentro vi lavora. S'è calcolato che nelle carceri italiane ci si suicida con una frequenza che è 19 volte superiore rispetto alle persone libere. La pena di morte è stata cancellata da tempo dal nostro ordinamento. Ma di carcere si muore. E tanto.











