di Francesco Grignetti e Ilario Lombardo
La Stampa, 19 giugno 2023
Il ministro scottato dalle voci non smentite della premier contro di lui. Gli azzurri: difendiamo la nostra identità. L’Anm smorza i toni ma intanto si incrina il rapporto di governo. I partiti moderati pronti a sfruttare l’occasione. Il giorno dopo l’ultimo scontro al calor bianco tra ministro della Giustizia e associazione magistrati, trionfa il silenzio. Come se tutti i protagonisti avessero paura di tirare le conseguenze e ricominciasse la stagione dello scontro perenne tra politica e giustizia.
Dalle parti dell’Anm si getta acqua sul fuoco. Non è proprio il caso di rinfocolare le polemiche e quindi si cerca di circoscrivere l’accaduto alla “scivolata” di un ex collega prestato alla politica e particolarmente suscettibile di fronte a critiche ben argomentate. Perciò i magistrati cercheranno di chiuderla lì, pronti però a reagire con fermezza qualora Nordio riprendesse i suoi attacchi frontali, e addirittura insistesse a non volerli riconoscere come interlocutori. “Tanto più che finora era stata sempre affermata la disponibilità al dialogo”, si dice. Erano stati promessi tavoli tecnici; in qualche caso l’Anm ha già partecipato a incontri al ministero.
Nella maggioranza si scrutano le mosse di amici e nemici. Non è sfuggito un tweet di Enrico Costa, vicesegretario di Azione, punta di diamante del garantismo: “Da giorni magistrati vari contestano il ministro, nel silenzio di Palazzo Chigi. Occhio che se Nordio si scoccia, vi saluta”. Gli fa eco Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, Forza Italia: “Le riforme della giustizia proseguiranno con la separazione delle carriere e la fine delle corride delle toghe politicizzate dentro il Csm”.
Ora, non è un mistero che quelli del Terzo Polo e di Forza Italia siano i più entusiasti sostenitori di Nordio. Molto più della Lega o del suo stesso partito, FdI. Per dire, non si sono mai colmate le distanze con Andrea Delmastro, il sottosegretario che fa da mastino per conto di Meloni. Come non sono state smentite da Palazzo Chigi le voci di un’insofferenza della premier nei confronti dei toni bellicosi di Nordio. Un silenzio che ha fatto pensare molti all’interno della maggioranza e anche fuori. E Nordio non avrebbe preso bene questo smarcarsi della presidente del Consiglio, né il tatto dimostrato per le toghe.
Il ministro della Giustizia andrà avanti solo se avrà il consenso della leader. Si svela così un’incrinatura nel rapporto di governo che Terzo Polo e Forza Italia sono pronti a sfruttare in maniera aggressiva. L’asse è nei fatti. Nel garantismo sbandierato ovunque. Ma questa convergenza verrà ancora più approfondita durante i lavori parlamentari, e preoccupa non poco Meloni. Su intercettazioni, sugli interrogatori e le misure cautelari, fino ad arrivare, più avanti, in autunno, alla tanto promessa separazione delle carriere: forzisti, renziani e calendiani vogliono rendere ancora più radicali le proposte. Per Renzi è una questione di “coraggio”, per gli eredi di Berlusconi anche di “identità”. Nelle ore subito successive alla morte del fondatore, l’ala più critica degli azzurri ragionava proprio su questo orizzonte.
Su come la sopravvivenza del partito passasse anche da alcune battaglie identitarie, utili per differenziarsi da Meloni e per evitare di finire cannibalizzati dal partito della premier. La giustizia è forse di tutte quella che può caratterizzare di più le ricette dei berlusconiani. Ma che può anche rivelarsi un detonatore dentro la maggioranza. Perché è in grado di creare alleanze alternative alla coalizione. È forse il tema su cui più facilmente Renzi può misurare il piano di destabilizzazione del governo, come spifferato due giorni fa a Licia Ronzulli, capogruppo al Senato di Forza Italia.










