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di Andrea Oleandri (Associazione Antigone)

 

Il Garantista, 9 febbraio 2015

 

Al 31 dicembre del 2014 i detenuti immigrati presenti nelle carceri italiane sono 17.462, pari al 32,56% del totale. I reati per i quali gli stranieri sono maggiormente imputati sono quelli a bassa offensività, per lo più legati alla droga, alla prostituzione o all'immigrazione. Su un totale di 34.957 reati, 9.277 sono le imputazioni per uno di questi tre motivi, una percentuale di 26,5%.

I delitti contro la persona commessi da stranieri sono 6.963 (30,3% del totale), mentre solo 111 stranieri sono imputati per reati di associazione a delinquere, ossia l'1,6% del totale. All'allungarsi delle pene inflitte diminuisce la percentuale di stranieri e, in base al residuo pena da scontare in carcere, gli stranieri rappresentano una percentuale più corposa rispetto agli italiani. Questi sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto di Patrizio Gonnella "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti" che, edito da Edizioni Scientifiche, è stato pubblicato grazie al contributo del lavoro di ricerca dell'Associazione Antigone, di cui Gonnella è presidente, e al sostegno di Open Society Foundations.

Le ricerche di questo genere, servono a fotografare una realtà carceraria spesso sottovalutata, con tutte le conseguenze del caso, in termine di politiche specifiche e, quindi, di diritti. Ma, andando con ordine, è bene partire come fa Gonnella dal perché e come la popolazione straniera sia cresciuta in maniera costante negli ultimi vent'anni, arrivando al numero attuale. Sicuramente grande impatto hanno avuto le politiche sulla cosiddetta "sicurezza" che, dal 1996 in poi, hanno portato a una sorta di "criminalizzazione" dello straniero.

Basta guardare i numeri per capire quanto questa affermazione sia vera. Fino al 1996 la quota di stranieri detenuti in Italia si mantiene piuttosto bassa, sia in termini assoluti che percentuali. Dopo quell'anno e, ancora più segnatamente dopo l'entrata in vigore del Testo Unico sull'immigrazione, la componente straniera nelle carceri italiani comincia a crescere. Tra il 1998 e il 2000 toccherà la soglia del 30%, dalla quale non scenderà più.

Nel 2002, poi, la legge Bossi-Fini porta a compimento il progetto di etnicizzazione del diritto penale, con l'introduzione di fattispecie delittuose intrinsecamente connesse all'immigrazione. In quegli anni la percentuale di detenuti stranieri arriva al 31,78% per giungere infine

all'attuale 32,56%. Un dato questo che sarebbe potuto essere certamente più alto se non fosse stato per i provvedimenti legislativi degli ultimi anni, alcuni dettati dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani e della Corte Europea di Giustizia che hanno condannato l'Italia a causa del trattamento degradante subito dai detenuti nelle carceri del nostro Paese.

Tali provvedimenti hanno per lo più permesso la scarcerazione di quanti erano stati condannati a pene non elevate. Gli immigrati, che come è noto provengono da contesti sociali disagiati e marginali e sono puniti per reati meno gravi rispetto agli italiani, hanno potuto avvalersi di tale sconto.

Proprio i contesti dal quale arrivano i detenuti stranieri è uno dei fattori sui quali si sofferma il re-port, partendo dalla premessa che non sia facile definire il profilo sociale di queste persone. Perché non esistono a livello istituzionale dati disaggregati per età, nazionalità o religione; perché le storie e progetti migratori di ogni persona sono molto diversi e perciò non paragonabili, Se una fotografia va fatta si può dire, comunque, che in Italia la popolazione detenuta straniera è per lo più costituita da persone più giovani rispetto agli italiani.

Nella fascia di età tra i 18 e i 20 anni il 58% sono stranieri; questi sono inoltre il 51% tra i 21 e i 24 anni e il 54% tra i 25 e i 29 anni. Man mano che si va salendo la proporzione si inverte in maniera sempre più netta. Anche i dati sul livello di educazione, quando rilevati, risultano molto generici: non vi è distinzione per nazionalità, tipo di laurea, ecc. L'unico fatto certo è che i livelli di alfabetizzazione sono molto bassi, e questo vale sia per i detenuti italiani che per quelli stranieri. La grande maggioranza (4083) hanno un diploma inferiore. Solo 144 sono i laureati, mentre gli analfabeti sono 300.

Un dato su cui occorre riflettere è quello degli stranieri in custodia cautelare che, rispetto al totale delle persone non condannate presenti in carcere, è in media del 28% contro il 21% del totale comprendente anche i condannati. Il 34% dell'intera popolazione straniera detenuta è in attesa di primo giudizio o comunque non giudicati in via definitiva. Lo stesso dato, ma relativo agli italiani, è del 29%. Lo scarto di 5 punti percentuali si spiega con la minore possibilità di accesso dei primi a una tutela legale qualificata. Gli stranieri sono soltanto il 17,3% delle persone che fruiscono di una misura alternativa alla detenzione.

Si tratta di una percentuale molto più bassa (ben 14 punti in meno) rispetto agli stranieri che scontano la loro pena in carcere. Le ragioni di questo scarto così ampio sono da attribuire alla minore fiducia verso loro sia da parte dei magistrati di sorveglianza che da parte dei servizi sociali, e alle minori risorse economiche e legali a disposizione. Una situazione ancora più complessa per gli immigrati irregolari che, non avendo un permesso di soggiorno che ne attesti un domicilio stabile, non possono essere tenuti agli arresti domiciliari.

Pertanto l'immigrato non regolare finirà più facilmente in carcere in custodia cautelare rispetto allo straniero regolare, anche perché le legislazioni di quasi tutti i Paesi europei non riconoscono i diritti di cittadinanza a coloro che entrano irregolarmente sul loro territorio. Ciò è segno di un sistema giudiziario fortemente discriminatorio da questo punto di vista. Un ulteriore dato raccolto nel rapporto è quello delle religioni degli stranieri in carcere.

Anche in questo caso i numeri sono più un'indicazione che una reale fotografia della situazione, essendo questo un dato che non viene rilevato e, a volte, neanche dichiarato dal detenuto stesso. 5513 sono infatti gli stranieri di cui non e stato possibile rilevare l'appartenenza religiosa. Tra quelli rilevati spicca la presenza di detenuti di fede islamica (5.693), cattolica (2.663) e ortodossa (2.246). Gli italiani invece sono a stragrande maggioranza cattolica (28.131), seguiti dagli evangelici (94) e dagli islamici (93).

Affrontati i numeri, nel rapporto vengono poi approntate 33 proposte di cambiamento legislativo e regolamentare che costituiscono un vero e proprio statuto dei diritti dei detenuti migranti in Italia. L'elenco evidenzia l'incompletezza della legislazione interna ancora troppo centrata sull'idea di un detenuto tipo che è italiano. Incompletezze che riguardano ad esempio il numero bassissimo di mediatori culturali presenti nelle carceri, quando la raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa ci dice che bisogna investire su queste figure, sugli interpreti e sui traduttori, allo scopo di diminuire la conflittualità che. spesso nasce dall'incomprensione - da parte del detenuto straniero - di alcune disposizioni impartite in una lingua, l'italiano, che non padroneggia.

Altre raccomandazioni riguardano l'inserimento della lingua inglese fra le materie d'esame per l'accesso ai vari ruoli della carriera penitenziaria e del servizio medico. E l'organizzazione nelle case di reclusione di corsi di educazione interculturale e l'inserimento di norme nel regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario che tengano conto delle identità culturali e religiose. Tra le proposte anche quella di cumulare le ore di colloquio oltre i limiti mensili per consentire a parenti che arrivano da paesi lontani, la concessione di un visto utile per entrare in Italia e far visita ad un proprio parente detenuto e l'accesso a internet, Skype o alle mail per tutti i detenuti che non hanno censura nella corrispondenza epistolare in modo da facilitare la comunicazione soprattutto agli stranieri che hanno parenti lontani.