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di Errico Novi

 

Il Garantista, 2 aprile 2015

 

E i forcaioli dem sono pure delusi: sul falso in bilancio volevano di più, ma i singoli articoli passano a stento. Lo spottone alla fine è fatto. La legge anticorruzione è servita. Con tanto di guarnizione per buongustai: la punibilità totale o quasi per il falso in bilancio.

È il vero colpo che passa nell'aula del Senato in un'ultima, convulsa giornata di votazioni sul provvedimento firmato da Grasso. Viene approvata in prima lettura una modifica decisiva all'attuale codice: l'eliminazione delle soglie di non punibilità. E cioè di quei limiti, calcolati sull'esercizio di bilancio e sul patrimonio dell'azienda, che impedivano a un magistrato di mettere nei guai amministratori vittime di stime sbagliate.

Al voto finale le cose vanno relativamente lisce: 165 sì, 74 no, 13 astenuti. Con il Pd ci sono Area popolare (quindi anche l'Ncd) e gli altri minori della maggioranza. Forza Italia, insieme con i senatori di Gal, è l'unica a dire no in nome dell'argine all'isteria forcaiola. Il Movimento Cinque Stelle vota contro perché non è ancora abbastanza. La Lega, nel dubbio, si astiene.

Nonostante la spinta forcaiola imposta da Renzi al ministro della Giustizia Orlando, e nonostante l'estremismo ultra giustizialista dei fiduciari del premier, Lumia e Casson, che fino all'ultimo propongono emendamenti per far passare un falso in bilancio ancora più severo, la maggioranza stenta parecchio sui singoli articoli. Incidenti che non impediscono al premier di dichiarare con il solito tweet che anche questa è "la volta buona".

Ma è emblematico quanto accade su uno dei passaggi chiave del provvedimento, l'articolo 8. Quello che introduce la reclusione da uno a cinque anni "per coloro che commettono il reato di falso in bilancio nelle società non quotate": passa con 124 voti favorevoli, 74 no e 43 astensioni (che a Palazzo Madama valgono come voto contrario). A fronte di una soglia di maggioranza fissata a quota 120, a Forza Italia sarebbero bastati soltanto cinque voti per battere il governo ed evitare la galera a chi compila male un documento contabile. Gli ottimisti renziani come la parlamentare che presiede la Commissione Giustizia nell'altro ramo del Parlamento, Donatella Ferranti, suggeriscono di leggere con attenzione il passaggio che ridefinisce il reato e dicono che colpirà solo gli imbroglioni veri. Pia illusione.

L'arma nelle mani dei pm ora come ora è carica e pronta a sparare. Con una pena massima di 5 anni e con le novità introdotte proprio a Montecitorio sulla prescrizione, i responsabili di un'azienda possono stare sotto processo per una posta di bilancio sbagliata anche una decina d'anni. Poi è vero, dopo 5-6-10 anni riusciranno probabilmente a dimostrare che quell'errore non era stato commesso "al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto", per citare l'articolo 8, né "in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore". Ma dopo essere rimasti sotto scacco per anni ed essersi fatti, se non il carcere (che grazie al decreto di giugno fino a 5 anni non scatta) sicuramente un bel po' di domiciliari.

Forza Italia coglie la confusione nella maggioranza. Ma non riesce ad approfittarne. Nonostante il gran da fare che si dà Giacomo Caliendo: è lui a proporre un emendamento attenuativo, sempre sul falso in bilancio, che non passa per cinque voti. Anche grazie ad alcuni berlusconiani che spariscono: si tratta, per la cronaca, di Bonfrisco, Cardiello, Fazzone, Floris, Galimberti, Ghedini, Minzolini e Verdini. Non solo dissidenti anti-renziani, dunque: anche uno come Ghedini che, in quanto avvocato, dovrebbe sapere di cosa si sta parlando. Sei e soprattutto Cinque Stelle urlano addirittura al compromesso, all'annacquamento. E questo, in particolare, per la distinzione tra società quotate e quelle che non lo sono, prevista peraltro già ora nel codice civile. Nel caso delle prime le pene per falso contabile vanno da un minimo di 3 a un massimo di 8 anni di carcere.

Con un aggravio sulla responsabilità contabile, che vale anche per le aziende minori ma che, per chi è in Borsa, si traduce in sanzioni pecuniarie fino all'equivalente di 600 quote. Nel caso delle società non quotate invece, la pena massima di 5 anni di galera, che comunque non è uno scherzo, evita almeno l'uso delle intercettazioni. Cosa che appunto fa scandalizzare i grillini - ma anche i dem Lumia e Casson. Poi, altro scandalo per i forcaioli, nel caso di "fatti di lieve entità" il massimo viene fissato in 3 anni di carcere (minimo 6 mesi).

Aree di non punibilità non ce ne sono. Ma almeno alla lieve entità viene associato il principio della "particolare tenuità del fatto". È applicabile a condizione che il fatturato non superi i 300mila euro, e determina la possibilità per il giudice di archiviare il caso. Salumieri e parrucchieri che cercano di risparmiare sul commercialista sono quasi salvi. Ma i grillini in aula protestano: avrebbero voluto in galera pure loro.