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di Marta Rizzo


La Repubblica, 15 aprile 2015

 

I trasferimenti da Rebibbia presso altri penitenziari, disposti il 10 aprile scorso, sono stati revocati. Condannati che da un luogo di Alta Sicurezza spostati in luoghi lontanissimi e che ora tornano a Rebibbia. La soppressione del trasferimento per l'intervento del Garante dei Detenuti del Lazio al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap). I viaggi paradossali dei detenuti.

Antonio Frasca (primo attore della compagnia Liberi Artisti Associati), Giancarlo Polifroni (attore, responsabile dell'orto del reparto A. S. di Rebibbia), Alessandro Limaccio (laureato in Sociologia, attualmente con un assegno di dottorato dell'Università La Sapienza), Kour Knors: queste solo alcune delle 20 persone che, inopinatamente, sono state trasferite dal carcere di Roma ad altri penitenziari: Aosta, Udine, altrove. Perché questo accade, che criterio si adotta per trasferire alcuni detenuti piuttosto che altri da un penitenziario all'altro del paese?

Trasferimenti a casaccio. I trasferimenti degli arrestati delle carceri italiane non hanno un criterio. O meglio, nascono per snellire il sovraffollamento, più volte denunciato anche da Ue e Onu. Ma sui nomi dei trasferiti, si va a caso. L'anno passato, per esempio, Enzo Gallo e Dario Bonetti, altri due protagonisti della Liberi Artisti Associati, senza motivo alcuno sono stati spediti uno in Sardegna l'altro in Umbria, per poi essere riportati a Rebibbia in seguito a proteste simili a quelle di questi giorni. Ma allora un criterio c'è.

"I trasferimenti - spiega Angiolo Marroni, Garante dei Detenuti del Lazio - seguono un parametro casuale, ma potrebbero anche avere lo scopo di "decapitare" l'attività teatrale e studentesca del Carcere A. S. di Rebibbia". Questo istituto di pena, infatti, è un luogo simbolo di civiltà ed emancipazione culturale dei detenuti a livello internazionale (il film dei fratelli Taviani, vincitore del Festival di Berlino 2012, è solo la punta dell'iceberg di un lavoro lungo e costruttivo che il Centro Studi Enrico Maria Salerno porta avanti a Rebibbia dal 2003). Ma allora, un criterio c'è.

La logica degli spostamenti. "In passato, i direttori delle carceri segnalavano i trasferimenti per lo più di persone che non avevano motivi di natura familiare, lavorativa, scolastica a rimanere nell'istituto di provenienza - spiega Luigi Pagano, vice capo vicario del Dap. Ma oggi questi provvedimenti vengono adottati sempre più raramente, grazie a una diminuzione costante dei detenuti (si è passati, in un anno circa, da 64.000 a 53.900 attuali) e alla creazione di ulteriori posti detentivi. Questa situazione ci permette di mettere mano alla stabilizzazione dei circuiti penitenziari, previsti per legge, ovvero differenziare gli istituti in base ai diversi livelli di sicurezza: istituti di media sicurezza, alta sicurezza (dove sono detenute persone imputate o condannate per reati di criminalità organizzata, per esempio) e per 41 bis, nonché alla posizione giuridica dei carcerati (imputati o condannati).

Una specie di "Commedia degli equivoci". Ciò per meglio modulare le istanze trattamentali, favorire la vicinanza al nucleo familiare, ma anche l'efficacia dei sistemi di sicurezza. C'è da chiarire, poi, che i trasferimenti sono subordinati al nulla osta dell'Autorità Giudiziaria che procede. E va sottolineato quanto, in questo percorso, siano importanti gli elementi di conoscenza forniti dagli operatori d'istituto, polizia penitenziaria compresa, rispetto alle decisioni finali che il Prap (Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria) o il Dap prenderanno". Sfugge il criterio, in questo mare di acronimi, parole e formule. Una commedia degli equivoci, è il caso di dire.

Beffare l'Europa: il sovraffollamento. Spostare qualche decina di detenuti da un carcere all'altro, anche soltanto per poco tempo, per la verità serve ancora a far tornare i conti: se il numero di arrestati di una Casa circondariale supera il limite consentito dai parametri europei (e l'Italia ha superato spesso e di gran lunga quei parametri), pare sia una buona idea trasferire quelli in eccesso in carceri altre, magari lontanissime, purché i conti tornino. A scapito delle persone interessate, delle loro famiglie, dei soldi dei cittadini, investiti per pagare i viaggi. Il tutto senza affrontare il nodo cruciale, e cioè che il sovraffollamento è dovuto, per lo più, all'eccessivo utilizzo della carcerazione preventiva e della carcerazione per spaccio, uso o coltivazione di stupefacenti e soprattutto alla poca lungimiranza con cui si adottano misure punitive, sì, ma alternative al carcere. In questo paese.

Trasferimenti volontari. Si può dire? "Oggi la maggior parte dei trasferimenti - prosegue Pagano - avvengono o nella logica di strutturare i circuiti, o in seguito alla richiesta degli stessi detenuti, ove questa fondi su motivi degni di accoglimento. È un processo iniziato da poco, e d'altronde con 66.000 persone detenute e una situazione carceraria che aveva portato alla condanna per trattamenti contrari al senso di umanità, prima era pura utopia anche pensarci, ma, permanendo e migliorando queste condizioni, contiamo di poter arrivare a stabilizzare un sistema penitenziario che sia rispondente ai dettami della Carta Costituzionale". Pur tuttavia, sfugge ancora il criterio e, d'altra parte, sfugge l'idea che, a parte singoli casi, decine di persone chiedano volontariamente di essere trasferite da un carcere all'altro. Se non per cambiare aria. Ma la cosa non convince.

Perché "studenti" e "artisti" di Rebibbia? Le Case Circondariali italiane non hanno nulla a che fare con le case. Si chiamano così, ma sono dei luoghi di sospensione esistenziale, in attesa di concludere il tempo di pena in spazi fatiscenti. E però, Rebibbia Nuovo Complesso rappresenta un caso a sé. Si è accennato ai due attori spostati l'anno scorso; quest'anno, i nomi più eclatanti del primo attore della compagnia e del suo collega, ma anche carcerati laureati e con borse di studio universitarie. E pare non sia finita qui: "Le notizie su nuovi trasferimenti previsti - rivela il garante Angiolo Marroni - riguarderebbero altri detenuti, tra i quali Giacomo Silvano, laureato in Giurisprudenza e coordinatore del gruppo dei 24 studenti universitari dell'A.S.".

E allora il dubbio viene. È forse nella scelta dei nomi, un criterio dunque c'è. O forse no: "Trasferire detenuti di A.S., che rappresentano la qualità e la coerenza nella rivisitazione del proprio passato e nel reale impegno di ravvedimento e reinserimento una volta finita la pena, è un comportamento senza senso da parte del Dap - continua Marroni. Il burocratismo, l'incapacità di capire il contesto in cui si decidono senza umanità tali trasferimenti, non ha scuse. Sappiamo che sono stati richiesti altri trasferimenti anch'essi privi di razionalità e che per il momento sono stati rinviati".

Trasferimenti: violenze sui detenuti. Innegabile la violenza che si commette sui detenuti trasferiti, i quali scontano già le loro condanne in luoghi in cui vigono regole di aggressività, prevaricazione, nonnismo. In questi contesti, le deliberate deportazioni sono un ulteriore motivo d'angoscia, per i carcerati stessi e per le loro famiglie. "I trasferimenti rappresentano atti di violenza se non sono richiesti, non ho remore ad affermarlo, ancor più se immotivati - confessa il vice capo del Dap. So che ci tocca impersonare la parte dei cattivi, ma, a volte, dobbiamo operare anche scelte impopolari e non sempre siamo i soli a decidere, né abbiamo tante soluzioni praticabili. Ogni scelta, però, è frutto di accurate riflessione e in più può anche capitare l'errore. L'importante, allora, è che i provvedimenti avvengano dandone chiara motivazione, in modo che chi si ritiene ingiustamente trattato, possa far valere i propri diritti". Ma corre ancora l'obbligo di sottolineare che sfugge il criterio dei trasferimenti. Forse, un criterio non c'è.

La positiva attenzione sulle questioni carcerarie. "Lo dico da operatore: ben venga l'impegno mediatico, specie per il mondo carcerario spesso condannato all'oblio - conclude Pagano - Chi opera in buona fede non deve avere timori di critiche. Noi vogliamo essere un'amministrazione aperta, basterebbe valutare quante persone entrano ogni giorno come volontari in istituto, i tanti progetti in corso, gli innumerevoli servizi giornalistici autorizzati. L'opinione pubblica deve essere messa nelle condizioni di conoscere. Io sono convinto che un carcere trasparente possa maggiormente garantire i diritti e aiuta anche noi a lavorare meglio.

Solo vorrei che questa attenzione fosse costante e le luci rimanessero accese anche quando non vi sono notizie clamorose per lo più da cronaca nera, ma l'alimentare un dialogo tra carcere e mondo esterno privo di pregiudizi". Conoscere per informare. Ma sfugge il criterio di scelta dei trasferimenti.

Che i detenuti tornino al loro teatro. Fabio Cavalli, regista della Compagnia Teatro Libero di Rebibbia, di ritorno da Parigi, dove ha tenuto una conferenza al Centre National du Theatre su Shakespeare in Carcere, si è dichiarato convinto che l'esperienza teatrale del penitenziario romano, celebre nel mondo, proseguirà e continuerà a crescere: "Difficoltà ne abbiamo incontrate tante in 12 anni di attività, ma buon senso e impegno rigoroso hanno sempre fatto la differenza - dichiara Cavalli - Incontrerò in questi giorni i miei attori e con loro valuterò la situazione". E dire che solo qualche settimane fa, questo giornale aveva raccontato del valore distintivo e scevro di ogni retorica che la Compagnia dei Liberi Artisti Associati ha, nel mettere in scena spettacoli di ogni tempo, dalle tragedie classiche a Shakespeare, da Brecht a Gogol.