di Davide Nitrosi
La Nazione, 19 marzo 2015
Don Daniele Simonazzi, da 24 anni cappellano nell'Opg di Reggio Emilia "L'Opg? Da sacerdote dico che è la terra promessa, la Chiesa di Papa Francesco. Nei fatti dico che l'Opg è un'occasione persa". Don Daniele Simonazzi da 24 anni è il cappellano dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, oggi 130 ricoverati, pochi anni fa oltre trecento. Il suo studio è tappezzato di piccole foto. Persone che non ci sono più. "Quelli che non sorridono erano dell'Opg".
Opg, occasione persa?
"Opg contraddizione. Un carcere per malati. Ma se sono malati, perché stanno in carcere? E se sono carcerati, perché dire malati? È il peccato originale".
Che la politica non ha risolto?
"Ci sono due approcci pericolosi. Quello di destra: sono mostri, chiudiamoli. E l'approccio di sinistra, non meno ideologico: integrazione, chiusura degli Opg...".
L'errore?
"In entrambi i casi si pensa più alle ideologie che alle persone. E non si tiene conto delle loro condizioni. Chiedetevi perché gran parte dei dipendenti Ausl assegnato all'Opg chiede il trasferimento".
Quindi?
"Non sia una questione ideologica. Bisogna cercare il bene delle persone. E il bene è che escano da qui. Di sicuro vanno a stare meglio".
Come si spiega all'opinione pubblica la chiusura?
"Con quattro domande. Se fossi nell'Opg, vorrei essere trattato così? Se ci fosse un mio parente, sarei sereno? Se fossi un operatore potrei tranquillizzare il familiare di un ricoverato? Poi, se fossi all'Opg, userei il gabinetto?".
A questo punto?
"Sono indecenti. In molti non funziona lo sciacquone, il water è scollato e lascia uscire i liquami, alcuni sono senza luce, coi rubinetti otturati. Mancano persino i detersivi".
Lo Stato ha tagliato?
"Non ci sono soldi e il rapporto fra Asl e amministrazione penitenziaria non funziona. Qui hanno appena ristrutturato il tetto e piove dentro, con celle inagibili".
Disinteresse?
"Nessun dirigente dell'Asl è venuto dentro l'Opg, né ha mai parlato con i ricoverati".
Dal 31 marzo si chiude tutto.
"In verità resta aperto. Le persone inferme di mente con pericolosità sociale escono, mentre i ricoverati che hanno maturato problemi di malattia mentale dopo la detenzione in carcere, restano".
I punti deboli?
"Primo: all'Opg i ricoverati sono protetti anche dalle famiglie di provenienza. Secondo: sono state dimenticate le vittime".
Non è da poco.
"Le vittime sono rimaste terrorizzate. Nessuno chiede a loro come stanno, come si sentono".
La soluzione?
"Non è far finta di niente. Occorre avere anche la consapevolezza di ciò che hanno provato le vittime o le loro famiglie. Qui si parla di reati, di violenza. L.M. anni fa entrò in una casa per rubare e trovò una bimba che si mise a piangere. L'uccise e la gettò in un canale. Chi si prende cura della mamma di quella bimba?".
Come si fa?
"Riconciliazione. Renato uccise un sagrestano a Rovereto. Mi ha chiesto tante volte che fare per chiedere perdono. Siamo andati sui luoghi della Prima Guerra Mondiale, nella parrocchia del sagrestano, abbiamo parlato col parroco. L'Opg non è l'isola dei famosi, è dentro il mondo che viviamo".
Il ricovero ha funzionato come recupero per qualcuno?
"Certo. Tanti. Roberto, dopo otto anni in Opg, è uscito. Prima di commettere i reati gestiva 400 persone a Torino. Oggi dedica la vita a chi è rimasto dentro e gestisce il nostro fondo di solidarietà".










