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recensione di Antonio Salvati

mentinfuga.com, 27 giugno 2022

Siamo in piena estate e insieme alla voglia di vacanza vorremmo alleggerire i toni e i ritmi delle nostre esistenze, soprattutto dopo un lungo periodo difficile per tutti. È comprensibile e fisiologico. Per i detenuti, in realtà, non è possibile, nemmeno per una stagione, darsi una pausa, mettendo da parte i propri problemi. Anzi, spesso l’estate acuisce i drammi e i problemi della popolazione carceraria. Nel corso del suo pontificato, Papa Francesco in tante occasioni, ha ribadito come la pena debba “avere la finestra aperta per la speranza, perché ognuno deve poter avere la speranza del reinserimento”, aggiungendo che “una pena senza speranza, ha proseguito il Papa, non serve, non aiuta, provoca nel cuore sentimenti di odiosità, tante volte di vendetta, e la persona esce peggio di com’era entrata”.

Chi segue le vicende carcerarie ricorderà un memorabile Discorso del Santo Padre Francesco alla delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale che si caratterizzò per semplicità di linguaggio e complessità di concetti. Un discorso intenso, rivolto all’oggi, alla necessità di interventi concreti e urgenti, proposti entro uno scenario globale. Il discorso risale al 2014. Tuttavia, conserva una strepitosa attualità con il suo pressante invito alla cautela nell’applicazione della pena e all’inderogabile rispetto della dignità della persona. Non a caso, alcuni giuristi hanno significativamente raccolto l’invito del Santo Padre affinché soprattutto gli operatori di giustizia limitino e contengano le tendenze alla vendetta e al populismo penale che serpeggiano nella società, spesso alimentate dai mezzi di comunicazione di massa e da politici senza scrupoli. È un invito che coinvolge, più in generale, le donne e gli uomini di cultura, affinché compiano il loro “dovere”, accompagnato dalla consapevolezza “che - sostiene Papa Francesco - il non farlo pone in pericolo vite umane, che hanno bisogno di essere curate con maggior impegno di quanto a volte non si faccia nell’espletamento delle proprie funzioni”.

In un interessante volume snello, curato da Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo, “Giustizia e carceri secondo Papa Francesco. Brevi saggi a commento delle sue tesi” (Jaca Book 2016, pp. 190 € 16), sono contenuti commenti ad alcuni brani del discorso del Pontefice, realizzati da autori con esperienze e sensibilità molto diverse, uniti dalla necessità di sviluppare e attuare le preziose indicazioni del Pontefice.

In merito alla carcerazione preventiva, Papa Francesco osservò che essa - “quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso - costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità”.

Per Giovanni Maria Flick è un chiaro richiamo al pericolo di trascurare sia il principio guida della cautela in poenam, che deve essere intesa in termini di extrema ratio per i fatti più gravi; sia il principio guida di adeguatezza e di proporzionalità. Da ciò, quindi, “la scarsa attenzione alle misure alternative in sostituzione del carcere e alla necessità di rispettare non solo il primato della vita ma anche quello della dignità umana; da ciò il richiamo del Papa alle deplorevoli, inumane e degradanti condizioni detentive, cagionate sia dalle deficienze del sistema penale e dalla carenza di infrastrutture, sia dall’arbitrio nell’esercizio del potere”. Da ciò in particolare le riflessioni di papa Francesco e la denunzia su “i carcerati senza condanna e i condannati senza giudizio”.

Flick ricorda le indicazioni della nostra Corte costituzionale e quelle della Corte di Strasburgo sui diritti umani. Esse sono concordi e reiterate in questo senso: la presunzione di non colpevolezza impone di limitare il ricorso alla carcerazione preventiva alla presenza di gravi indizi e di specifiche e tangibili esigenze cautelari, da accertare in concreto e di fronte a condizioni non altrimenti affrontabili con misure meno afflittive. Pertanto, secondo Flick, “no all’anticipazione della pena; no al riferimento alla gravità del reato in sé. È, e deve restare eccezionale (ed è comunque in sé discutibile), la previsione normativa vincolante della adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere, per i soli reati di criminalità organizzata, vista la pericolosità di quest’ultima e per evitare contatti con il mondo esterno”.

L’incitazione alla vendetta e il populismo penale sono altri due aspetti toccati dal Pontefice: “viviamo in tempi nei quali… si incita talvolta alla violenza e alla vendetta”. L’orribile vendetta richiede comunque un accertamento di responsabilità, mentre - dice il Papa - essa viene invocata “anche contro coloro sui quali ricade il [mero, ndr] sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge”.

In questo modo la vendetta si manifesta nelle forme di una violenza pura, senza - spiega Stefano Anastasia - neanche il paravento giustificatorio della retribuzione del male commesso. In effetti, quando la domanda di giustizia è sollecitata dall’incitazione alla vendetta non c’è più spazio per l’accertamento delle responsabilità e la commisurazione della sanzione. La giustizia si fa sommaria e la vendetta viene anticipata nelle forme della violenza collettiva contro il capro espiatorio. Bergoglio attribuisce simile pratica ad “alcuni settori della politica” e ad “alcuni mezzi di comunicazione”. E certamente si colloca lì, tra politica e informazione, il corto circuito che - sostiene Anastasia - “alimenta la spirale del populismo penale, sempre a chiedere “più 1” in un gioco senza fine. Nella perdita di prospettiva che riduce la politica ad amministrazione della contingenza, tutto si consuma qui e ora. Non conta nulla l’inutilità di una minaccia sanzionatoria o la violazione della presunzione d’innocenza: qui e ora bisogna dare soddisfazione alla domanda di giustizia della vittima attraverso la minaccia di una più dura reazione sociale nei confronti del reo reale, sospettato o semplicemente potenziale. Così qualsiasi violazione delle regole si riduce al conflitto contingente tra il reo e la vittima, ovvero tra il reo e la collettività che si identifica con la vittima. Il codice comunicativo del diritto penale si sostituisce a quello della politica e promette di risolvere qualsiasi conflitto sociale attraverso l’attribuzione di una responsabilità e l’inflizione della pena conseguente. A nulla vale riproporre la complessità dei fenomeni, che spesso fanno del reato l’epifenomeno di conflitti e sofferenze sociali più profonde”.

Come scriveva puntualmente Émile Durkheim più di un secolo fa, “la pena non serve - o non serve che secondariamente - a correggere il colpevole o a intimidire i suoi possibili imitatori; da questo duplice punto di vista è giustamente dubbia, e in ogni caso mediocre. La sua vera funzione è di mantenere intatta la coesione sociale, conservando alla coscienza comune tutta la sua vitalità”.

Evidentemente di fronte alla sofferenza e alla crisi della convivenza, l’individuazione della causa del male e la sua cancellazione attraverso il sacrificio di chi lo personifichi si propone ancora oggi come il collante della comunità e di un suo rinnovato benessere.

Non è un caso, osserva giustamente Marco Ruotolo, che la Costituzione italiana declini il termine “pena” al plurale, non accettando, implicitamente, quella equazione con il carcere che invece pare così radicata nel comune sentire e che ha trovato spesso significativo seguito nelle scelte del legislatore ordinario. Sono “le pene” - e non soltanto la sanzione carceraria - che, in base all’art. 27 della Costituzione italiana, “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Un altro aspetto particolarmente problematico messo in rilievo da Papa Francesco è il carcere a vita senza possibilità di revisione della condanna: ergastolo ostativo, “life sentence without parole, whole life sentence”, sono le formule giuridiche che descrivono una condizione di reclusione senza speranza, inesorabilmente destinata ad aver fine solo con la morte del condannato: fine pena mai. Quando la perpetuità della pena è indefettibile spiega Marta Cartabia, “la finalità rieducativa è - irrimediabilmente frustrata. Dal punto di vista dei valori costituzionali, dei diritti della persona e della sua dignità l’ergastolo si può giustificare almeno alla condizione (e non senza ulteriori dubbi) che l’astratta perpetuità della pena si intrecci con la possibilità concreta di renderla temporanea, attraverso la previsione di un periodico riesame complessivo della personalità del detenuto, al fine di valutare l’eventualità di concedere i benefici penitenziari che riaprano le porte del carcere e l’accesso alla libertà”.

La persona è un essere vivente: può sempre evolvere nel suo cammino e non perde questa sua caratteristica dentro le mura di un carcere. Come mirabilmente affermato da Paul Ricœur - ricorda la Cartabia - la persona è più grande degli atti che compie. L’enunciazione del principio della finalità rieducativa e riabilitativa della pena che ricorre in molte costituzioni contemporanee “sottintende questo sguardo sulla persona umana e richiede che siano assicurati effettivi percorsi individualizzati volti al reinserimento sociale dei detenuti. Ogni istituto del diritto e della prassi penale e penitenziaria è dunque chiamato a favorire il percorso rieducativo del condannato, fine ultimo della pena secondo l’art. 27 della Costituzione italiana e in molte costituzioni contemporanee”.

Infine, assai rimarchevoli le considerazioni del giurista Luciano Eusebi secondo il quale Papa Francesco invita a sovvertire il modello della giustizia coltivato da millenni nella nostra cultura: “quello per cui essa consisterebbe nella simmetria dei comportamenti, cioè nella loro corrispettività: per cui l’incontro con il negativo, con quello ritenuto colpevole, ma anche con quello iniquamente ravvisato in chi non risponda all’interesse del giudicante (come attestano millenni di guerre legittimate in tale prospettiva), giustificherebbe l’agire reciprocamente negativo, ovvero il rispondere con il danno al danno, con il male al male, il “confondere - come afferma papa Francesco (ibidem) - la giustizia con la vendetta”. Un modello che l’umanità non può più permettersi, se non altro poiché ormai possiede gli strumenti per un’autodistruzione totale”.

Si tratta, allora, di riappropriarsi dell’idea “che alle realtà negative si può rispondere proficuamente soltanto con progetti che abbiano un segno alternativo a tale negatività. Così che anche la risposta al reato, vera e propria cartina al tornasole del modello di giustizia caratterizzante il nostro vivere civile, possa assumere i contorni di un progetto, piuttosto che quelli di una ritorsione: di un progetto significativo per la persona che ne sia destinataria, come pure per il suo rapporto con le persone offese e con la società”.

Compito della giustizia non è dividere, ma tornare a rendere giusti, per quanto possibile, rapporti che non lo sono stati. Ciò che esige fra l’altro, “in non pochi casi, non soltanto l’impegno riparativo di chi abbia trasgredito la legge, ma anche la restituzione nei suoi confronti di chance delle quali la sua vita sia rimasta nel passato deprivata, in quanto riflesso di quella corresponsabilità diffusa che non è mai assente nel contesto del fenomeno criminale”.