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Il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2015

 

Legge varata in Senato: fino a 3 anni di prigione a chi propaganda la discriminazione razziale e nega la shoah. L'11 febbraio scorso è stato approvato dal Senato il disegno di legge sul negazionismo. Ora deve passare alla Camera. I sì sono stati 234, i no 3 e gli astenuti 8. La normativa, che modifica la legge del 1975, la cosiddetta legge Reale, prevede l'aggravante dell'istigazione all'odio, all'incitamento a commettere un delitto, se si fonderà sulla negazione della Shoah, dei crimini di guerra o contro l'umanità.

Il ddl approvato da Palazzo Madama prevede 3 anni di pena in più se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento a commettere atti di discriminazione razziale si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, come definiti dallo Statuto della Corte penale internazionale.

Inoltre, è stato ridotto da 5 a 3 anni il limite massimo della pena per chiunque pubblicamente istighi a commettere delitti. In un primo momento, la maggioranza aveva pensato a un reato a sé sul negazionismo dell'Olocausto e di altri crimini di guerra, da approvare in sede deliberante, poi si è optato per l'aggravante da inserire nella cosiddetta legge Reale in modo, ha sostenuto la commissione Giustizia che ha proposto il ddl, da proteggere la libertà di espressione e la ricerca storica. Nella relazione illustrativa si legge, inoltre, che la scelta è stata dettata pure dalla necessità di rendere omogenee le pene relative all'istigazione a delinquere, previste da un'altra legge.

 

"Perché sì". Lo sterminio non è un'opinione ma un fatto storico, di Furio Colombo

 

Credo fermamente nella necessità di una legge che condanni la negazione della Shoah. Dirò subito che la legge a cui mi riferisco, non ha nulla a che fare (salvo una generica intenzione) con la piccola modifica alla legge contro il razzismo che il Senato ha votato nei giorni scorsi, che è stata impropriamente discussa o celebrata come "legge contro il negazionismo" e che invece prevede soltanto che negare l'Olocausto sia una aggravante di altro reato contro i diritti umani e civili. Mi importa anche precisare che la mia persuasione (punire il negazionismo si deve, e se ne deve impedire la presentazione e difesa, nei mezzi di comunicazione e nelle scuole) non vuole affatto indicare sospetto di indifferenza o giudizio di complicità per coloro che sostengono la piena libertà sempre e comunque.

La discussione infatti è possibile e ha senso solo fra persone che hanno la stessa coscienza dell'immensa gravità del delitto, e la stessa conoscenza e condivisione degli eventi sia storici che testimoniati da vittime sopravvissute e dalle confessioni, rendiconti e diari degli esecutori. Infatti il punto che divide persone della stessa civiltà antirazzista e antifascista è se si possa negare, sia pure in un solo caso, quella piena libertà di opinione che è stato tra i principali ideali della lotta di liberazione e di guerra contro il fascismo e il nazismo.

Il mio modo di affrontare il problema senza scalfire la libertà non è il carattere iniquo e offensivo della negazione dello sterminio di un popolo, deliberato, organizzato ed eseguito, dopo averlo stabilito per legge, in Germania, in Italia e poi in Europa. L'argomento su cui intendo appoggiare l'argomentazione che chiede la proibizione e la pena, è che la Shoah non è una opinione, ma una catena di fatti: leggi, persecuzioni, deportazioni, limitazioni estreme alle minime condizioni di vita e poi morte, che non sono uno fra tanti aspetti di regimi sconfitti. Sono il fondamento di quei regimi: una dichiarazione aperta e pubblica di guerra contro gli ebrei e in difesa del proprio popolo.

Ciò rende tutte le altre vicende belliche (dunque sangue, morte, soldati e popoli decimati, città distrutte) colpa e responsabilità degli ebrei, in documenti formali, ufficiali, tuttora esistenti e mai negati, destinati a moltiplicare l'antisemitismo, dunque la "necessaria persecuzione", nel futuro. Il negazionismo cambia la storia sottraendo fatti e cancellando prove che sono sempre state esibite e accettate dagli autori dei fatti negati. Il tentativo di cancellare quei fatti (non altri) ha dunque lo scopo preciso, politico e fattuale, di cambiare la storia. E cambiarla nel senso di consentire e giustificare una continuazione dell'antisemitismo che dichiara gli ebrei e il loro "complotto" la causa di tutti i patimenti dei popoli.

Qui occorre prestare attenzione al fatto che il negazionismo non si è mai verificato per nessun'altra vicenda storica. Esempio, i gulag sovietici, mille volte evocati nelle polemiche per e contro il comunismo, non sono mai stati negati, perché mancava qualunque ragione fattuale (non di opinione) per farlo. Si conosce un solo fatto, opposto nel segno ma identico nella intenzione politica, e dunque senza alcuna dignità di libera opinione: la negazione del genocidio del popolo armeno da parte dei turchi, Stato e popolo.

Come è noto la Turchia è isolata in questa sua negazione del crimine, che non è accettata da alcun governo e alcuna cultura. Ma il negazionismo (che, come si vede, è violento antisemitismo che tenta il travestimento da argomento storico) ha un evidente scopo in più, che lo separa dalle opinioni e lo colloca nei fatti: la delegittimazione di Israele. Non perché Israele si fondi o dichiari di fondarsi sulla Shoah.

Ma perché è necessario screditare Israele, terra e popolo. L'esistenza dello Stato di Israele è diventato un ostacolo troppo forte per una nuova Shoah. Ed è utile, per ogni vero nemico degli ebrei in ogni parte del mondo, caricarli di una nuova accusa che li separi e li indichi come autori infidi di false verità, dopo avere fallito, dopo la diffusione dei "Protocolli dei Savi di Sion" sul presunto potere ebreo nelle banche e il presunto controllo ebreo sui media. Stiamo parlando di fatti, non di opinioni, come non è una opinione l'uccisione bene organizzata dei giornalisti di Charlie Hebdo, e dei giovani ebrei del supermercato kosher di Parigi.

 

"Perché no". Così ci mettiamo sullo stesso piano dei boia di Charlie, di Massimo Fini

 

Il negazionismo è un reato che - come ogni reato d'opinione - non dovrebbe esistere in una democrazia. Una democrazia è tale infatti quando accetta anche le visioni che le paiono più aberranti. Questo è il prezzo che paga a se stessa. Altrimenti - sindacando su cosa si può oppure non si può dire - si trasformerebbe in una teocrazia laica. Con il reato di negazionismo, oltretutto, si impedisce anche la ricerca storica. Lo studioso David Irving - reo di aver scritto un libro negazionista, anzi secondo me parzialmente negazionista - è stato arrestato nel 2005 in Austria e condannato a 3 anni di carcere (che poi conta relativamente se siano stati ammazzati 6 milioni di ebrei oppure 4, la gravità è nel fatto di essere uccisi in quanto ebrei, o palestinesi, o malgasci). Invece il diritto di ricerca storica è una delle grandi conquiste dell'Illuminismo, oppure vogliamo tornare ai tempi del cardinale Bellarmino, che tappava la bocca a Galileo?

Tra l'altro già oggi il nostro codice è pieno di reati liberticidi - per esempio il vilipendio della bandiera, delle Forze armate e del capo dello Stato - che potevano pure essere compresi in periodo fascista, ma che in democrazia la contraddicono.

Per non dire poi della legge Mancino sull'istigazione all'odio razziale. L'odio è un sentimento, come la gelosia, e non può essere impedito. I peggiori regimi totalitari puniscono le azioni, le opinioni, ma non mi risulta che abbiano mai messo le manette ai sentimenti. Io ho il diritto di odiare chi mi pare, ma è ovvio se gli torco anche solo un capello devo finire in gattabuia. L'unico vero limite che può porre una vera democrazia è quello della violenza. Si sostiene che la legge sul negazionismo colpisca "atti lesivi della dignità umana".

Io dico che o i principi vengono sostenuti integralmente oppure, anche con una sottilissima deroga e con le migliori intenzioni, si apre una breccia in cui sai dove cominci ma non dove vai a finire. Se quello è un "atto lesivo", allora non si potrà dire più nulla. Tra l'altro il grande movimento di "opinione" a favore di una legge sul negazionismo e la tambureggiante campagna sulla Shoah, che dura da decenni, hanno finito sicuramente per rafforzare l'antisemitismo. E, al riguardo, lo storico americano ebreo Norman Gary Finkelstein ha scritto - con molto coraggio - "L'industria dell'Olocausto".

Dobbiamo accettare anche la parola che ci fa orrore. La democrazia deve essere tollerante, e la tolleranza della democrazia non deve essere scambiata per debolezza. È anzi la sua forza. Se una democrazia ritiene di avere valori così superiori tali da imporre veti alle opinioni, allora non è democrazia ma totalitarismo mascherato. Perché ha tanto indignato l'attacco a Charlie Hebdo? Perché è stato un attacco violento e intollerante contro un'opinione seppure per molti repellente. Vogliamo metterci sullo stesso piano?