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di Armando Spataro


La Repubblica, 24 dicembre 2019

 

Pochi giorni fa sono venute alla luce criticabili modalità di informazione della Polizia locale della cittadina di Opera (Milano): è stata diffusa sul web la foto di un nigeriano dietro le sbarre, sia pure con il volto "oscurato", fermato per reati minori. L'esposizione del "trofeo" e di due vigili in posa, al di là del vigente divieto di legge, sarebbe stata ovviamente del tutto inopportuna anche in caso di arresto o fermo per reati gravi.

Purtroppo simili eccessi comunicativi traggono spesso origine dal desiderio di acquisire titoli utili per fare carriera. Costituirebbe un grave errore, però, non considerare che improprie modalità comunicative riguardano frequentemente anche i magistrati, in particolare i pubblici ministeri. Sia ben chiaro che la necessità e il dovere di corretta informazione sulle attività connesse all'amministrazione della giustizia appaiono evidenti, anche in relazione alla fase delle indagini preliminari quando le circostanze lo consentano e comunque mai in violazione del segreto. Il corretto rapporto tra giustizia e informazione-comunicazione, anzi, è oggi uno dei pilastri su cui si fonda la credibilità dell'amministrare giustizia, tanto che, proprio per tali ragioni, il Csm ha emanato nel luglio del 2018 importanti Linee guida, quale espressione della necessità di trasparenza, controllo sociale e comprensione della giustizia intesa come servizio.

La giustizia viene comunicata quotidianamente all'esterno con vari strumenti, inclusi avvisi di garanzia, provvedimenti cautelari, sentenze, ma soprattutto attraverso interviste e conferenze stampa che spesso appaiono la spia di diffuse propensioni di magistrati e organi di polizia giudiziaria ad accrescere, per quelle vie, la loro popolarità.

Non è ovviamente accettabile alcuna generalizzazione, tuttavia deve ribadirsi che l'informazione va data non solo evitando il rischio di pregiudizio alle indagini e ai diritti delle persone coinvolte (indagati e parti offese), ma anche con misura.

Non è perciò apprezzabile la pratica di certe teatrali conferenze stampa, in cui alcuni pubblici ministeri, inclusi quelli che sognano di rivoltare le regioni in cui operano (quasi che il compito dei magistrati sia quello di moralizzare il Paese), presentano sistematicamente le proprie indagini con proclami del tipo "si tratta della più importante indagine antimafia del secolo" o "finalmente abbiamo scoperto la mafia al Nord" (ignorando processi celebrati più di vent'anni prima), così proponendosi come icone per le piazze plaudenti.

E si moltiplicano affermazioni apodittiche quasi che le tesi dei pm rappresentino la verità accertata, un anticipo di sentenza. Le interviste costituiscono spesso occasione per l'ampliamento degli spazi propri delle conferenze stampa: consentono ai magistrati, ad esempio, la costruzione di verità alternative rispetto a quelle accertate o da accertare nei dibattimenti.

Proliferano misteri senza fini e indimostrate responsabilità di un antistato diffuso e indecifrabile: un noto pm ha dichiarato che Messina Denaro non viene preso perché conosce troppi segreti! Se ne può dedurre che le istituzioni lo preferiscono latitante per evitare che li riveli!

E chi critica simili costruzioni viene subito accusato di volere isolare i magistrati, negare la verità e temere i poteri forti. Le corrette modalità di comunicazione impongono, invece, oltre che equilibrio e sobrietà, la massima spersonalizzazione delle notizie necessarie, attribuendo un'indagine di pubblico interesse all'Ufficio e non al singolo magistrato che l'ha condotta.

Le conferenze stampa vanno riservate alle occasioni di storica o particolare necessità, senza dimenticare che il rispetto del giusto processo e dei diritti della difesa è raccomandato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo anche con riferimento alle parole da usare nell'informazione. Ciò alimenta la fiducia dei cittadini nella giustizia.

Protagonisti necessari della comunicazione relativa alla giustizia, però, non sono solo magistrati e polizia ma anche avvocati, politici e giornalisti: i diritti e i doveri connessi all'esercizio di tali elevate funzioni sono indiscutibili, ma molte criticità permangono e anzi rischiano di amplificarsi, per effetto delle moderne modalità dell'informazione.