di Stefano Maria Capilupi
huffingtonpost.it, 8 dicembre 2024
Leggere il pubblicista, che può essere oggetto di studio, ma non di grande ammirazione. E leggere il romanziere, che è motivo di catarsi per tutte le nazioni. Nei Demòni è scritto: “Se vuoi conquistare il mondo intero, conquista te stesso”. Dostoevskij ha sempre mostrato una ricerca e definizione di sé da parte dell’individuo che conoscesse e allo stesso tempo fuggisse l’inclinazione a dominare o ad essere dominati. Lo scrittore ha così conquistato e liberato sé stesso in ogni romanzo, come un novello Dante, ma con tutta la sensibilità della compassione, della ragione e della teodicea dell’epoca moderna. Vediamo ora in che contesto nazionale e storico il grande romanziere ragionasse sulla giustizia durante gli ultimi anni della sua vita.
Il 20 febbraio 1880, Ippolit Mlodeckij cerca di sparare al conte Mikhail Loris-Melikov per strada, ma non ci riesce. Il 21 febbraio 1880 il tribunale del distretto militare di San Pietroburgo condanna Mlodeckij a morte per impiccagione. Il granduca Konstantin Konstantinovič, dal suo diario del 26 febbraio, scrive: “...Dostoevskij è andato ad assistere all’esecuzione di Mlodeckij, non mi è piaciuta questa cosa, io sarei disgustato di assistere a un caso così disumano; ma mi ha spiegato che lo preoccupa e quindi lo occupa tutto ciò che riguarda l’uomo, tutte le posizioni della vita, gioie e tormenti. Infine, forse, desiderava vedere un criminale che veniva portato via per essere giustiziato, per rivivere nella sua mente la propria personale esperienza. Mlodeckij si è guardato intorno ed è sembrato indifferente. Dostoevskij mi ha spiegato questo con il fatto che in un momento del genere un uomo cerca di allontanare il pensiero della morte, ricorda soprattutto immagini felici, si porta con la mente in un giardino di vita, pieno di primavera e di sole. E più ci si avvicina alla fine, più l’idea della morte imminente diventa vincolante e angosciante. Il dolore che incombe, la sofferenza pre-morte non è terribile: terribile è il trapasso in un’altra percezione sconosciuta…” (“Diario del Granduca Konstantin Konstantinovič. 1911-1915”).
La scrittrice Sofia Smirnova-Sazonova racconta nelle sue memorie su Fëdor Dostoevskij: “... Ѐ venuto da me Dostoevskij. Mi ha raccontato che all’esecuzione di Mlodeckij il popolo ha applaudito e gridato. Ha molto impressionato che Mlodeckij abbia baciato la croce. Hanno cominciato a dire da tutte le parti: ‘L’ha baciata! Ha baciato la croce!’”.
Mikhail Loris-Melikov divenne in seguito, nel 1881, ministro degli Interni e proprio durante la sua guida del ministero viene assassinato a San Pietroburgo il capo dello Stato in persona, secondo circostanze che mostrarono una mancanza di misure sufficienti a proteggere la sicurezza personale dell’Imperatore (questa fu, almeno, l’opinione del procuratore capo Pobedonoscev e del nuovo Zar Alessandro III). Già dopo l’attentato al conte Mikhail Loris-Melikov del 21 febbraio 1880, i giornali stranieri avevano scritto della caduta della dinastia, quelli russi avevano rimproverato la polizia per la sua lentezza. Cosa pensò Dostoevskij dell’evento? “L’attentato alla vita del conte Loris-Melikov gli crea un grande disagio”, raccontò il giornalista Aleksej Suvorin, “e aveva paura della Reazione. ‘Dio ci salvi se si riportano sulla vecchia strada’”. La testimonianza, se ci si pensa, è significativa. Mostra ciò che Dostoevskij temeva in primo luogo.
Naturalmente non approvava i tentativi di assassinio, ma in questo caso la sua indignazione era rivolta non tanto all’autore, quanto all’evidente inopportunità in sé del suo gesto. Temeva le conseguenze. Temeva azioni di ritorsione - sanguinose - da parte delle autorità. Pensava al ruolo provocatorio che l’estremismo politico - vero preludio della reazione più violenta - può svolgere (e, come sappiamo, può svolgere tuttora: gli anni 70 del XX secolo in Germania e in Italia hanno dato anche la formulazione forse più corretta, ossia quella degli opposti estremismi e della strategia della tensione). Le testimonianze biografiche su Dostoevskij qui riportate vengono innanzitutto dal libro di Igor Volgin, L’ultimo anno di Dostoevskij, dove sono illustrate in modo convincente tutte le esperienze e le riflessioni di Dostoevskij di fronte alle repressioni ed esecuzioni che ebbero luogo nella Russia zarista durante la sua vita. L’esecuzione di Mlodeckij fu l’unica che l’ex “petraševskij” - riferimento al circolo rivoluzionario cui Dostoevskij aderì in gioventù, pagando con quella nota pena di morte revocata un attimo prima dello sparo - poté osservare: si trovava a Mosca il 3 settembre 1866 e a Staraja Russa il 28 maggio 1879, e quindi non poté essere presente agli ultimi momenti di Dmitrij Karakozov e Aleksandr Solov’ëv.
Dostoevskij scrive: “La Chiesa è tutto il popolo …”. “Tutto il popolo”, cioè non un’istituzione, non un’istituzione separata dal popolo e posta al di sopra di esso, ma una certa comunità spirituale che coincide pienamente con il popolo. In questo senso, “il popolo” e “la Chiesa” sono sinonimi. Quest’ultima diventa il nome collettivo della coscienza del popolo. Nel suo “Diario di uno scrittore” Dostoevskij afferma che il principale errore degli intellettuali russi è “quello di non riconoscere nel popolo russo la Chiesa”: “non parlo ora di edifici ecclesiastici e di parrocchie” - aggiunge Dostoevskij, “parlo ora del nostro ‘socialismo’ russo (e prendo questa parola, che è l’opposto di Chiesa, proprio per chiarire il mio pensiero, per quanto strano possa sembrare), - il cui scopo e risultato è la Chiesa nazionale e universale, realizzata sulla terra nella misura in cui la terra può accoglierla…”. Certo spaventa che nell’anima russa, anche in alcuni suoi massimi rappresentanti, ci sia non di rado questa congiunzione non chiarita fra universalismo e nazionalismo. Quindi, il “socialismo russo” è la “Chiesa universale”, in altre parole, il raggiungimento di un tale stato morale, quando tutti agiranno secondo coscienza. Ma ecco un vagabondo, un emarginato - l’Aleko, il “pellegrino russo” del Discorso in onore a Puškin del 1881 dello stesso Dostoevskij - perché anche egli “ha bisogno della felicità universale per riposare: non si riconcilierà più a buon mercato”. Questo Aleko non ha forse anch’egli il desiderio di diventare membro di una certa “‘Chiesa universalè? Forse sì, ma finora non ci è riuscito molto bene... gli dicono, che anche le sue mani sono macchiate di sangue: ‘Lasciaci, uomo orgoglioso. / Noi siamo selvaggi, non abbiamo leggi’. Noi non torturiamo, non giustiziamo”.
Gli zingari, i vagabondi non hanno “nessuna esecuzione” - perché essa è innanzitutto affare di Stato. Anche la Chiesa non ha “nessuna esecuzione”, perché è metastatale. Ѐ proprio lo Stato in quanto tale che “tormenta e giustizia” - e sorge quindi spontanea la domanda: non è forse lo Stato quell’”uomo orgoglioso” al quale è rivolto quel grido di umiltà? Il 1° settembre 1866, Dmitrij Karakozov, condannato all’impiccagione, decise di chiedere la grazia allo zar. La sua lettera terminava così: “E ora, Sire, vi chiedo perdono come cristiano a cristiano e come uomo a uomo”. Alessandro II, sorridendo docilmente, ascoltò queste parole, lette dal ministro della Giustizia, e - rammaricato - agitò le mani come in un gesto di sconcolata impotenza. Il giorno dopo, il 2 settembre, il presidente della Corte suprema penale, il settantasettenne principe Gagarin (lo stesso, per inciso, che nel 1849 aveva condotto le indagini sul caso di Dostoevskij e degli altri del circolo Petrašev) convocò il condannato e disse: “Karakozov, l’Imperatore mi ha ordinato di annunciarti che Sua Maestà ti perdona come cristiano, ma come sovrano non può perdonarti. Devi prepararti alla morte”. Il 3 settembre Karakozov fu impiccato.
Il “Discorso Puškiniano” fa esplicito riferimento ai “pellegrini russi” che “si allontanano verso il socialismo” e, di conseguenza, come se si configurasse una nuova incarnazione sociale e politica per Aleko e Onegin, personaggi di Puškin. E la polizia non tardò ad approfittare di questa involontaria e preziosa indicazione. Il fatto è che la formula di Dostoevskij è a doppio taglio. Notando che Aleko viene “ferocemente squartato e giustiziato per il suo reato”, Dostoevskij improvvisamente aggiunge: “...essendosi ricordato di appartenere a una delle quattordici classi, griderà egli stesso, forse (perché anche questo è accaduto), alla legge che tormenta e giustizia, e la invocherà, solo per avere vendicata la sua offesa personale”. Per Dostoevskij proprio lo Stato è quell’”uomo orgoglioso” quanto Aleko. E anche la monarchia russa, divisa in quattordici classi da Pietro il Grande, un “nichilista” (come lo definisce Dostoevskij), è uno dei vagabondi storici. Essa è altrettanto “fantasiosa”, nonostante la sua storica e fatale letalità, e di certo non può incarnare l’ideale autentico del popolo.
Le ricerche di Volgin e di alcuni altri studiosi russi dimostrano quanto complesso e critico fosse l’atteggiamento di Dostoevskij non solo nei confronti del crescente malcontento della società civile nella seconda metà degli anni 60 e durante tutti gli anni 70 (la cui apoteosi fu l’assoluzione da parte di una giuria popolare, il 31 marzo 1878, di Vera Zasulič, che aveva tentato di assassinare il governatore di San Pietroburgo), sia nei confronti della crescente repressione da parte di quello stesso zar, che nei primi anni Sessanta era stato definito “liberatore” (nel 1861 aveva abolito la plurisecolare servitù della gleba). Il 4 novembre 1880 il ventiquattrenne Andrej Presnjakov e il ventisettenne Aleksandr Kvjatkovskij furono impiccati nella fortezza di Pietro e Paolo, la stessa dove il giovane Dostoevskij aveva vissuto la nota esperienza della condanna a morte revocata all’ultimo. Lo stesso Dostoevskij aveva ora davanti a sé meno di tre mesi di vita. Scrive in alcuni dei suoi ultimi appunti: “Esecuzione di Kvjatkovskij, Presnjakov e grazia degli altri. Come lo Stato non poteva perdonare (se non per volontà del monarca). Che cos’è un’esecuzione? Nello Stato, sacrificio della coscienza all’altare di un’idea. Ma se si tratta della Chiesa - non può esserci nessuna esecuzione”.
Ma la Chiesa in quegli anni non chiese mai la grazia per nessuno. Quindi, ancora una volta, Dostoevskij sta parlando di un’altra personificazione della Chiesa. Dostoevskij è diventato oggi in Russia una figura di grande rilevanza politica. Se torniamo al testo de I fratelli Karamazov, l’attenzione è spesso rivolta al seguente frammento: “Voglio andare in Europa, Alëša, ci andrò da qui; e so che andrò solo in un cimitero, ma nel cimitero più prezioso, ecco cosa! Ci sono carissimi defunti che giacciono lì, ogni pietra sopra di loro racconta di una vita passata così fervida, di una fede così appassionata nelle proprie imprese, nella propria verità, nella propria lotta e nella propria scienza, che so in anticipo che cadrò a terra e bacerò quelle pietre e piangerò su di loro, allo stesso tempo convinto con tutto il cuore che tutto è ormai da molto un cimitero, e niente di più”. L’idea di un’Europa “morta” è stata spesso presente anche in certi discorsi sovietici sull’”Occidente marcio e in decadenza” e negli ultimi due decenni nella nuova risonanza del saggio di Oswald Spengler Il declino dell’Europa. Tuttavia, chi interpreta Dostoevskij solo in termini nazionalisti e anti-occidentali, dando peraltro troppo significato al Dostoevskij pubblicista rispetto allo scrittore, dimentica come minimo un altro passaggio de I fratelli Karamazov: “Non passerò naturalmente in rassegna tutti gli assiomi moderni dei ragazzi russi su questo argomento, tutti derivati da ipotesi europee; perché qualsiasi ipotesi è immediatamente un assioma per un ragazzo russo, e non solo per i ragazzi, ma forse anche per i loro professori, perché i professori russi sono molto spesso gli stessi ragazzi russi che abbiamo ora”.
Il “profeta” Dostoevskij, che vede il massimalismo innato e “adolescenziale” del suo popolo, così come lo squallore, la povertà e l’ingiustizia di certo capitalismo “selvaggio” ovunque e anche in Russia, è lo stesso Dostoevskij che apparentemente era pronto, come alcuni altri scrittori, a chiedere allo zar la grazia per alcuni giovani rivoluzionari, se non fosse stato lui stesso un ex galeotto, una volta graziato, e allo stesso tempo non avesse sentito e scritto che per la realizzazione della stessa giustizia superiore, che è la grazia, era necessaria un’autorità superiore e divina, cioè quella “Chiesa-popolo” che non aveva ancora nulla a che fare né con la Chiesa, né con lo Stato realmente esistenti.
Anche per questo motivo, lo stesso Dostoevskij non era favorevole a generali amnistie e nel suo Diario di uno scrittore del 1879 scrive: “Lo dirò senza mezzi termini: con una pena severa, con la reclusione, con i lavori forzati, si potrebbe salvare la metà di loro”. Ma, secondo Dostoevskij, la pena severa - quel “castigo” che risuona nel celebre romanzo su Raskol’nikov di Delitto e castigo, ma che in realtà è nell’originale russo proprio la stessa “pena” (“nakazanie”) dell’opera del Beccaria tradotta in russo e ben noto a Dostoevskij - era necessaria non come vendetta sociale e punizione, ma come “prerequisito per la purificazione attraverso la sofferenza”, e quindi per un possibile nuovo inserimento del punito-penitente-pentito nella società. E mai Dostoevskij ha chiesto o giustificato la pena di morte. Lo scrittore ci dice con il principe Myškin dell’Idiota che la pena di morte è assolutamente inaccettabile. “Uccidere per un omicidio è un delitto sproporzionatamente più grande del crimine stesso. L’omicidio per condanna è sproporzionatamente più orribile dell’omicidio per rapina. (...). Di questa agonia e di questo orrore ha parlato anche Cristo. No, non si può fare questo a un essere umano!”. Dostoevskij fu nel suo contesto storico sempre lontano sia da certa retorica liberista, che dal desiderio di repressione dei conservatori.
Dostoevskij morì un mese prima dell’assassinio di Alessandro II, avvenuto dopo numerosi tentativi di omicidio iniziati nel 1866. Il filosofo Vladimir Solovëv, amico intimo di Dostoevskij, scrisse una lettera ad Alessandro III chiedendogli di perdonare i terroristi. Le attività pubbliche di Solovëv furono sempre coraggiose e benefiche: lotta al nazionalismo “zoologico” e all’intolleranza religiosa, condanna indignata della pena di morte, giustificazione convincente di una soluzione veramente “cristiana” della “questione ebraica”. Il suo appello al giovane imperatore Alessandro III sul perdono cristiano degli assassini di suo padre lo privò della possibilità di insegnare oltre all’università e di parlare pubblicamente.
La morte di Dostoevskij interrompe la continuazione e la vera conclusione del romanzo I fratelli Karamazov, in cui probabilmente sarebbe emersa una nuova riconciliazione tra padri e figli, tutt’altro che scontata e tradizionalista. “La letteratura russa, - scrive Vladimir Kantor, - è chiamata letteratura delle domande. L’opera di Dostoevskij ne è la più chiara conferma. Come è potuto accadere un parricidio, quasi il peggior peccato che l’umanità conosca ..., chi è il colpevole? La società, per così dire, l’ambiente, o le persone stesse? I padri o i figli? O forse entrambi ... È stato Mitja, che ha creato intorno a sé un’atmosfera di licenziosità, ludopatia e violenza? È Ivan con la sua teoria del ‘tutto è permesso’? È stato Karamazov stesso, il vecchio, che ha indotto l’avvocato difensore a chiedersi se fosse possibile processare l’omicidio di un uomo del genere? O anche Alëša, che la sera prima dell’omicidio si recò al monastero e lasciò i fratelli alle loro passioni? Affrontando tali questioni, Dostoevskij cercò di mostrare quale strada la Russia non dovrebbe seguire, su quale strada l’attendono la decadenza e l’impoverimento spirituale, e dove si trova invece la strada, l’eroe che supererà questa decadenza, questa decomposizione del Paese e quest’alienazione, quest’isolamento, come disse lo scrittore, delle persone tra di loro e con sé stesse”.
Come concordano Gurij Ščennikov e Vladimir Kantor, il giudizio presente alla fine de I fratelli Karamazov è un giudizio su tutta la Russia, e i caratteri degli eroi mostrano i caratteri fondamentali dei padri e dei figli del popolo russo del XIX secolo. Dmitrij Karamazov e Arkadij Svidrigailov, noti personaggi dostoevskiani, esclamano: “L’uomo è vasto, troppo vasto. Io lo restringerei!”. Ciascun uomo può essere richiamato da questo grido di sfida, che risuona come una nuova interpretazione dell’antico “Conosci te stesso e non considerarti più in alto di Zeus!”. L’”altezza” e l’”ampiezza” sono sempre una tentazione per ogni nazione. Allo stesso tempo bisogna ricordare che ogni “profeta” in quanto tale non si rivolge prima di tutto agli altri, ma al proprio popolo; e forse proprio per questo spesso nessuno è un vero profeta nella propria patria. Una certa propaganda fa talvolta di Dostoevskij un mero stigmatizzatore dei peccati altrui, annullando l’universalismo dello scrittore in virtù dell’accentuato nazionalismo del pubblicista.
È una sorta di nazionalizzazione di Dostoevskij e di ogni altra “verità”, letteraria, storica e filosofica. Certo, la sua sensibilità, talvolta spinta al limite, portò Dostoevskij anche a qualcosa che risuona nelle parole pronunciate nel famoso “Discorso su Puškin”, in cui, oltre a riconoscere Puškin come superiore a Cervantes, Shakespeare e Schiller, lo scrittore pronunciò, sì, parole belle e responsabili, ma anche altre piuttosto pericolose per il futuro della sensibilità russa. In esse, oltre alla meravigliosa aspirazione dell’anima del “pellegrino russo” a essere felice solo quando lo saranno tutti gli altri (l’aspirazione dell’anima cosmopolita che prega e desidera la salvezza per tutti), troviamo anche la presunzione che il russo, sull’esempio di Puškin, sappia essere francese, inglese, tedesco, italiano più profondamente degli stessi rappresentanti di queste nazioni - mentre questi ultimi non sapranno mai del tutto cosa significhi essere russi.
Chi vuole interpretare l’intera opera di Dostoevskij alla luce di questa sua affermazione non tiene conto che la profondità filosofica e teologica, la forza antitotalitaria e la novità estetica del grande scrittore risuonano nel cuore e nelle menti dei lettori di tutto il mondo da più di un secolo - lettori per i quali Dostoevskij pubblicista può essere oggetto sì di studio, ma non di grande ammirazione, e tanto meno può diventare un mezzo e un percorso di grande catarsi, come invece accade regolarmente a ciascun lettore grazie al Dostoevskij romanziere, amato da tutte le nazioni.









