di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 20 luglio 2025
Il ricorso in Cassazione per la sentenza Open Arms. Leggere le norme con gli occhiali della politica alimenta le polemiche. La battaglia che s’è innescata sul terreno della giustizia è arrivata al punto che su ogni iniziativa giudiziaria che abbia anche una minima ed eventuale valenza politica, si scatena un putiferio. Anche quella avviata con intenzioni tutt’altro che velleitarie, come pensavano i pubblici ministeri di Palermo decidendo di rivolgersi direttamente alla Cassazione per impugnare l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms.
Immaginare che si accontentassero del primo verdetto dopo aver chiesto la condanna dell’imputato a sei anni di detenzione (calcolata basandosi sul minimo della pena prevista dal codice) era poco plausibile, ma nei loro propositi rinunciare all’appello e andare direttamente davanti al giudice di legittimità per sottoporgli una questione di puro diritto era il modo più limpido e neutro per ribadire che si stavano occupando di un procedimento penale, non di politica. Evitando in questo modo un secondo grado di giudizio che tornasse sul merito della vicenda affrontato in primo grado: il presunto sequestro di persona, le modalità di trattenimento dei migranti a bordo della nave, il cambio di linea del governo Conte 1 e tutte le altre questioni già vagliate nel dibattimento.
Hanno scelto la via esclusivamente tecnica di rivolgere un quesito alla Cassazione, difficilmente eludibile dopo un’ordinanza della stessa Corte suprema (le Sezioni unite civili) sul caso simile della nave Diciotti che appare in palese contrasto con quanto affermato dal tribunale del caso Open Arms. Hanno chiesto come vanno interpretate le norme italiane e internazionale sui soccorsi in mare, in materia di concessione dello sbarco in luogo sicuro, e solo su questo punto si giocherà il resto della partita con la difesa di Salvini. Difficile immaginare una strada meno incline a strumentalizzazioni politiche e più garantista di questa.
Ma nonostante le intenzioni, è scoppiata ugualmente la bagarre. E la prima reazione del ministro della Giustizia è stata l’annuncio di una riforma che preveda il divieto di impugnazione delle sentenze di assoluzione. Evidentemente neanche in Cassazione per questioni di legittimità. Una novità assoluta.
Quando nel 2006 il Parlamento a maggioranza berlusconiana approvò la cosiddetta legge Pecorella (poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta) per impedire ai pm di fare appello dopo un verdetto di non colpevolezza, aveva fatto salvo proprio il ricorso alla Corte suprema. Garantito peraltro dall’articolo 111 della Costituzione, che fissa i principi del giusto processo e in nome del quale l’attuale maggioranza e il governo in carica stanno approvando a tappe forzate la riforma della magistratura (separazione delle carriere tra giudici e pm; istituzione di due Csm separati costituti con il sorteggio puro nella componente togata; attribuzione dei procedimenti disciplinari a un’apposita Alta corte sganciata dall’organo di autogoverno), senza che il Parlamento abbia modificato una virgola del testo predisposto al ministero della Giustizia e approvato a palazzo Chigi.
Che cosa abbia in mente il Guardasigilli per superare questo principio costituzionale si vedrà, ma intanto resta l’eco di uno “scandalo politico” evocato ai più alti livelli governativi suscitato da un ricorso esclusivamente tecnico, basato su una presunta “inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche”. Questione che solo la Cassazione può dirimere.
Come resta la bacchettata del Guardasigilli al magistrato che ne avrebbe criticato il comportamento sul “caso Almasri”, paventando per lui persino un procedimento disciplinare. Ma in un articolo scientifico scritto per la rivista Cassazione penale (lungo 19 pagine e con un apparato di ben 52 note, poi riassunto in un’intervista a una testata online talmente tecnica da risultare anch’essa poco digeribile per i non addetti ai lavori), prima ancora del ministro il sostituto procuratore generale della Cassazione Raffele Piccirillo criticava i suoi colleghi della Procura generale e della Corte d’appello di Roma. I primi a sbagliare, a suo giudizio, nel non trattenere in carcere il libico ricercato dalla Corte penale internazionale (seguendo peraltro l’originaria versione governativa sulla vicenda, che attribuiva ogni responsabilità alle toghe); e solo in un secondo momento il Guardasigilli, che non intervenne per sanare il presunto vizio nell’arresto di Almasri.
Questione di interpretazione delle norme, ancora una volta. Che se lette con gli occhiali della politica finiscono sempre e comunque per alimentare la polemica politica. Al di là di ogni più neutrale intenzione.











