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di Matteo Bonelli

Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2022

Il 16 giugno il Senato ha definitivamente approvato la legge di riforma sull’ordinamento giudiziario, che era l’ultima tappa delle riforme sulla giustizia indicate dal Pnrr.

Ritengo che le riforme della giustizia approvate l’anno scorso siano sostanzialmente deludenti. Tuttavia dietro quest’ultima curva s’intravede forse una luce: sebbene la riforma dell’ordinamento giudiziario non incida sul funzionamento dei processi, potrebbe al tempo stesso rivelarsi decisiva per la messa a punto di ulteriori riforme per la risoluzione di criticità che, a mio giudizio, non sono state risolte dalle riforme precedenti.

Gli aspetti più visibili della riforma mirano a risolvere un problema che gli addetti conoscono da tempo ma è diventato di dominio pubblico con il caso Palamara, vale a dire l’influenza delle correnti nelle nomine dei consiglieri togati del CSM e degli incarichi direttivi e semidirettivi della magistratura. Ѐ difficile prevedere se i correttivi introdotti dalla riforma basteranno a risolvere questo problema, che tuttavia ha suscitato un’indignazione forse anche superiore alla sua gravità. Un altro problema la cui gravità è stata forse esagerata è quello dell’assenza di separazione delle funzioni giudicanti da quelle requirenti, in relazione alla quale la riforma ha previsto la possibilità di un solo passaggio, che tutto sommato sembra una soluzione equilibrata.

Gli aspetti della riforma che potrebbero però essere destinati a produrre (auspicabilmente) gli effetti più profondi si riferiscono a problemi meno conosciuti ma che, a mio avviso, sono ben più gravi, quali l’eccessivo tasso di ‘ribaltamento’ delle sentenze, in relazione al quale la riforma propone di premiare i magistrati non solo in ragione della produttività ma anche della tenuta dei provvedimenti. Un problema forse ancor più grave è l’eccessiva influenza dei magistrati negli uffici legislativi, in relazione al quale la riforma mira a disincentivare il passaggio dei magistrati a ruoli apicali nelle pubbliche amministrazioni: speriamo che funzioni, dato che in un sistema corporativo come il nostro è impensabile che esponenti di qualsiasi corporazione - e non solo, sia chiaro, quella dei magistrati - possano risolvere i problemi che la riguardano.

Ci sono anche aspetti della riforma che destano qualche perplessità, quali la riduzione dei requisiti necessari per partecipare al concorso in magistratura. Sarebbe stato preferibile il contrario, per esempio imponendo ai candidati un periodo minimo di esercizio di una professione legale, per aiutarli a comprendere una realtà che dovrebbe costituire il presupposto imprescindibile di ogni giudizio: troppo spesso, infatti, i giudizi discendono da valutazioni astratte e lontane dalla realtà.

La strada per allineare il nostro sistema di giustizia a quello dei paesi più efficienti e virtuosi appare ancora lunga. Ci vorrà dunque ancora molto tempo per arrivare a festeggiare e ringraziare, ma cominciare dall’eliminazione di qualche tacchino dall’organizzazione del giorno di ringraziamento è un buon inizio.