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di Federico Capurso

La Stampa, 3 novembre 2024

L’Unione delle camere penali ha indetto uno sciopero di tre giorni a partire da domani. L’opposizione: “Con il ddl sicurezza si apre la strada a chi vuole spiare gli atti delle procure”. Il governo sembra stia riuscendo, a sue spese, nel miracolo di ricompattare il mondo della giustizia. Domani, a Bologna, l’Associazione nazionale magistrati si riunirà in assemblea per difendere i colleghi del tribunale bolognese che, dopo aver chiesto un parere sul decreto Paesi sicuri alla Corte di giustizia europea, hanno subito la scorsa settimana durissimi attacchi, anche personali, da parte del centrodestra e dei giornali che gli sono vicini. Sempre lunedì inizierà poi uno sciopero di tre giorni da parte degli avvocati penalisti, rappresentati dall’Unione delle Camere penali, che hanno indetto anche una manifestazione nazionale a Roma, martedì, per chiedere al governo di modificare il ddl Sicurezza. E così, il mondo della magistratura e quello dell’avvocatura, che mai si sono amati, finiscono per trovarsi sullo stesso fronte, spalla a spalla.

Il presidente dei penalisti, Francesco Petrelli, tende platealmente la mano ai giudici: “Il tribunale di Bologna si è mosso con particolare prudenza e con correttezza giurisprudenziale -, dice facendo riferimento al rinvio pregiudiziale presentato alla Corte di Giustizia Ue -. È francamente impossibile cogliere in quella scelta un attacco alla politica”. I successivi decreti voluti dall’esecutivo per correre ai ripari, invece, “non hanno cambiato la sostanza, ma hanno spostato ancora una volta in avanti la storica contesa fra veritas e auctoritas”. Insomma, lo scontro in atto, visto dalle Camere penali, non nasce certo per colpa delle “toghe rosse” - come le chiama il vicepremier Matteo Salvini -, ma dalla volontà del governo di mettere un’impronta politica sul mondo della giustizia e riprendersi uno spazio di potere. Con il rischio, se necessario, di sconfinare in quello giudiziario.

È questa la lettura che dà l’Unione delle Camere penali quando affronta il pacchetto Sicurezza e mette in guardia dal “pericolo che simili legislazioni securitarie e illiberali possano incidere irreversibilmente sulla tenuta democratica dell’intero sistema penale”. Una posizione simile a quella dell’Organismo congressuale forense, organo di rappresentanza dell’Avvocatura, che da tempo vede nelle norme del ddl Sicurezza una “deriva repressiva e autoritaria della legislazione penale”. Le tensioni tra il mondo giudiziario e il governo continuano quindi a salire, mentre la maggioranza accelera sulla riforma per la separazione delle carriere dei magistrati e sull’Atto di indirizzo con cui si vogliono stabilire a quali tipologie di reato le procure dovranno dare priorità nella loro azione.

Il tema della libertà delle procure è al centro anche del ddl Sicurezza. È il centrosinistra a sottolineare la “falla” che si aprirà sui data-base degli uffici giudiziari, che diventeranno accessibili ai servizi segreti senza che ci sia un controllo rafforzato sugli accessi. La prima crepa si apre con il decreto cybersecurity approvato lo scorso giugno, quando durante la discussione alla Camera si decide di cestinare “per mancanza di fondi” la norma che avrebbe imposto un controllo sistematico sugli accessi alle banche dati, annotando chi accede a quelle informazioni e il motivo per cui lo fa, e obbligando all’uso di credenziali con dati biometrici. In questo modo, si decide di non mettere una rete di sicurezza proprio nel punto in cui il ddl Sicurezza oggi apre una voragine. L’articolo 31 del provvedimento prevede infatti che ogni ente pubblico, comprese le società partecipate, così come anche i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità, “siano tenuti a prestare” ai servizi segreti italiani (Dis, Aise e Aisi) “la collaborazione e l’assistenza richieste, anche di tipo tecnico e logistico”. Una norma che ricorda, seppur in forma ridotta, la legislazione cinese. “Il Dis, l’Aise e l’Aisi - si legge nel testo di legge - possono stipulare convenzioni con i predetti soggetti, nonché con le università e con gli enti di ricerca, per la definizione delle modalità della collaborazione e dell’assistenza. Convenzioni che poi “possono prevedere la comunicazione di informazioni” ai servizi segreti “anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza”.

Insomma, “gli apparati governativi potranno accedere senza alcun controllo alle banche dati delle procure”, avverte la senatrice del Pd Ilaria Cucchi, vicepresidente della commissione Giustizia. Per di più, come sottolinea Enrico Borghi, di Italia viva, “non si prevede neanche un ruolo di controllo del Copasir”. Il centrodestra, di fronte all’evidenza, è in difficoltà. Prova a difendere il provvedimento il capogruppo di Forza Italia a palazzo Madama, Maurizio Gasparri: “Chi parla di “procure spiate”, disturba chi pensa e chi ha a cuore la sicurezza del Paese”. Ma le opposizioni insistono: “Quella norma deve essere stralciata”.