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di Katia Ippaso

 

Il Garantista, 18 aprile 2015

 

Cominciamo dalla fine. Siamo in un luogo non bene identificato, che deve rimanere segreto. Il giornalista Glenn Greenwald incontra Snowden e gli racconta che sta per avere altre informazioni ancora. Queste notizie potrebbero essere addirittura più sconcertanti di quelle che ha fatto trapelare lui, l'allora ventinovenne ex informatico della Nsa che fece scoppiare lo scandalo a noi noto con il nome di Datagate.

C'è un informatore molto potente che sta per dire cose che potrebbero far tremare l'America e il mondo. Ma cosa? La voce del giornalista arretra un attimo prima della parola. Non dice la cosa. La scrive. Appunta le informazioni con una calligrafia veloce, su dei fogli di carta bianca che mostra a Snowden. Leggendo quel che legge, il ragazzo mostra di avere quasi paura: "No, questo è davvero molto pericoloso". Cambia faccia. Poi Greenwald mette insieme tutti i foglietti, li strappa e li cestina. In modo che non resti niente di quanto è stato scritto e comunicato. Primo piano sulla carta che scompare. Partono i titoli di coda di "Citizenfour", il documentario di Laura Poitras, vincitore dell'Oscar 2015 come migliore documentario, dal 16 aprile nelle sale per I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

Siamo partiti da questa sequenza perché è la vera sintesi di un viaggio documentario dai toni anche drammatici che lascia lo spettatore in uno stato di inquietudine, e di veglia. Come reagisce un volto a una scritta su un foglio di carta. Strumenti primari di conoscenza, su cui si regge una possibile battaglia fatta "con altri mezzi" ad un "sistema" che vampirizza e riduce i cittadini a sottomessi fratelli e sorelle del Grande Fratello.

Come è noto, nel 2013 Edward Snowden, occhiali da secchione su un viso gentile, decide di buttare all'aria la sua "confortabile" vita e uno stipendio da 200.000 dollari e di rivelare al mondo la deliberata volontà da parte del governo americano e di quello inglese di setacciare le vite dei propri cittadini, intercettandoli e tracciando ogni loro movimento. Sono i mezzi segreti con cui si combatte quella guerra al terrorismo dichiarata subito dopo l'11 settembre e che trova nel Patrioct Act il proprio documento ufficiale, in grado di colpire però non tanto sospetti attentatori quanto sereni cittadini ignari di essere spiati.

Laura Poitres ha già realizzato documentari di denuncia, il primo sull'occupazione americana dell'Iraq ("My Country, My Country"), il secondo su Guantánamo ("The Oath"). Nei primi mesi, i contatti con Snowden sono cifrati. Finché non riescono ad incontrarsi, in un albergo di Hong Kong. Assieme a Poitres, che filma tutto, c'è un giornalista collaboratore del Guardian, Glenn Greenwald, che strada facendo verrà affiancato dal giornalista investigativo del quotidiano inglese, Ewen Mac Askill, che con il suo blocchetto d'appunti fa quasi fatica a stare dietro al flusso di parole dell'informatore Snowden. È un cortocircuito fertile. Non un contrasto, ma un incontro tra mondi che non si sarebbero forse mai avvicinati se non ci fosse stata la volontà di un ragazzo di parlare alla stampa, fiducioso che alcuni professionisti del settore potessero aiutarlo ad organizzare i dati, a tirare fuori "la" storia, e non la "sua" storia.

"Citizenfour" riabilita il mestiere del giornalista, quando questo si mostra capace di ascolto, pazienza, intelligenza, passione ostinata per la verità.

Dal documentario (prodotto da Steven Soderbergh), esce fuori uno Snowden misurato, quasi timido, riconoscente. Ma sono parlanti anche i volti di Greenwald, di temperamento più acceso (ora è a capo di un nuovo progetto giornalistico, "Intercept") , e di Askill, chiamato lì per la sua capacità di ricostruzione e di memoria. Cosa può un blocchetto di carta contro un potente computer che contiene dentro di sé i segreti di un intero Stato? Può moltissimo. Può, per esempio, trasformare un flusso incontrollato di dati in narrazione (queste inchieste verranno poi premiate con il Pulitzer). Anche la macchina da presa di Laura Poitres segue il ritmo del giornalismo investigativo. Non va fuori perimetro. Non è innamorata di sé.

Il suo film segue puntualmente le rivelazioni di Snowden attraverso le pubblicazioni dei reportage sul "Guardian", dando man mano essenziali informazioni sul destino dell'informatore che ad un certo si innesta con la storia di Assange, capo di Wikileaks, che lo aiuta a trovare riparo in Russia (con un permesso di soggiorno che scadrà l'anno prossimo), dopo che tutti gli altri paesi europei gli avevano rifiutato asilo politico.

Ricercato dagli Usa per furto di dati governativi e diffusione di informazioni coperte da segreto di Stato, considerato dal presidente Obama, che si vede in una scena, un individuo di cui l'America non può andare fiera ("Snowden non è un patriota" ha detto il presidente degli Stati Uniti), in base alla ricostruzione che ne fa la regista in questo film, l'ex contractor americano racconta una storia plausibile di controllo e sorveglianza. "Le rivelazioni di Edward Snowden - aveva detto Laura Poitres durante la cerimonia di premiazione per l'Oscar - non mettono in luce solo una minaccia alla nostra privacy, ma alla nostra stessa democrazia. Quando le decisioni che ci governano sono prese in segreto, noi perdiamo il potere di controllare e governare noi stessi".

Le domande portano altre domande. Un cittadino ricercato nella democratica America come spia chiede cittadinanza, e lo ottiene, dalla Russia di Putin, il cui nome non è certo sinonimo di trasparenza e democrazia. Questa sarà pure un'altra storia, ma ci porta comunque a fare i conti con le contraddizioni anche feroci che le democrazie portano in sé, e che diventano insostenibili quando si dichiarano guerre ad un indiscriminato terrorismo che minaccia la nostra pace.

Fortunatamente, il film di Laura Poitres non è manicheo, non chiede di fare scelte ideologiche. Mostra i fatti. Prendendosi tutto il tempo che ci vuole. Seguendo volti che parlano e che ascoltano dentro anonime stanze d'hotel, file di computer, telefoni che squillano come in un thriller (la follia del quotidiano), mani che scrivono, teste che pensano con la propria testa.