di Cinzia Sciuto
micromega.net, 25 luglio 2025
Il governo Meloni ha annunciato con grande enfasi l’approvazione in Senato della riforma della giustizia. Anzi meglio: la riforma della magistratura (mancano ancora due passaggi parlamentari per l’approvazione definitiva), presentandola come una svolta storica. Nelle parole della presidente del Consiglio, si tratta di un “passo avanti fondamentale” per “garantire il giusto processo, disarticolare il sistema correntizio all’interno del Csm, restituire ai magistrati l’autorevolezza e la dignità che meritano”. Ma al di là della retorica, questa riforma - come tutte quelle adottate finora dal governo in materia di giustizia - non incide in alcun modo sui problemi reali del sistema giudiziario italiano.
Il nodo principale, infatti, quello che incide sulla vita quotidiana dei cittadini, è la durata dei processi. Il sistema giustizia italiano è afflitto da una lentezza cronica, che in molti casi si traduce in una vera e propria negazione della giustizia. Eppure, nessuno dei provvedimenti promosso dal governo Meloni ha affrontato questo nodo. Di certo non lo fa la separazione delle carriere. E ancora meno lo fanno gli interventi in tema di giustizia e sicurezza approvati negli scorsi mesi. Anzi l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene previsti dal decreto sicurezza non faranno che aumentare il lavoro per i tribunali, finendo per ingolfarli ancora di più. Per non parlare poi - ce ne siamo ampiamente occupati - dei profili di incostituzionalità e di violazione dei princìpi dello Stato di diritto che alcune di queste norme comportano. Basti pensare a quelle che puniscono con pene severissime le proteste non violente se avvengono all’interno di un carcere o di un Cpr. Una visione del diritto penale che contraddice apertamente i princìpi di eguaglianza e proporzionalità. E quando si interviene a depenalizzare qualcosa, cosa si decide di depenalizzare anzi, di abolire? Il reato di abuso d’ufficio, che peraltro non riempiva le carceri ma aveva un’importante funzione come reato “sentinella” per le indagini contro la corruzione nella pubblica amministrazione.
In questo contesto, il governo presenta con orgoglio il cosiddetto “piano carceri”: un progetto da 750 milioni di euro per la creazione di circa 10.000 nuovi posti detentivi, più altri 5.000 in fase di studio. “In passato si adeguavano i reati al numero dei posti disponibili nelle carceri - ha dichiarato Meloni - noi riteniamo viceversa che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena”. Una dichiarazione che chiarisce la filosofia penale di questo governo: aumentare i reati, aumentare le pene, aumentare le carceri.
Peccato che sia la stessa presidente del Consiglio a smentire questa impostazione. Subito dopo, infatti, annuncia un provvedimento - finalmente sensato - che introduce la possibilità per i tossicodipendenti di scontare la pena in comunità terapeutiche anziché in carcere. Un cambio di passo che va esattamente nella direzione opposta a quella appena proclamata. È la prova che, di fronte ai casi concreti, anche il governo è costretto a riconoscere che l’approccio ideologico basato su carcere e repressione non funziona.
In ogni caso una goccia di buon senso in un mare di provvedimenti che invece contribuiscono ad aumentare ancora i carichi di lavoro dei tribunali, impedendo un esercizio tempestivo ed efficace della funzione giudiziaria senza che si metta mano agli organici e investendo invece tempo, energie e denaro per separare carriere (che sono in verità già separate) e per creare due organi di autogoverno dei magistrati anziché uno. Insomma: si aumenta il carico sui tribunali senza fornire strumenti per gestirlo, si indeboliscono gli strumenti di contrasto alla corruzione, si rafforza la repressione del dissenso, e si pretende pure di passare come riformatori.











