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di Francesco Grignetti

La Stampa, 6 aprile 2022

Alta tensione tra i partiti di maggioranza. Il sistema elettorale resta un rebus. Corsa contro il tempo: il 19 si va in Aula. La riforma della giustizia non va, inutile edulcorare la situazione. Si vede che i partiti non hanno più tanta paura di perdere i fondi del Pnrr. O forse temono piuttosto di perdere consensi con il proprio elettorato storico. Fatto sta che sono tornate le battaglie identitarie. E la riforma del Consiglio superiore della magistratura galleggia in alto mare. Ieri due riunioni, sostanzialmente inconcludenti. Domani pomeriggio si vedono di nuovo. Ma dovrà essere una riunione che il Pd chiama “di chiarimento politico di fondo”.

Già, perché tutti i protagonisti ormai sentono che le situazioni si vanno ingarbugliando. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, nuovamente ieri ha rinnovato pubblicamente il suo appello: “Abbiamo lavorato tanto, altrettanto siamo pronti a fare, con la necessaria collaborazione di tutti gli attori, a partire dalle forze politiche e dal Parlamento la cui importanza è davvero centrale in tutte le riforme”.

Ma poi, nel chiuso della riunione, la ministra ha fatto capire che la pazienza si sta esaurendo: “Sto ancora aspettando le vostre risposte”, ha detto brusca ai protagonisti di alcune battaglie di bandiera, cui aveva chiesto di ritirare degli emendamenti che ritiene incostituzionali: sulla responsabilità civile diretta dei giudici (che ricalca un quesito referendario della Lega), sulla incandidabilità di un parlamentare per il seggio di laico al Csm, sul sorteggio tra i magistrati per poi essere candidati al Csm. Il fatto è che sono diventate tre bandierine a cui nessuno vuole rinunciare. Walter Verini, Pd, a un certo punto ha sollevato un problema non secondario: “Va bene tutto, però qui abbiamo una ministra che ha ascoltato a lungo e poi ha presentato le sue sintesi. Una maggioranza ci crede, oppure salta tutto”.

Racconta però uno dei deputati che partecipa agli incontri: “Nessuno ritira i propri emendamenti, perché nessuno si fida degli altri. Gli accordi del mattino vengono ribaltati al pomeriggio”. Effetti da campagna elettorale già in corso. È accaduto ieri mattina, ad esempio, che la plenipotenziaria grillina Giulia Sarti abbia tentato di riaprire una discussione che faticosamente era stata chiusa lunedì sulle possibili sanzioni per i magistrati che violano il silenzio sulle inchieste in corso. Sembravano tutti d’accordo su una nuova fattispecie disciplinare. Martedì non era già più così.

Resta il fatto, come hanno toccato con mano ancora ieri sera i rappresentanti dei partiti di maggioranza, che le distanze sono ancora lontane. E anzi le posizioni si sono irrigidite. Figurarsi che cosa potrà poi accadere quando ci si avvicinerà alla santabarbara della riforma, ovvero quale sistema elettorale porterà i magistrati al rinnovo dell’organo di autogoverno.

Le prime votazioni del pomeriggio in commissione Giustizia in effetti sanzionano lo stato di guerra, non la pace. La maggioranza ha votato appena 1 emendamento sui 250 presentati. Eppure dovrebbero concludere al più presto, dato che il 19 aprile è convocata l’Aula della Camera.

E poi ci sono le resistenze di categoria a complicare tutto. Sono state necessarie 24 ore e due interminabili riunioni per venire a capo di un aspetto francamente secondario, ovvero se le restrizioni alle “porte girevoli”, con un purgatorio prima di tornare alla funzione originaria per i magistrati che hanno svolto incarichi diretti alle dipendenze dell’Esecutivo, si dovesse applicare a tutte le magistrature oppure esentare le magistrature amministrativa e contabile. È sceso in campo il Legislativo di palazzo Chigi, dapprima nella persona del vice Angelo Venturini, poi del capodipartimento Carlo Deodato, per frenare una norma che aveva l’unanimità delle forze politiche. Solo alla fine, palazzo Chigi ha ceduto.