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di Annalisa Dall'Oca ed Emiliano Liuzzi

 

Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2015

 

Il Ministero della Giustizia elimina l'esperimento, ma dà l'ok alla coop "29 Giugno" per gli sgravi fiscali e poi l'antimafia blocca. Dieci anni cancellati in meno di un mese. A partire dal 15 gennaio vedrà sparire una delle poche eccellenze del suo sistema carcerario, settore mense.

L'annuncio è già arrivato in via ufficiale: la sperimentazione avviata nel 2004 dal Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria con 10 cooperative sociali, impegnate a insegnare un mestiere ai detenuti occupandosi delle mense di altrettante carceri, con ottimi risultati, tra l'altro, in termini di diminuzione della recidiva, verrà cestinata.

Si tornerà al vecchio sistema, alla gestione pubblica delle cucine delle prigioni e ai reclusi che attendono di scontare la pena senza imparare una professione che, una volta usciti di galera, li riabiliti alla vita nella collettività, con buona pace per chi in questi anni ha investito tutto in un progetto che si era trasformato in un'eccellenza.

Un paradosso, accompagnato da un altro paradosso: negli stessi giorni in cui il Guardasigilli Andrea Orlando annunciava alle 10 coop (Ecosol a Torino, Divieto di sosta a Ivrea, Campo dei miracoli a Trani, L'Arcolaio a Siracusa, La Città Solidale a Ragusa, Men at Wotk e Syntax Error a Rebibbia, Abc a Bollate, Pid a Rieti e Giotto a Padova) che il progetto sarebbe finito nella spazzatura, "ma le invito ad aiutarci nell'impresa di creare lavoro in carcere", il ministero della Giustizia includeva la cooperativa 29 Giugno, il cui presidente è quel Salvatore Buzzi braccio destro del boss Massimo Carminati, nell'elenco delle realtà destinate a ricevere gli sgravi fiscali previsti dal governo per chi opera nel sociale. A scandalo Mafia Capitale già sui giornali.

A rimediare all'errore ci ha pensato l'Antimafia, che ha subito bloccato tutto, però il timore delle coop che il 15 gennaio prossimo verranno licenziate dal ministero è che l'ombra del Cupolone mafioso la stiano pagando anche loro. Il Guardasigilli Andrea Orlando nega, assicura che l'intenzione di abbandonare la sperimentazione era in odore da tempo, i soldi per andare avanti non ci sono. Ma il dubbio resta.

"Non è che se domani arrestano un carabiniere poi chiude l'Arma, non possiamo pagare tutti per il caso Buzzi", sospira Nicola Boscoletto, presidente di Giotto, che trasforma in pasticceri i detenuti del carcere di Padova, "ma sappiamo anche che è facile puntare il dito contro tutti e dire 'avete lucrato' anche se non è la verità, anche se ci sono persone che hanno speso anni a mettersi al servizio del prossimo", ammette Luisa Della Morte, numero uno della cooperativa Alice, che gestisce la piccola sartoria della casa di reclusione Bollate.

Basta un dato a dimostrare la qualità del progetto decennale che il ministero ha deciso di chiudere: la recidiva tra i reclusi che hanno partecipato, "migliaia in 10 anni", è crollata dal 70% al 2%. "Questo perché imparavano un mestiere" spiega Boscoletto. L'iter, infatti, era quello seguito da un qualsiasi lavoratore: un corso di formazione, poi l'impiego in cucina. Il risultato? Pasti più sani per tutti i carcerati e condizioni igieniche migliori, per cominciare. Ma non solo: il meccanismo funzionava così bene che accanto alle mense sono nati piccoli reparti di produzione che sfornavano eccellenze.

I panettoni dei reclusi di Padova, ad esempio, sono finiti sulla tavola del Papa e del Presidente della Repubblica e Abc di Bollate ha fornito il catering alla Farnesina. Il tutto, secondo le coop, con un risparmio per lo Stato: "Insegnare un lavoro ai detenuti fa sì che usciti di prigione possano ricollocarsi nella società, un vantaggio sia per i cittadini, in termini di sicurezza sociale, sia per lo Stato, che un carcerato ci costa 250 euro al giorno", calcola Boscoletto.

Senza dimenticare che l'Italia ha recentemente schivato una sanzione europea proprio nel semestre di presidenza Ue, e che tuttora rischia di venire multata per le paghe troppo basse che lo Stato eroga ai reclusi che lavorano: "È un paradosso", allarga le braccia Polleri, "non solo gettiamo nella spazzatura una delle poche esperienze positive del nostro sistema carcerario, ma nel farlo rischiamo pure una multa dall'Ue. Perché in Italia deve vincere sempre la burocrazia?".