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di Fabio Polese

 

Corriere della Sera, 18 marzo 2015

 

Sono 3.422 gli italiani detenuti all'estero. Da Enrico "Chico" Forti, detenuto negli Stati Uniti a Manolo Pieroni, in carcere in Colombia, ecco le storie di alcuni di loro. La storia che ha colpito i due nostri connazionali, Sandro De Simone e Massimo Liberati, arrestati in Gambia, con l'accusa di presunte violazioni per una rete da pesca le cui maglie, sarebbero di 68 millimetri invece dei 72 previsti, non è - purtroppo - un caso isolato.

Nel mondo, infatti, secondo l'Annuario statistico pubblicato dalla Farnesina - con dati aggiornati al giugno 2014 - sono 3.422 gli italiani detenuti lontano dalle patrie galere: 2.625 sono detenuti in Paesi dell'Unione europea, 161 nei Paesi extra Ue, 490 nelle Americhe, 59 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 12 nell'Africa subsahariana e 75 in Asia e Oceania. In Europa il Paese con più detenuti italiani è la Germania. Le carceri tedesche "ospitano" 1.218 connazionali. A seguire troviamo la Spagna con 574 italiani imprigionati. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani, si trova nelle terribili carceri brasiliane con 87 persone recluse.

 

Enrico "Chico" Forti, in carcere negli Stati Uniti

 

Enrico "Chico" Forti, originario di Trento, classe 1959, sta scontando l'ergastolo negli Stati Uniti con l'accusa di omicidio. La sua storia è iniziata il 16 febbraio del 1998 quando, in una spiaggia della Florida, viene ritrovato il corpo senza vita di Dale Pike. Di questo omicidio è stato accusato Forti, un produttore televisivo, che all'epoca era in trattativa con il padre di Dale per l'acquisto di un albergo. Dall'11 ottobre del 1999 Enrico Forti, che si è sempre dichiarato innocente, è rinchiuso in una cella del carcere di Miami. Il processo lo ha condannato nonostante le prove a suo carico siano quantomeno inconsistenti. La giuria americana, infatti, nel leggere il verdetto ha dichiarato: "La Corte non ha le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l'istigatore del delitto". La speranza dei familiari di Forti e degli amici - molto attivi in internet grazie ai social network - è quella di far riaprire il processo il prima possibile.

 

Manolo Pieroni, detenuto in Colombia

 

La storia di Manolo Pieroni è iniziata l'8 luglio del 2011 all'aeroporto di Cali, in Colombia. Nella sua valigia sono stati trovati sette chilogrammi di cocaina. Poi il processo e la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per "traffico internazionale e fabbricazione di stupefacenti".

Attualmente Manolo Pieroni si trova nel carcere di Palmira, il "Villa Las Palmas". Si è sempre dichiarato innocente e, secondo le sue dichiarazioni, sarebbe una vittima dei trafficanti di droga, tramite la pratica che viene chiamata "mula involontaria", cioè quella che permetterebbe di inserire grosse quantità di stupefacenti nelle valige di persone ignare per farle arrivare fino in Europa.

 

Roberto Berardi, imprigionato in Guinea Equatoriale

 

Roberto Berardi, un imprenditore italiano di 50 anni, è rinchiuso nella galera di Bata, in Guinea Equatoriale, dal gennaio del 2013. La sua storia ha dell'incredibile: è accusato di truffa e appropriazione indebita dopo che aveva cercato di capire come mai dalla società edile - che aveva costituito assieme al vicepresidente e figlio del presidente del Paese - era sparito del denaro. Secondo Ponciano Mbomio Nvò, l'avvocato di Berardi, "il processo è stato iniquo, si è celebrato un procedimento penale per una diatriba tra soci che dovrebbe riguardare al massimo il diritto civile".

Di pochi giorni fa è la notizia che Roberto Berardi è uscito dal regime di isolamento in cui era stato recluso per ben 15 mesi e dove ha subito violenze ed intimidazioni. Della sua storia si è occupato anche l'ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Nel testo si legge delle torture che Berardi ha subito, dell'isolamento e delle violenze di cui è stato vittima.

 

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni liberi dopo 5 anni

 

È finito l'incubo per Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni. I due giovani italiani erano detenuti da quasi cinque anni nella prigione indiana di Varanasi, accusati e condannati in primo e secondo grado all'ergastolo dalla giustizia indiana per aver ucciso Francesco Montis. La loro storia è iniziata la mattina del 4 febbraio del 2010, quando, nell'albergo Buddha di Chentgani alla periferia di Varanasi, i due giovani trovano Francesco Montis in agonia sul letto.

Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati con l'accusa di aver strangolato Francesco, secondo una teoria che la polizia locale ha definito di "triangolo amoroso" e di "delitto passionale". La Boncompagni che era la ragazza di Montis durante il viaggio in India nel 2010, si sarebbe innamorata di Bruno ed insieme avrebbero così pensato di ucciderlo.

Il processo di primo grado si è basato solo su delle ipotesi. Nella sentenza, infatti, si legge: "Il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che i due avessero una relazione intima illecita". Il primo febbraio 2015 i due italiani sono atterrati all'aeroporto milanese di Malpensa, dopo che la Suprema Corte di Nuova Delhi li ha dichiarati innocenti il 20 gennaio 2015.

 

Mariano Pasqualin, morto in una prigione della Repubblica Domenicana

 

Nelle drammatiche storie degli italiani detenuti all'estero c'è chi ha perso la vita, la storia di Mariano Pasqualin, purtroppo, è una di queste. Originario di Vicenza, è stato arrestato per traffico di droga nella Repubblica Domenicana - meglio conosciuta con il nome della sua capitale Santo Domingo - nel giugno del 2011. Poco tempo dopo il suo arresto, il 2 agosto, è stato ritrovato morto in circostanze molto sospette. La sua famiglia aveva richiesto il corpo per procedere ad una autopsia che avrebbe fatto capire le reali cause della morte, ma in Italia sono arrivate solo le ceneri. E la possibilità di fare luce sul caso è svanita definitivamente.