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di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 30 gennaio 2015

 

Oggi abbiamo tutti il dovere di stare dalla parte di Erri De Luca. Non perché sia particolarmente simpatico o perché sia un poeta particolarmente ispirato o perché capace di avere il coraggio delle proprie idee. No. Abbiamo questo dovere in quanto mi pare davvero assurdo che egli sia stato rinviato a giudizio - e venga ora giudicato - per aver detto pubblicamente che la Tav va "sabotata". Apriti cielo! Reo di aver toccato ciò che non lo può essere, De Luca è stato accusato di istigazione a delinquere e viene perciò processato, rischiando la pena della reclusione da uno a cinque anni.

Ora, bisogna sapere che il reato di istigazione a delinquere non solo pone gravi problemi - da sempre - circa i limiti della condotta punibile, ma soprattutto rappresenta la tipica espressione della punizione di un pensiero espresso ad alta voce, con tutti i dilemmi giuridici che ciò comporta. Si può punire il pensiero, sia pure espresso a voce alta? In Italia, si può. So già cosa si potrebbe rispondere: molti direbbero che anche attraverso il pensiero espresso ad alta voce si possono commettere illeciti: si può, per esempio, ingiuriare, diffamare, calunniare. E si può appunto anche istigare altri a commettere un reato.

Tuttavia, occorre che siano presenti alcune condizioni specifiche che, peraltro, la giurisprudenza ha elaborato in modo abbastanza preciso e concorde. È stata infatti la Corte di Cassazione a precisare che occorre innanzitutto che il pensiero espresso abbia in sé la capacità di indurre davvero alla commissione di un reato. Nel caso specifico, il termine sabotare può avere in lingua italiana diversi significati, non necessariamente legati ad atti di violenza materiale o personale. Si dà il caso, infatti, che esista anche il sabotaggio in senso politico, sotto forma di ostruzionismo parlamentare; in senso mediatico, sotto forma di silenzio-stampa; in senso intellettuale, sotto forma di opposizione ideale. E allora?

Come si fa ad affermare con certezza che il sabotaggio di cui parlava De Luca volesse istigare alla violenza e solo alla violenza ? Non basta. È sempre la Cassazione a pretendere - ai fini della configurazione del reato di istigazione a delinquere - che l'espressione adoperata sia capace di innescare concretamente nei suoi destinatari il proposito effettivo di commettere un reato. Non è sufficiente una generica approvazione né una difesa di un eventuale illecito, ma è necessario che esista fra chi si esprime e i destinatari di quella espressione una relazione tale da far sorgere il proposito concreto di commettere quel determinato reato.

Ebbene, non ci vuole molto a vedere come nel caso contestato a De Luca né la prima né la seconda condizione siano presenti, rendendo davvero incomprensibile lo svolgimento del processo. Ciascuno sa bene infatti che De Luca è un poeta e che - giustamente - vede il mondo con gli occhi del poeta, è un pensatore solitario ma socialmente solidale che dice ciò che pensa spesso in modo provocatorio e controcorrente. Ma davvero è possibile scorgere in lui, fonte delle espressioni incriminate, il bieco germinatore di orribili delitti? E che sia addirittura capace, in modo dopo tutto vigliacco, di spingere gli altri a commetterli, mentre lui se ne sta comodamente seduto davanti al caminetto?

In realtà, a pensarci viene da ridere, per l'abnormità del ruolo che l'accusa vorrebbe cucirgli addosso come nulla fosse. Ed invece, da ridere c'è poco, pochissimo, perché si sta celebrando un vero processo penale. Dobbiamo aggiungere che se ci trovassimo in un sistema di "common law" - ove il pubblico ministero, prima di agire, deve preoccuparsi di come e quanto l'accusa saprà reggere alla prova di un dibattimento - questo processo non sarebbe neppure stato pensato, immaginato: infatti, il pubblico ministero avrebbe da temere non solo le reprimende pubbliche del giudice e il biasimo della compagine sociale, ma anche gli effetti negativi che di sicuro si determinerebbero sulla propria professione.

Ma l'Italia è un Paese diverso. Qui è possibile imbastire, tranquillamente e sapendo di non aver nulla da temere, un processo sbagliato in partenza perché delle due l'una: o si concluderà con una assoluzione di De Luca, ed allora saranno tempo e risorse sprecate; oppure si concluderà con una condanna, ed allora si sarà posata una pietra tombale sulla libertà di pensare e di parlare. Capisco bene che a molti va bene così. Ma non a quelli che hanno a cuore le ragioni della giustizia, di questa dea negletta e misconosciuta, dalla quale tuttavia dipende la vita associata di tutti noi.