di Mario Iannucci (Psichiatra psicoanalista, Casa circondariale di Sollicciano)
Ristretti Orizzonti, 7 gennaio 2015
In risposta a Vittorio Feltri. Comincerò col dire che non amo "il Giornale", così da sgombrare subito il campo da fraintendimenti "ideologici". Ho però apprezzato non poco l'articolo del 5 gennaio nel quale Vittorio Feltri difende la scelta del Governo Belga di concedere, dietro sua espressa richiesta, l'eutanasia a Frank Van Den Bleeken, l'ergastolano belga condannato, oltre trent'anni or sono, per l'omicidio e lo stupro di una ragazza, oltre che per lo stupro di alcune altre donne.
L'ho apprezzato perché, con il coraggio che abitualmente va riconosciuto a Feltri, in questa Italia sovrastata dai pregiudizi religiosi che mettono in forma anche le scelte di politica sociale, si è schierato apertamente a favore non solo dell'eutanasia a Frank Van Den Bleeken, ma dell'eutanasia tout-court, in Belgio dove già è stata legalizzata e in Italia dove da tempo giacciono impolverate diverse proposte di legge.
Solo che, a mio parere, Vittorio Feltri, dopo avere lanciato il sasso, sembra ritirare un po' la mano nella chiusa del suo articolo, lì dove sposa una delle tesi delle autorità belghe nel concedere l'eutanasia a Van Den Bleeken: "Se un cristiano confessa di non essere in grado di resistere alla tentazione di uccidere e stuprare, significa che non è responsabile delle sue azioni se non quella di voler soffocare i propri tormenti riposando al cimitero. Aiutarlo ad andarci è un gesto di pietà pura che non collide con la morale evangelica".
Io non ho alcuna "autorità" per decidere se una richiesta di eutanasia (avanzata da Frank Van Den Bleeken o da altri) collida con la morale evangelica. Apprezzo moltissimo la pietà, che è talora coraggiosa e spesso silenziosa. Trovo però sbagliatissimo - da un punto di vista logico, morale e politico - indicare la concessione dell'eutanasia all'ergastolano belga come un "gesto di pietà".
Esso infatti è, molto semplicemente e laicamente, un gesto di giustizia. L'eutanasia, in Belgio, è accordata a tutti i cittadini che la richiedano e che abbiano dimostrato di farlo mentre sono in possesso di quella che, in Italia, indicheremmo come una piena "capacità di intendere e di volere" (di coloro che sono cioè "responsabili delle loro azioni").
Dire allora che Frank Van Den Bleeken, condannato trent'anni or sono all'ergastolo come "responsabile delle sue azioni delittuose", non lo sarebbe più adesso se le reiterasse una volta rimesso in libertà, mentre invece sarebbe pienamente responsabile (capace di intendere e di volere) della sua richiesta di eutanasia, a me pare fortemente contraddittorio.
Non soffermiamoci sulla scelta giudiziaria di condannare un ventiduenne omicida e stupratore seriale come "responsabile delle sue azioni", non soffermiamoci sulla scelta di farlo vivere quotidianamente a contatto con compagni che lo istigano al suicidio, non soffermiamoci sull'altra istigazione legale al suicidio costituita dall'ergastolo e nemmeno sulla incapacità della istituzione penitenziaria di allontanare Frank Van Den Bleeken dal peso morale della reiterazione di fantasie di stupro e di omicidio. Concentriamoci piuttosto sulla sua "capacità di intendere e di volere" tutta la portata di una richiesta di eutanasia. Se tale richiesta è formulata in Belgio, Paese che per legge ammette l'eutanasia, da una persona che viene stimata formularla in maniera "responsabile", la concessione dell'eutanasia non è un "gesto di pietà", ma piuttosto un inevitabile "gesto di giustizia".










