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di Angela Nocioni

 

Il Garantista, 14 febbraio 2015

 

Gatta da pelare per il governo Renzi: rispedire in Brasile o tenersi in Italia l'alter ego di Cesare Battisti? Henrique Pizzolato, direttore marketing del Banco do Brazil è stato condannato in Brasile a 12 anni e 7 per tangenti agli alleati del governo dell'ex presidente Lula.

È un cittadino brasiliano con passaporto italiano, scappato in Italia per fuggire alla galera certa laggiù. Il Brasile lo rivuole indietro, lui si è opposto all'estradizione dicendo che la sua vita in una cella brasiliana non è al sicuro, la Corte d'appello di Bologna gli aveva dato ragione, la Corte di Cassazione ha ribaltato quella sentenza. Spetterà al governo italiano decidere, come al governo Lula spettò decidere cinque anni fa se rimandare in Italia o proteggere Cesare Battisti.

Ora che è l'Italia ad avere in casa un cittadino brasiliano che si dice perseguitato dai tribunali in patria e cerca di evitare la galera, cosa deciderà il governo?

Battisti - quello vero - torna alla ribalta, suo malgrado. Proprio ora che era quasi riuscito a farsi dimenticare. Questo emulo brasiliano, dopo l'evitata estradizione per i quattro omicidi per i quali Battisti è condannato in Italia, proprio non gli ci voleva.

Pizzolato è stato condannato in via definitiva dal Tribunale supremo di Brasilia per uno strano balletto di 33 milioni di dollari che servirono tra il 2003 e il 2005 a garantire al Partito dei lavoratori (Pt), il partito di Lula, i voti degli alleati in Parlamento. Reati imputatigli: corruzione, peculato e riciclaggio. Tutto fatto su richiesta del partito.

Per non finire in galera, Pizzolato è scappato nottetempo dal suo attico sulla spiaggia di Copacabana in compagnia di un avvocato, tre valigie e una chiavetta Usb zeppa di documenti. E con in tasca un passaporto italiano falso ritirato a nome del fratello morto nel 2008 in un incidente d'auto, ma con incollata la sua foto. Ha forse attraversato in macchina il confine col Paraguay, poi è passato in Argentina, a Buenos Aires si è imbarcato su un aereo per Madrid e alla fine è arrivato in Italia.

Leonardo Souza, giornalista della "Folha de Sao Paulo", ha così ricostruito la fuga: "Per scappare in Italia Pizzolato s'è procurato una serie di documenti. Carta d'identità, codice fiscale, passaporto e certificato elettorale falsi". In Brasile è possibile ritirare il documento per conto di un'altra persona. Una informatizzazione non perfetta avrebbe consentito a Henrique Pizzolato di ritirare la carta d'identità del fratello morto. E con quella, chissà aiutato da chi, il passaporto italiano. Da morto, Celso Pizzolato aveva anche un conto in banca e pagava regolarmente le tasse.

Il doppio passaporto, anche se falso, per Henrique Pizzolato era stato finora una salvezza. Anni fa a un altro brasiliano dalla doppia cittadinanza (quello dei passaporti italiani in Brasile è un business, esistono agenzie private che ne sfornano quantità sospette) il giochetto era quasi riuscito.

Salvatore Cacciola, brasiliano con cittadinanza italiana, condannato nel 2005 da un tribunale brasiliano a 13 anni per il crac della banca Marka, riuscì a scappare e a vivere a Roma per qualche anno grazie al doppio passaporto. Venne arrestato nel 2008 e poi estradato in Brasile, solo perché non seppe resistere all'idea di una vacanza a Montecarlo e li trovò l'Interpol ad aspettarlo.

Pizzolato invece è stato arrestato il 5 febbraio dell'anno scorso a Maranello e rinchiuso nel carcere di Sant'Anna a Modena fino a quando la Corte d'appello di Bologna ha negato la sua estradizione. È l'unico, degli undici alti dirigenti del governo Lula condannati nel processo del mensalão, a non essersi consegnato alla polizia. "Ho deciso di far valere il mio legittimo diritto di libertà per essere sottoposto ad un nuovo giudizio in Italia, in un tribunale che non è sottoposto alle imposizioni dei media controllati dall'imprenditoria, come è previsto nel trattato di estradizione tra Brasile e Italia", aveva scritto in una lettera prima di lasciare Rio.

Secondo i giudici bolognesi le galere brasiliane non garantiscono il rispetto dei diritti umani e quindi non è giusto rispedirlo indietro. Lo stato brasiliano ha presentato ricorso in Cassazione e la Cassazione gli ha dato ragione. Nel carcere di Papuda, a Brasilia, dove il manager in fuga avrebbe scontato la pena e dove ha soggiornato a lungo anche Battisti, prima di ottenere lo status migratorio di cittadino straniero con permesso di residenza permanente in Brasile, i detenuti corrono il rischio di essere uccisi.

È stato questo l'argomento principale della difesa di Pizzolato (che ieri ha fornito ai giornali italiani foto raccapriccianti sulle carceri brasiliane), messa a punto sulla scia della difesa di Battisti all'epoca del suo processo: se mi mandate in galera in Italia mi uccideranno. Ora che la Cassazione ha reso inservibile quell'argomento per Pizzolato, la decisione finale sulla richiesta di estradizione sarà politica.

Gli amici di Battisti si preoccupano, temono che si crei un clima politico da scambio di ostaggi. "Ciascun processo di estradizione è una storia a sé, lasciate in pace Cesare" dicono. Amnesty International locale, che di Battisti è una supporter fedele, ripete da tempo: "Non siamo in guerra, non si tratta di uno scambio".