di Cataldo Intrieri
Il Garantista, 1 marzo 2015
Due iniziative di legge del governo Renzi uniscono nella protesta avvocatura e magistratura. L'approvazione della nuova legge sulla responsabilità civile ha suscitato nella magistratura quello che in gergo calcistico si chiama fallo di "frustrazione", una reazione dettata da emotività e dal contraccolpo psicologico, piuttosto che da un reale pericolo.
Come noto la normativa abolisce il filtro della preventiva ammissibilità dell'azione risarcitoria consentendo di adire direttamente lo Stato (attenzione, non il magistrato) in sede giudiziaria. E cambia il contenuto della "colpa grave", la quale scatterà anche nelle ipotesi di violazione manifesta della legge italiana e del diritto comunitario e di travisamento delle prove e dei fatti (il quale, però, secondo quanto emerso dai lavori parlamentari, dovrà essere evidente e macroscopico per far scattare la responsabilità civile del magistrato). Sarà considerata colpa grave anche emettere un provvedimento cautelare al di fuori dei casi considerati dalla legge e senza motivazione (il che, a dire il vero, è talmente ovvio che non avrebbe richiesto una norma specifica).
Poche righe che hanno suscitato un'esplosione di apocalittiche previsioni: l'Anm le ha bollate come espressione di una mera volontà punitiva, un'autorevole giornalista come Donatella Stasio, attenta conoscitrice del mondo della magistratura associata, ha preconizzato che "i magistrati, come reazione difensiva alle potenzialità intimidatorie della riforma, si trasformeranno in burocrati". Mi pare si possa dire che in questi giorni l'emozione e la rabbia abbiano fatto da padrone, impedendo la dovuta obiettività. A ben vedere le novità, esaminate con spirito critico e senza sentimento di lesa maestà, non si presterebbero a scenari rivoluzionari.
Essere sottoposti al giudizio dei propri simili, della cui terzietà e indipendenza, l'Anm e stata il più convinto testimonial, non dovrebbe preoccupare più di tanto, e del resto magistrati erano anche coloro che si pronunciavano nel vecchio regime sulla preventiva ammissibilità della domanda, che ha portato alla invero asfittica statistica di 8 condanne in 33 anni su 400 domande. Dati veramente magri. Si sostiene che la nuova legge colpirebbe la funzione vitale della magistratura: l'interpretazione delle norme nel diritto interno e comunitario.
A prima vista questo timore sembra eccessivo, la giurisprudenza della Cedu negli ultimi tempi sembra indulgere a letture più tolleranti anche di principi sacri come quello del contraddittorio ex articolo 6. Con la sentenza Al Thawiry del 2011 ad esempio la Corte ha sancito la legittimità di un processo in cui, pur non procedendo all'esame diretto della vittima, nel frattempo morta, si erano utilizzate le sue dichiarazioni. Analogamente la corte Cedu e la commissione hanno provveduto ad una poderosa elaborazione di un diritto vittimologico a scapito anche del diritto al contraddittorio che viene lentamente eroso dai sempre più frequenti over-ruling.
E dunque perché angosciarsi? Se Sparta piange anche Atene non si sente bene. Alti lai e maledizioni vengono scagliati contro la re introduzione del cosiddetto "socio di capitale", un uomo nero senza volto armato del fascino corruttore del soldo, che notoriamente stride con lo spirito francescano tipico della professione forense. Nessuno sa chi sia il "socio", quale volto abbia, perché mai dovrebbe investire soldi con gli avvocati. Si paventano conflitti d'interesse di cui si fa stranie quotidianamente.
Tutto questo a dire il vero, il pianto antico per il filtro e per il socio, sembra il frutto di una mentalità pedagogica che alcune élites ostentano. Una superiore eticità che autorizza a proibire ma ben attenta a conservare privilegi e quote di mercato. Qualcuno di recente mi ha detto che la libertà ha bisogno di regole. Io continuo a pensare che le regole in una società democratica non possono proibire ciò che non è vietato ed imporre la propria etica. Il socio ed il filtro, due facce della stessa medaglia.











