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di Vincenzo Vitale

 

Il Garantista, 3 aprile 2015

 

Non mi stancherò mai di denunciare come e quanto il governo Renzi si sia arreso alla magistratura in vario modo e soprattutto in modo inaspettato. Innanzitutto, ormai di prescrizione non si può più parlare, essendo stato di fatto l'istituto abolito dal governo. Infatti, l'effetto di due modifiche legislative è proprio questo: da un lato, si sono introdotte pause di sospensione del tempo deputato alla prescrizione; dall'altro, invece, aumentando a dismisura le pene previste per alcuni reati, dal momento che la prescrizione è agganciata alla previsione della pena edittale (cioè prevista dal testo di legge), la si è allungata oltre ogni immaginazione.

Risultato finale: una prescrizione che può anche giungere a vent'anni per reati contro la pubblica amministrazione. Il significato pratico è che un essere umano potrà rimanere soggetto ad un processo in corso per circa due decenni, tanto la prescrizione non maturerà prima di allora. Come dire che una persona normale e presunta innocente, per un quarto della propria vita sulla terra, dovrà difendersi da un'accusa sostanzialmente senza tempo, infinita, per la quale il trascorrere dei giorni è senza effetto apprezzabile.

Insomma, una orribile e raccapricciante condanna preventiva: la condanna ad esser processati a vita, senza mai venirne a capo, tanto il tempo non passa, la prescrizione è divenuta di fatto un a remota possibilità. Consiglierei a Renzi e ai suoi sodali di leggersi un breve e sapido testo di Dino Buzzati, non a caso titolato "Procedura penale", ove appunto la vicenda tutta si dipana attorno ad un'accusa proteiforme ed infinita, la quale, dopo aver vanificato ogni difesa, culmina in una atroce e paradossale condanna: passare la vita a fronteggiare un'accusa indefinita ed infinita. Forse capirebbero perché Calamandrei poteva affermare che il processo è già una pena, è già una pena essere costretti a difendersi, è già una pena esser pubblicamente accusati: a tal pena non c'è rimedio. Strano stratagemma davvero quello adoperato da Renzi: per limitare gli effetti della prescrizione, invece di ridurre la durata dei processi ormai abnorme, si allungano i tempi della prescrizione.

È come se un medico, visto che non riesce a guarire un malato, lo ammazzi: in questo modo la guarigione non sarà più un problema. Poco ma sicuro.

Inoltre, è evidente che operando in tal senso, si è aumentato a dismisura il potere dei pubblici ministeri, dal momento che essi rimangono arbitri di gestire in solitudine ed in modo insindacabile la durata di tutte le indagini, e quindi buona parte del decorso degli anni di prescrizione.

Bisogna infatti sapere che nonostante la legge stabilisca che il pubblico ministero è tenuto ad inscrivere nel registro degli indagati il nome della persona a cui si ritiene di attribuire il reato immediatamente, quest'ultimo avverbio viene interpretato come sinonimo di arbitrariamente, vale a dire quando ritengano opportuno.

Ne viene che il termine dei sei mesi, prorogabile fino a due volte, previsto dalla legge per la durata massima delle indagini preliminari, viene esteso a dismisura, per il semplice motivo che, decorrendo dalla iscrizione del nome in quel registro, comincia a decorrere anche dopo due o tre anni: in tutto questo tempo il pubblico ministero agisce come padrone assoluto del destino processuale del soggetto accusato o accusabile, perché in questa fase neppure è certo che l'accusa possa davvero esser sostenuta fino ad arrivare al dibattimento.

È come se il pubblico ministero fosse anche padrone del tempo, arbitro incontrastato di decidere il momento esatto da cui far decorrere i termini delle indagini. In tal modo si produce un effetto processualmente aberrante, perché l'indagato è abbandonato, senza difesa alcuna, nelle mani di chi è arbitro del suo destino: e dovrebbero essere per primi i pubblici ministeri, dando il giusto rilievo all'aggettivo "pubblici", a chiedere a gran voce di esser privati di un tale aberrante potere, senza limiti e senza controllo.

Per farlo, dovrebbero tuttavia esser provvisti di un senso etico e giuridico che oggi pare purtroppo assente, lo stesso senso etico e giuridico che nel racconto biblico del giudizio di Salomone brilla sovranamente. A Dio padre, apparso fra le nubi e che gli chiedeva cosa desiderasse di più ottenere, Salomone rispose di desiderare un "cuore docile": e dunque non denaro o ricchezze, né, tanto meno, il potere. Ma un cuore "docile", vale a dire capace di lasciarsi guidare dalle verità delle cose, dal senso di giustizia e verità che, al di là di ogni bruttura, è sempre possibile cogliere nelle vicende degli uomini.

È appena il caso di notare come, ben lontana da questa esemplare lezione di umiltà e di realismo, ieri l'Associazione Nazionale Magistrati abbia replicato duramente a D'Alema, che si lamentava della pubblicazione indiscriminata di intercettazioni telefoniche che lo coinvolgono, rivendicando l'uso delle intercettazioni come strumento d'indagine. L'Anm, forse, farebbe bene a rileggersi il libro dei Re, ove si narra l'episodio sopra accennato: imparerebbe molte cose.